Dall’Alleanza del Pacifico all’Accordo del Transpacifico: quali sono le prospettive per l’America Latina e i Caraibi?

AlleanzaPacificoPrima di cominciare ad analizzare la politica estera degli Stati Uniti del Nord America attraverso l’Alleanza del Pacifico e l’Accordo Transpacifico (TPP), è necessario analizzare la ratio con la quale gli USA, si sono inseriti all’interno della cosiddetta globalizzazione finanziaria con la pretesa di dirigerla. Sia Fukuyama con i suoi discorsi altisonanti di “esportazione della democrazia”, sia Huntington con la definizione fuorviante di “scontro tra civiltà”, non solo si sono fatti portavoce di concetti astratti o poco idonei per comprendere il mondo nel suo divenire, ma rappresentano anche un ostacolo al dialogo pacifico per la pace e l’amicizia tra i popoli.

 

Influenzati da siffatte concezioni, gli Stati Uniti si ritrovano, oggi, senza una strategia idonea ai nuovi tempi. Se da una parte cercano, infatti, di difendere, la loro posizione egemonica; d’altro canto, è anche vero che questi non hanno un piano credibile per diffondere il proprio ordine mondiale, giacché il sistema economico e finanziario capitalista è giunto ormai all’estremo.

Pertanto – secondo non pochi analisti e opinionisti – l’unica opzione che la Roma americana (secondo le categorie utilizzate allora dallo stesso José Marti per definire gli Stati Uniti), ha ancora a portata di mano, per recuperare il proprio dominio imperialista, sembra proprio che sia una guerra di tipo convenzionale. Ciò nonostante, l’idea di impantanarsi in un’altra guerra di lunga durata (in un nuovo Vietnam, per intenderci), assieme all’alto costo che questo provocherebbe, sono alcune delle ragioni per le quali gli Stati Uniti non si sono tuttora gettati in un intervento diretto e hanno preferito, invece, di provocare conflitti di tipo micro – regionali, dove a farne da padroni sono quegli squadroni paramilitari o quei governi allineati ai loro interessi.

Il principale problema che Washington ha da risolvere è che gli Stati Uniti non sanno cosa realmente potrebbe avvenire qualora si lanciassero in un conflitto armato e, nello specifico, contro chi dovrebbero utilizzare tutto il loro potenziale tecnologico e militare? Contro i Russi o i Cinesi? o contro entrambi? Ora, se è vero che gli strateghi militari del Pentagono sono una banda di criminali e terroristi che meriterebbero di essere trascinati di fronte alla Corte Penale Internazionale dell’AJA, d’altra parte, è altresì vero che costoro sono consapevoli che la Federazione Russa o la Repubblica Popolare cinese non sono affatto l’Irak, l’Afganistan o la Libia e che, pertanto, nell’epoca delle “guerre senza limiti”, una guerra ad alta intensità rappresenterebbe una scelta disastrosa per gli obiettivi di dominio imperialista del capitale. Portare il mondo ai limiti di una catastrofe nucleare, dissolverebbero in pochi secondi i profitti che si nascondono dietro a tutte le guerre di carattere imperialista che scoppiano e che – come ebbe a dire Lenin – sono orchestrate con il fine di saccheggiare le risorse naturali del Paese che è aggredito; ovvero, per distruggere e ricostruire le infrastrutture con i capitali delle proprie imprese transnazionali.

Insomma, una guerra termonucleare disintegrerebbe sia le risorse naturali e umane in pochi secondi, e il capitale non può permettersi questo, giacché il principale interesse non è di estinguere la specie umana (anche se talvolta sembra questa sia la loro tendenza predominante), bensì di sfruttarla, attraverso quello che Marx definì – correttamente – come “lavoro astratto”. Cosicché il Pentagono, di fronte a tale scenario, ha attuato la dottrina militare della guerra di “Quarta Generazione”; vale a dire, di una catena di guerre di tipo micro – regionale (vedi: Afganistan, Irak, Siria, Ucraina), e mai una guerra simmetrica, che provocherebbe senz’altro un intervento diretto di altre potenze militari come la Russia e Cina. Sicché, vediamo come la mancanza di una strategia bellica ben definita da parte degli USA – assieme al fatto di aver perso la leadership come prima economia del mondo: la Cina ha superato gli Stati Uniti da parecchio tempo – abbia messo in serio pericolo la sopravvivenza degli interessi nazionali statunitensi che sono, principalmente, quelli delle multinazionali transnazionali, della finanza, dell’industria tecnologica – militare e delle lobbie che decidono la politica interna ed estera di Washington. In questo senso va letto, da una parte, il colpo di Stato in Ucraina, dove gli Stati Uniti hanno sostenuto militarmente ed economicamente alle bande paramilitari neofasciste di “Settore Destro”; e dall’altra parte, la politica aggressiva portata avanti dagli stessi in tutto l’Emisfero Occidentale, contro i Paesi membri dell’ALBA-TCP, in generale, e Cuba, Venezuela ed Ecuador, nella fattispecie.

Ed ecco che, proprio per queste ragioni, vediamo come gli Stati Uniti sono sempre più propensi a svolgere il loro sguardo anche in quello che hanno sempre considerato come il loro “giardino di casa”: l’America Latina e i Caraibi. Questo per molteplici ragioni, tra queste vi è il fatto che l’America Latina rappresenta geograficamente il confine tra centro e periferia dell’Impero e che è assai ricca di tutte quelle risorse naturali utili ad alimentare quella stessa industria bellica statunitense che abbiamo menzionato.

Ora, questa politica imperialista si pone in essere quando vediamo come, per esempio, l’aquila fascista del Nord cerca di spezzare la consolidazione di alleanze strategicamente importanti per la realizzazione del sogno bolivariano e martiano di una Patria Grande in quella che José Martì ebbe a definire come “Nuestra América”; vale a dire: la creazione di una Confederazione di Repubbliche sovrane e indipendenti dagli Stati Uniti del Nord America. In questo senso, va analizzato lo sforzo degli USA di scardinare le nuove triangolazioni che si sono concretate all’interno di blocchi regionali tra i “Sud” del mondo; ovvero: la creazione di organismi internazionali come l’ALBA-TCP, l’UNASUR, la CELAC, i BRICS e il G77+la Cina. Ergo: per contrarrestare suddette istituzioni, Washington ha creato parallelamente altre organizzazioni micro – regionali come l’Alleanza del Pacifico tra Messico, Colombia, Perù e Chile e l’Accordo del Transpacifico nel sud est asiatico.

Per comprendere a fondo la politica degli Stati Uniti nella regione “Asia – Pacifico” e, quindi, anche in America Latina e nei Caraibi, è importante soffermarci ad analizzare il concetto di “sguardo verso il Pacifico”, o se preferiamo, “verso il Sud” e che vanno interpretati attraverso la genesi storico e politica delle relazioni interamericane; là dove risulta evidente un’evoluzione perversa e inquietante dei rapporti stessi. Ebbene, quando analizziamo la formazione degli Stati Uniti del Nord America, va ricordato che essi hanno sempre rivolto i loro interessi – il loro “sguardo” – in direzione del Pacifico (Asia) e verso il Sud (America Latina).

Una volta portato a termine il processo di “conquista del grande Ovest” – attraverso il genocidio delle popolazioni ancestrali nordamericane – e di saccheggio e occupazione di oltre metà del territorio messicano (California, Nuovo Messico, Colorado, Nevada, Texas, Florida, sono territorio messicani!), cominciarono a proiettarsi verso il Pacifico, mettendo in piedi una proiezione geopolitica e strategica che andava oltre il Pacifico: verso l’Asia. Insomma, se concentriamo le nostre ricerche verso la storia delle Relazioni Internazionali, dalla Dottrina Monroe fino al crollo dell’URSS, dagli anni Novanta del secolo passato fino a oggi; se analizziamo siffatte relazioni, vediamo come taluni progetti che sono stati sviluppati dopo la “fine” della guerra fredda, allorché si parlava già del ruolo da protagonista che in pochi anni avrebbe svolto la Cina, l’India e il Giappone nel campo delle relazioni commerciali, e quindi di come, concretamente, l’Asia e il Pacifico avrebbero rappresentato nei sogni imperialisti dei neo conservatori negli Stati Uniti, il “Nuovo Continente” dove l’aquila del Nord avrebbe dovuto svolgere il proprio sguardo, comprenderemo non poco l’insieme della politica estera della Casa Bianca di oggi.

Ed ecco che, proprio per questa ragione, gli USA hanno fabbricato a livello mediatico -fomentando la guerra psicologica come arma di tipo non convenzionale – i “Nuovi Nemici” della cosiddetta “democrazia” a stelle strisce e che sono rappresentati da quei Paesi che possono creare nuove geometrie (o triangolazioni) all’interno delle relazioni internazionali e, nello specifico, nell’asse Sud – Sud all’interno del “continente” Asia – Pacifico (America Latina, Cina e Russia). Trattasi, invero, di una “rivoluzione passiva” (secondo le categorie utilizzate da Antonio Gramsci), o se si preferisce, di una “controrivoluzione conservatrice” che gli Stati Uniti del Nord America stanno cercando di portare avanti a scapito del progetto di unità e integrazione latinoamericana e caraibica oggi in pieno sviluppo in tutto l’Emisfero Occidentale. Orbene, da quando è sorta suddetta Alleanza del Pacifico e svolgendo le nostre attenzioni agli attori che fanno parte di siffatta alleanza, è difficile non accorgersi che quattro dei Paesi membri sono rappresentati da Governi che avevano già firmato in precedenza accordi bilaterali di tipo economico e militare con Washington.

Nel campo economico, tutti avevano firmato il Trattato di Libero Commercio – il TLC – con gli Stati Uniti. A livello militare, questi avevano concordato di rinunciare alla propria giurisdizione territoriale in nome della cosiddetta (e mai attuata!) “guerra al narcotraffico”. Stiamo parlando – ovviamente – del Messico di Felipe Calderon, della Colombia, nel momento stesso che si era prodotto un “cambio” dovuto alle elezioni presidenziali tra Alvaro Uribe e Manuel Santos; quest’ultimo aveva firmato non pochi accordi di grande interesse per gli USA nel campo strategico – militare. Molti di questi accordi si consolidarono ancor di più in seguito al Vertice delle Americhe che si realizzò in Colombia nel 2011. Nel caso del Perù, nonostante il “cambio” di governo, e rammentando che l’iniziativa inizialmente fu di Alan Garcia, il Governo di Olanda Humala non fece nulla per invertire tale politica; anzi, la incrementò dandogli una parvenza legale e istituzionale. Anche in Cile con la vittoria della cosiddetta destra “moderata” cilena di Piñera al potere, furono firmati non solo taluni accordi militari, ma anche il già noto TLC con gli Stati Uniti. Scopo di tale politica statunitense – attraverso questi accordi raggiunti – era quella di porre le basi per un’ Alleanza del Pacifico come parte di un “nuovo” progetto di Egemonia Corazzata di Coercizione (secondo la definizione utilizzata da Antonio Gramsci), attuo a dividere e dominare l’Emisfero Occidentale, e per sfiancare – infine – gli sforzi di integrazione e unità latinoamericana; di costruzione di nuovi paradigmi verso la costruzione di un Nuovo Ordine Mondiale multipolare, multicentrico, multiculturale, che oggi sono all’ordine del giorno nelle discussioni dei movimenti sociali, dei governi e dei paesi che conformano istituzioni come l’ALBA-TCP, la UNASUR e la CELAC. Come se questo non bastasse, Barack Obama ha accettato di farsi portatore per quegli interessi nazionali quivi summenzionati; cioè, di portare a compimento la missione di costituire il Trattato del Trans Pacifico (TTP), là dove – guarda caso – i referenti latinoamericani sono gli stessi che già fanno parte dell’Alleanza del Pacifico. Mentre i Paesi asiatici soci degli Usa sono il Giappone, l’Indonesia e le Filippine. Invero, quando cerchiamo di analizzare in profondità la strategia militare degli Stati Uniti nell’Emisfero Occidentale, rappresentata dal “Gruppo di Santa Fe”, vediamo come questa si basi sul presupposto che le Forze Armate Nordamericane devono concentrarsi nell’area dell’ Asia – Pacifico”, attraverso il pretesto di appoggiare e proteggere i propri soci in quello che loro definiscono come “sicurezza degli interessi nazionali” in America Latina e nei Caraibi contro il narcotraffico.

Ciò nondimeno, ciò che in realtà gli Stati Uniti vogliono, non è debellare il traffico di droga, bensì di impossessarsi di quelle risorse naturali imprescindibili per il sostegno effettivo di tutto il loro macchinario economico – militare, che abbiamo già analizzato prima. Ora, non c’è dubbio che questi elementi assai preoccupanti, fanno pensare che quando vediamo che attraverso la guerra mediatica e psicologica si cerca di creare un nemico che, secondo la congiuntura può essere la Rivoluzione Bolivariana in Venezuela, la Rivoluzione Cubana o la Rivoluzione Cittadina in Ecuador, dietro vi è senz’altro una controffensiva imperialista e fascista per sgretolare e – infine – distruggere progetti come l’ALBA-TCP, la UNASUR e la CELAC; vale a dire: la libera e giusta emancipazione dei popoli dal giogo imperialista. In questo senso, vanno interpretate quelle politiche sempre più aggressive contro il Venezuela del Primo Presidente Operaio di “Nuestra América”, Nicolas Maduro e contro la Rivoluzione Cittadina in Ecuador; il blocco genocida contro Cuba socialista, la “Colombianizzazione” del Messico; il “golpe istituzionale” in Paraguay; la questione dei cosiddetti “fondos buitres” in Argentina e il colpo di Stato fascista in Honduras; il ritorno in auge della Quinta Flotta degli Stati Uniti e l’aumento della presenza militare statunitense in America Latina, attraverso la creazione di nuove basi militari nordamericane in Colombia e nella Triple Frontera tra Uruguay, Argentina e Paraguay; il subdolo tentativo (scartato dal Congresso e dalla Corte Suprema colombiana) di far entrare questo Paese nella NATO, rappresentano dei precedenti assai gravi e preoccupanti in una regione dichiarata da UNASUR come territorio di pace. Sicché nel mezzo di una crisi strutturale (e non congiunturale!) del sistema finanziario capitalista, dovuto principalmente dalla cosiddetta caduta (tendenziale) della tassa di profitto – che Marx spiega con precisione nel Capitale -, la Casa Bianca sta cercando di porre in essere una ristrutturazione delle proprie priorità geopolitiche verso “l’area Asia – Pacifico”, passando, finanche, per l’assoggettamento di quello che costoro definiscono, ancora, come il proprio “patio trasero”: l’America Latina e i Caraibi.

Le ragioni sono semplici, e se non basta quanto detto fino a ora – a rischio di essere ridondanti – è necessario sottolineare ancora che gli Stati Uniti abbisognano per alimentare il proprio sistema economico, finanziario e militare di dominio a livello mondiale dell’America Latina; là dove, la presenza di non poche risorse strategiche (minerali, acqua dolce, biodiversità e petrolio) rappresentano il sostegno di quello che molti analisti e opinionisti amano definire come “complesso tecnologico e militare nordamericano”. Ora, se dinanzi a tutto questo aggiungiamo l’importanza che la regione riveste a livello mondiale; se pensiamo che in America Latina siano presenti gli unici transiti e scali tra l’Atlantico e il Pacifico; se pensiamo che la Cina e la Russia stanno invertendo tutte le proprie energie nella realizzazione di un Grande Canale Interoceanico tra l’Atlantico e il Pacifico, come nella costruzione di un importante scalo industriale – marittimo nel porto de L’Avana (Cuba), comprendiamo, allora, l’ansia degli Stati Uniti di scardinare queste nuove triangolazioni tra i Paesi membri dell’ALBA-TCP la Russia e la Cina stessa attraverso l’incremento della guerra a bassa intensità in Venezuela.

D’altro canto, è altresì chiaro, pertanto, l’importanza da parte dei popoli lavoratori latinoamericani – se vogliono raggiungere il sogno bolivariano e martiano di una Patria Grande latinoamericana, verso la seconda e definitiva indipendenza, il loro impegno rivoluzionario deve passare attraverso il consolidamento di queste nuove relazioni internazionali, sulla base del rafforzamento dell’integrazione e dell’unità latinoamericana, che solo può avvenire attraverso una rottura rivoluzionaria del sistema capitalista e delle sue principali categorie – come la “legge del valore” nelle relazioni commerciali internazionali – verso un sistema basato sulla pace con giustizia sociale, su l’amicizia, la solidarietà e la cooperazione tra i popoli di tutto il mondo; primo passo per la costruzione dei “Nuestros socialismos” in America Latina e in tutto il mondo.

di Alessandro Pagani, storico e scrittore

Esclusivo per Cubadebate

Attualità del pensiero politico del Che

che_guevara_html1Cosa significa oggi il pensiero politico di Ernesto Che Guevara? Ecco la domanda che ci poniamo in questa complessa congiuntura politica internazionale, e a distanza di 87 anni dalla sua nascita (14 giugno 1928), quando è giunto il momento di scegliere, parafrasando Rosa Luxemburg, tra socialismo o barbarie.

di Alessandro Pagani

In termini semplici possiamo affermare che secondo noi il Che, non è semplicemente quello delle fotografie, delle magliette o delle statue, ma piuttosto il Comandante Ernesto Che Guevara; eterno guerrigliero eroico. Pertanto, quell’altro Ernesto Che Guevara, è, invero, una riduzione della sua dimensione universale, ragione per cui preferiamo orientare i nostri studi, la nostra prospettiva, verso un Che, politico, economista, poeta e guerrigliero dell’amore, in difesa di quei popoli oppressi che lottano contro ogni imperialismo e neocolonialismo; alla ricerca continua del superamento del conflitto capitale-lavoro a partire dal proprio “Io”, cercando di costruire “l’uomo nuovo”, come prima tappa verso l’assalto al cielo.

Quel Che, conduttore politico, emancipatore sociale, che sognava di abbattere il potere plutocratico e le oligarchie nazionali che impedivano lo sviluppo pieno e assoluto dei popoli in quello che doveva essere, altresì, la creazione di una grande Federazione di popoli e Governi latinoamericani e che Simón Bolívar ebbe a definire: Patria Grande. Questo è il Che nel quale ci rivediamo, quello che proteggeva l’economia nazionale cubana, quando fu ministro dell’industria e dell’economia a Cuba, là dove manifestava che solo con la giustizia e l’eguaglianza sociale, solo attraverso il superamento di talune delle principali categorie economiche e finanziarie capitaliste (la Legge del Valore in primis) saremmo giunti alla costruzione dei “nuestros socialismos”, e solo attraverso di questi, saremmo giunti – non per ultimo – alla costruzione di una grande Federazione di Repubbliche libere dal giogo imperiale della Roma americana (secondo le categorie utilizzate da José Martí). Quel Comandante Che Guevara che agiva in funzione dell’unità di classe, della solidarietà e l’amicizia tra i popoli lavoratori, dell’internazionalismo rivoluzionario, della lotta contro l’imperialismo (inteso come fase superiore del capitalismo e analizzato con precisione da Lenin); rompendo le frontiere geografiche e – finanche – mentali che allora imperversavano in America Latina e non solo. Egli criticava nella prassi la concezione stessa di “repubblichine delle banane” – che tanto piacevano a Washington – invitando a battersi per una grande nazione di Repubbliche e che egli – come prima di lui Bolívar e Martí – ebbe a definire come Patria Grande. Trattasi di un Che antioligarchico, antimperialista, antidogmatico e, quindi, detestato dagli Stati Uniti e nello specifico dalla CIA e dal Pentagono, come lo sono ancora Bolívar e Gramsci, se sappiamo leggere con attenzione il documento di Santa Fe IV, nel quale Simón Bolívar e Antonio Gramsci sono definiti “un pericolo per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti”.

D’altro canto, è necessario individuare un progetto attuale del pensiero politico del Che. Ebbene, se noi ci poniamo la domanda: è possibile fare una sintesi del pensiero critico di Ernesto Che Guevara e materializzarlo nel presente? Possiamo senz’altro affermare che il Che, cercava di portare avanti un progetto nel quale si sarebbe dovuta costruire un’America Latina basata sulla Pace con Giustizia Sociale, senza sfruttamento dell’uomo sull’uomo e di questo sulla natura; dove fossero state abolite quelle catene invisibili che alienano e imprigionano gli uomini; quelle che – di fatto – trasformano gli uomini in pure merci di scambio. Ecco, dunque, secondo il Che, il bisogno di realizzare una rottura rivoluzionaria con le principali categorie economiche capitaliste, come la legge del valore all’interno delle relazioni economiche, commerciali e finanziarie in campo internazionale e nella fattispecie all’interno dei paesi del campo socialista di allora; ivi compreso, l’Unione Sovietica. Ecco la necessità di abolire le differenze di classe, ergendo a meta-norma – inteso come principio internazionale – il diritto dei popoli oppressi a sollevarsi con le armi contro la barbarie del capitale. Sicché, anche il Che, come prima di lui Simón Bolívar e José Martí, s’impegnò affinché fosse riconosciuto il diritto dei popoli alla “Guerra Justa”, e che oggi si riflette nella Resistenza dei popoli latinoamericani, in particolare di quello cubano e venezuelano contro le politiche d’ingerenza, di aggressione degli Stati Uniti; contro la guerra di Quarta Generazione (o guerra senza limiti), che Washington, attraverso il Dipartimento di Stato, la CIA e il Pentagono, perpetuano contro i popoli e i lavoratori in tutto il Tricontinente (America Latina, Africa e Asia); con lo scopo di portare a termine il saccheggio delle ricchezze del pianeta.

Nel pensiero politico del Comandante Ernesto Che Guevara, troviamo – senza dubbio – il concetto di autodeterminazione dei popoli; di giustizia sociale, dignità, democrazia e potere popolare.

Sicché tutto il pensiero e la vita del Comandante Ernesto Che Guevara è un inno alla vita, all’autodeterminazione dei popoli e alla costruzione della Patria Grande; una grande e forte Federazione di Paesi, governi e popoli legati dall’amicizia e la fratellanza, dalla cooperazione e dall’internazionalismo. Una cooperazione basata sulla solidarietà, che non deve essere quella di una società “protettrice degli animali” (parafrasando Antonio Gramsci), e come del resto lo sono – effettivamente – le politiche portate avanti dai paesi del centro imperialista (UE e USA) nei confronti della periferia (quella stessa periferia che ogni giorno che passa si fa sempre più centro strategico ed esempio di lotta e speranza per tutti i popoli e i lavoratori coscienti nel mondo). Per questo la necessità di porre in essere un nuovo modello di cooperazione e solidarietà internazionale tra i popoli, attraverso l’esempio che viene da quello che ancora oggi rappresenta per tutti un faro e un esempio di libertà: Cuba Socialista, con le sue importanti missioni mediche in Africa (e non solo); delle sua missione “Yo, si puedo” che ha reso possibile l’alfabetizzazione di circa 8 milioni di persone in tutto il mondo; oppure la “Operación Milagro” che ha curato la vista a milioni di latinoamericani in meno di dieci anni. Ecco, dunque, un esempio concreto – di cooperazione all’interno di quello che i politologi definiscono le nuove triangolazioni (America Latina – Cina – Russia) e il nuovo paradigma SUR–SUR e che di certo sono un interessante punto di partenza per il superamento delle principali categorie e leggi capitaliste quivi summenzionate.

Se qualcuno dovesse domandare una definizione precisa sul Comandante Ernesto Che Guevara, potremmo affermare che in lui spicca la visuale di un notevole statista politico, di un grande economista e filosofo; di un importante pensatore politico. Di un grande guerrigliero e combattente rivoluzionario comunista, là dove a muovere il suo fucile non era il suo braccio, in un movimento spontaneo di riflessi e pulsioni, ma il suo pensiero critico del reale, vale a dire quella teoria rivoluzionaria che già altri grandi rivoluzionari nella storia (come Lenin, Fidel, Mao Tse-Tung, Ho Chi Minh e il Comandante Von Nguyen Giap) seppero trasformare in prassi per la trasformazione dello stato di cose presenti. La politica che guida le armi, come spiegò il Generale Giap, ma prima ancora lo stesso Fidel, e non le armi che guidano la politica, come vorrebbero far credere certi pennivendoli al servizio del nemico: l’imperialismo yankee.

Sicché, il Che è anche quel rivoluzionario che seppe far proprio quei principi etici e morali che tanto predicano talune borghesie “illuminate” (che tanto illuminate non sono) senza però saperle mettere in pratica: la lotta contro la corruzione, contro il burocratismo, contro il non lavoro e che in una società socialista si trasforma in parassitismo e vigliaccheria.

Il Che rappresenta – oggi – il forgiatore di un Nuovo Diritto Internazionale americano, lo stratega di una guerra rivoluzionaria, dell’unità civica-militare all’interno della lotta contro la guerra mediatica, economica e psicologica che gli Stati Uniti del Nord America portano avanti nell’emisfero occidentale. Tutto il suo ideario politico e rivoluzionario è il motore per un nuovo paradigma, oggi così in auge in America Latina e che si chiama “Nuestra América”.

Dunque, il pensiero politico del Che – come quello di Simón Bolívar e Martí, di Marx, Lenin e Fidel – è quello dell’utopia come base per andare avanti verso quell’orizzonte bolivariano e martiano che è la “Patria Grande”; che supera il concetto geografico di America Latina e Caraibi, per abbracciare e coinvolgere tutti i popoli in lotta in ogni angolo del pianeta.

Per raggiungere tale meta è necessario che ogni rivoluzionario sia capace di sentire la sofferenza dell’altro essere umano sulla propria pelle e, quindi, il dovere di ogni rivoluzionario di attuare una trasformazione sociale, là dove le condizioni oggettive e soggettive lo permettano. In questo senso, il Che si riferisce al volo verso l’orizzonte; dell’assalto al cielo, del “deber ser y debemos cumplir”, che è l’essenza di ogni rivoluzionario che in ogni angolo del mondo lotta contro ogni genere di ingiustizia; parafrasando il Che potremmo affermare che a tutti noi tocca “di essere realisti, di ricercare l’impossibile”, perché del “possibile” se ne stanno già occupando le classi borghesi al potere, gli Stati Uniti del Nord America e l’Unione Europea, intesi come blocchi imperialisti rappresentanti di un più sofisticato e complesso blocco plutocratico e finanziario che dirige l’ordine internazionale.

Sicché, siffatta lotta per ottenere l’impossibile deve sempre guardare avanti, verso l’orizzonte, confutando concetti inquietanti come la “fine della storia” di Francis Fukuyama e che gli eventi storici hanno dimostrato – nei fatti – di essere erronei; e cioè, che oggi più che mai la lotta di classe e quindi la battaglia delle idee (parafrasando Fidel Castro), vale a dire: la lotta ideologica tra teoria rivoluzionaria e teoria borghese, è ancora in auge. Le guerre imperialiste, lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e sulla natura, lo scontro capitale–lavoro, la lotta di classe non sono da considerarsi un “incidente della storia”, ma rappresentano la sua essenza, giacché – come ebbe a dire Marx – la storia dell’umanità è sempre stata lotta di classe; laddove la Rivoluzione d’Ottobre – passando da Spartaco alla Comune di Parigi – rappresenta lo spartiacque tra preistoria e storia contemporanea.

Insomma, quello che crediamo sia importante è cominciare a porre in essere un’analisi dialettica del pensiero critico del Che; poiché l’uomo, inteso come soggetto che vive una propria crisi interiore del conflitto capitale-lavoro, abbisogna della ricerca continua di quel orizzonte rivoluzionario, di trasformazione socio-politica, verso la costruzione di una società basata sulla giustizia e l’eguaglianza sociale, dove i rapporti sociali non subiscano l’alienazione tipica che caratterizza l’odierna società tardo capitalista; dove gli esseri umani, per il loro ruolo all’interno del sistema di produzione capitalista, non si trasformino in pure merci.

Ed ecco, pertanto, la necessità di lottare al fianco dei popoli della cosiddetta periferia dell’impero e impegnarci anche qui in Europa nella realizzazione di quel sogno bolivariano e martiano che è la costruzione di una “Patria Grande”, sostenendo istituzioni e organismi internazionali come l’ALBA, UNASUR e la CELAC, come modello alternativo all’Unione Europea delle banche e che possano porre fine alla crisi strutturale del capitalismo; verso la costruzione di un mondo migliore che solo può essere nel Socialismo.

La conferencia de Bandung y el movimiento de los No Alineados.

 

Unknownpor Alessandro Pagani

Vigencia y actualidad en la construcción de un Nuevo Orden mundial multipolar y multicentrico.

Siempre, al hacer el análisis de clases en Asia y ademas en los diálogos sur-sur, norte-sur y las triangulaciones es importante decir que ya desde cuándo los dirigentes asiáticos y africanos se encontraron en Bandung (1955) se instauraron múltiples y complejas diferencias  en medio de una lucha política que todavía no había alcanzado a la independencia total de los países asiático y africanos. Se instauró en estés países dos formas distintas de tácticas y estrategias para alcanzar a una total y definitiva “interdependencia en el seno de la economía mundial”: de un lado quien como “los dirigentes comunistas que proponían salir del ámbito capitalista para formar – con la URSS, o bajo su liderazgo – un campo socialista mundial” y por otro lado, se decía que “el desarrollo era posible en la interdependencia en el seno de la economía mundial”. Al parecer, según estos ultimos, era posible alcanzar a la independencia  por medio de un regimen político y económico que no necesariamente tendría que crear una ruptura (revolucionaria) con el sistema de dominación, explotación y sometimiento violento de las demás clases subalternas, soportado sobre el sistema económico y financiero capitalista y de un bipartidismo sectario y agresivo de una “Oligarquía nacional”, o amalgama indisoluble formada por terratenientes esclavistas, financistas y exportadores de materias primas y productos agrícolas; primero a Inglaterra, Francia y a otros países europeos y después, cuando a mediados del Siglo XX estas potencias coloniales fueron sustituidas, hacia los EEUU.

Esta heterogeneidad que se presentó en la Conferencia de Bandung (1955) y que conformó el movimiento de No alineados con el tiempo mostró casi todas sus contradicciones. A pesar de la buenas intenciones como la de Cuba que había osado oponerse en la teoria y en las praxis a la Roma americana, el Movimiento de los No alineados no rompió con su temprana y férrea alianza a las políticas económicas e financiarías capitalistas y sobre todo con el gobierno de los EEUU. Quien abrigue dudas puede consultar la entrevista del escritor Samir Amin: “ El 50 aniversario de la Conferencia de Bandung: hacia una nueva solidaridad renovada de los pueblos del Sur”, en la cual el marxista egipcio nos explica muy bien como en definitiva: “El Movimiento de los No Alineados que incluía a casi todos los países de Asia y Africa, fue perdiendo poco a poco su carácter solidario centrado en las luchas de liberación y el rechazo a los pactos militares, para transformarse en un sindicato que planteaba reclamaciones económicas al Norte”

Esta amalgama heterogénea entres un polo clasista que defendía un “status quo” y un otro que intentaba romper con la subalternidad económica y financiaría a nivel internacional, ha determinado objetivamente la “contradicción esencial” o como denominaba Lenin “el eslabón fundamental que permite agarrar los demás eslabones de la cadena de acontecimientos históricos”, y por esta razón cuando los marxistas cubanos cogieron teórica y prácticamente este eslabón, pudieron definir (también como lo planteaba Lenin) “la tarea fundamental” como una tarea anti-oligárquica y anti-imperialista que hiciera posibles los cambios esenciales que las masas proletarias, los pueblos oprimidos en lucha y los trabajadores cocientes hoy demandan, y que hasta la fecha de hoy han sido casi siempre postergados. Nunca nadie le planteó a las clases subalternas antagónicas o Pueblo Trabajador (según la categoría definida por Antonio Gramsci) “una tarea anti-elite y anti- Imperio”, sino contra una clase concreta definida histórica y universalmente, y contra la política de esa Roma Americana que (también desde su definición por Lenin) se llama Imperialismo y no “imperio” como la definió en forma ambigua el italiano Antonio Negri en su libro que representa uno de los mas claros ejemplos de aquel drama histórico y político que se suele definir como “eurocentrismo” (o como en este caso “italocentrismo”).

Con esto, y siguiendo la enseñanza (también de Lenin) de que “el arte de un político consiste en encontrar y asir con fuerza el eslabón que menos pueda ser arrancado de sus manos, que sea el más importante en un momento determinado y garantice lo más posible a quien lo posea el apoderarse de la cadena”; es que en el momento presente, el eslabón actual constituido por el proyecto de la construcción de un Nuevo orden mundial multicentrico, multipolar, multicultural, con paz y (sobre todo) con Justicia Social, nos permite hacer un análisis de clase al interior de lo que está sucediendo en medio de esta amalgama imperialista que (afortunadamente) no domina como en los anos posteriores de la caída del bloque socialista y de la URSS: la disputa entre un Orden mundial Unipolar dominado por EE.UU y la teoría de una mal llamada “fin de la historia” (o “fin de las ideologías), y la actual coyuntura internacional conformada por Países heterogéneos entres ellos y No alineados a los intereses de Estado Unidos ( me refiero a Brasil, Rusia, India, China, Sur Africa, Cuba, Venezuela, Argentina, Ecuador, Bolivia, etc).

Partimos del hecho comprobado de que la teoría de la “fin de la historia” es la máxima coagulación en la esfera de la ideología idealista “post”: post-moderna, post-estructural, post-marxista, que el imperialismo estadounidense, y sus acólitos europeos, lograron imponer, paulatinamente, en todo el aparato mediatico y académico de la actual sociedad mundial contemporanea con sus escuadrones de periodistas asalariados y profesores alineados y subalternos a las políticas norteamericanas y en la ideologia del “American Way of Life”, a partir de las últimas Veinte décadas.

Sin embargo, el proyecto de un Orden Mundial Unipolar, donde EE.UU asometen a todos los pueblos a sus intereses nacionales (que son el control de todos los recursos naturales y energéticas del planeta) parece encontrarse en una crisis que no vee alguna salida por EE.UU (sino una guerra) y que pone a la atención de todos la cuestión de que si hay vida después del capitalismo y neoliberalismo? O a caso estamos de verdad – como no contaron los postmodernos frente a la “fin de la historia” y de “las ideologías” y por ende tenemos que alinearnos a este sistema económico y financiario que solo provoca sufrimiento, pobrezas, enfermedades y guerra?

En medio de estas circunstancias históricas, filosóficas, políticas e internacionales es necesario dar resalto al surgimiento de proyectos de integración como los BRICS, el G77+China (a nivel mundial); y el ALBA, la Unasur y la CELAC (a nivel de America Latina y el Caribe); avances en los procesos democráticos y anti-imperialistas en Bolivia, Venezuela, Ecuador, Argentina, Uruguay, Brasil (entre otros). Se ha generado una diferenciación, realineamiento y pugna extrema al interior de la amalgama oligárquica, imperialista y capitalista, inconcebible hasta hace apenas unos años a nivel internacional y alcanzó su máxima expresión en la Cumbre de el ano pasado de la CELAC en la Habana (Cuba), que trazó una línea divisoria en las políticas interamericanas entre quienes (por medio de una mal llamada Alianza del Pacifico) atenta al  proceso de unión de la región, hacia una Patria Grande latinoamericana, bolivariana y martiana (Mexico, Panamá, Mexico, Colombia y Peru), y quienes está a favor de su completa culminación (Argentina, Bolivia, Cuba, Ecuador, Venezuela…).

Pero hay dos hechos políticos que están ejerciendo un peso muy importante sobre el eslabón actual, con el fin de impedir que se pueda agarrar el otro eslabón de la cadena que sigue a continuación: el de los cambios que la sociedad latinoamericana necesita y quiere. Uno, que la hegemonía social política, cultural y militar de EE.UU y representada por la alienación de el hombre todavia no ha sido derrotada. Y dos, que los EE.UU se han dado cuenta de esto, y lo que es peor aún, es que siguen utilizando la “guerra no convencional” en todas sus variables (“guerra mediatica”, “guerra psicológica” y el paramilitarismo) para realizar – como diría Antonio Gramsci – una “revolución pasiva” a la intención de equilibrar su propia hegemonía y dominio en lo que ellos desde el 1823 suelen definir como su proprio “patio trasero”: es decir, Latinoamerica.

Una “revolución pasiva” que pretende anticiparse a la refrendación de los acuerdos que se alcancen en la Cumbre de la CELAC en la Habana y claro, aniquilar la verdadera reforma que necesitan los pueblos de toda Latino America, hacia la Union Latinoamérica y sobre todo hacia el Socialismo del Siglo XXI. Un socialismo del Siglo XXI que muchas veces habló el comandante supremo de la Revolución boliviaria, Hugo Rafael Chavez Frías y que tal vez necesita de ser definido mas claramente para no caer en el riesgo que no se vean materializados estos proyectos regionales de unión latinoamericana, juntos a las nuevas triangulaciones a nivel internacional, hacia un nuevo orden mundial multipolar y multicentrico. Como solía decir el Presidente Chavez y como siempre nos repite el Comandante de la Revolución cubana, Fidel Castro, solo en el Socialismo hay otro mundo posible y finalmente solo dando una ruptura contundente con el capitalismo se puede alcanzar a un Nuevo orden mundial basado sobre el “buen vivir” entres los pueblos, en el respecto de nuestra Madre Tierra (nuestra Pachamama como dirían los pueblos ancestrales de Nuestra America), y en definitiva para alcanzar a un mundo de Paz con Justicia Social.

 

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BIBLIOGRAFIA: 

  • Atilio A. Boron, Socialismo siglo XXI: hay vida después del neoliberalismo? Ediciones Luxemburg, Buenos Aires, 2008.
  • Atilio A. Boron, Imperio e Imperialismo: una lectura crítica de Michael Hardt y Antonio Negri, Clacso, Buenos Aires, 2004.
  • Francis Fukuyama, La fine della storia e l’ultimo uomo, Rizzoli Editore, Milano, 2003.
  • Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, Edizione Critica (a cura) di V. Gerratana, Einaudi, Torino, 2001.
  • Vladimir Il’ich Lenin, El imperialismo, fase superior del capitalismo, Ediciones en lengua extranjera de Pekín, 1975