“La guerra di IV generazione e il ruolo dei media: le contromisure delle forze e dei movimenti popolari

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di Alessandro Pagani

Quando si parla di guerra di IV generazione e del ruolo che i mezzi di comunicazione rivestono in questo senso, è necessario, innanzitutto, analizzare siffatta questione sotto l’aspetto delle relazioni interamericane e, pertanto, della crisi strutturale del capitalismo. E’ importante, altresì, fare una breve analisi della storia delle relazioni tra gli Stati Uniti del Nord America e l’America Latina.

Così come afferma Atilio Boron, le politiche d’ingerenza statunitensi in America Latina e nei Caraibi, hanno inizio nel 1823, quando Washington rende pubblica la Dottrina Monroe, intesa come politica per l’emisfero occidentale.[1] Tale dottrina avviene un anno prima della famosa Battaglia di Ayacucho (1824), vale a dire prima ancora che i popoli latinoamericani si liberassero dalla corona spagnola.

L’avvicinamento economico, politico e culturale degli Stati Uniti del Nord America in America Latina e nei Caraibi, ha inizio proprio da quel momento, sebbene non contava ancora delle condizioni oggettive per compiere il proprio fine: trasformare l’America Latina nel proprio “giardino di casa”.

E’ solo all’indomani della seconda guerra mondiale che gli USA riescono a penetrare in tutta l’America Latina, ponendo in essere il concetto gramsciano di “egemonia corazzata di coercizione” nelle relazioni interamericane.

Ebbene, nonostante non pochi accademici, analisti politici e giornalisti salariati, allineati alla guerra mediatica, psicologica e culturale degli USA contro “Nuestra América”, persistono nell’affermare l’irrilevanza dell’America Latina nella geopolitica imperialista statunitense, Washington, invero, ha sempre avuto una prospettiva verso il Sud, se analizziamo accordi come la OEA, il TIAR, l’Atto di Chapultepec e l’Alleanza del Pacifico.[2]

Orbene, gli interessi di stato nordamericani in quella regione sono semplici e sono, senza dubbio, quelli dell’industria tecnologica-militare che controlla la politica estera della Casa Bianca, e che abbisogna di quelle risorse naturali strategiche che si trovano, prevalentemente, in America Latina e che dovuto alla vicinanza con gli Stati Uniti sono più facilmente trasportabili in quel paese. Non dimentichiamoci, infatti, che l’America Latina rappresenta nella geografia perversa dell’aquila fascista del Nord la frontiera tra centro e periferia dell’impero.

Per questo e per molte altre ragioni, la necessità da parte di Washington di inondare la regione di basi militari che, hanno – quasi tutte – le stesse caratteristiche: sono basi di piccole dimensioni, camuffate come “inoffensive”, in realtà convertibili in vere e proprie basi militari in poche ore.

Il sistema di basi militari è ristrutturato sulla base della cosiddetta “Guerra di IV generazione” che la Roma americana (secondo la definizione che José Martì, l’apostolo dell’indipendenza di Cuba, diede degli Stati Uniti) e la NATO (se pensiamo alla base militare presente nell’isola delle Malvinas), stanno rafforzando e ampliando in tutta la regione.[3]

Obiettivo principale è abbattere ad ogni costo i governi progressisti, democratici e rivoluzionari che fanno parte dell’Alleanza Bolivariana in “Nuestra AmérBgwdsTOCcAAQ-kuica”, l’ALBA-TCP, e, quindi, i processi di emancipazione e di giustizia sociale come la Rivoluzione Bolivariana in Venezuela, la Rivoluzione Cittadina in Ecuador, la Rivoluzione del “Buen Vivir” in Bolivia, il governo sandinista in Nicaragua, il governo nel Salvador, i governi di Cristina Fernandez in Argentina e di Dilma Rousseff in Brasile; il sogno da parte degli USA di abbattere la Rivoluzione cubana attraverso la tattica dello smart power.[4]

Uno dei pretesti dell’impero nordamericano per raggiungere siffatti fini sono la cosiddetta “guerra contro il narcotraffico” e contro il “terrorismo”, attraverso i quali gli USA cercano di abbattere le frontiere nazionali, con lo scopo di stabilire il proprio “Washington consensum”.

Un ruolo strategico, come braccio destro della geopolitica imperialista statunitense in America Latina e nei Caraibi, lo svolgono i principali mezzi di comunicazione, i quali attuano come un vero e proprio esercito di mercenari al servizio del nemico nel creare i presupposti per colpi di stato, interventi militari statunitensi, influenzando e manipolando l’opinione pubblica internazionale e creando le basi per quello che Sonia Winer definisce – a ragione – come la “rappresentazione strategica della minaccia”.[5]

Cosicché, quando vediamo che i principali mezzi di comunicazione operano come un vero e proprio esercito di riserva in seno alla “guerra di IV generazione” (o guerra non convenzionale); quando costatiamo come anche in Italia i mezzi di comunicazione nostrani non si distanziano dal ruolo golpista di altri giornali e canali televisivi come il Pais, la BBC, la CNN, El Nacional, El Mundo, ecc.,[6] comprendiamo come sia importante anche qui da noi costruire un forte movimento di sostegno e di appoggio alla Rivoluzione Bolivariana in Venezuela e non solo: un forte movimento in difesa del progetto bolivariano e martiano di una Patria Grande in “Nuestra América”. Progetto di emancipazione sociale che, evidentemente, non va bene alle centrali dell’impero che comprendono come i nuovi paradigmi venutosi a creare nelle relazioni internazionali; le nuove triangolazioni tra America Latina, Russia e Cina, rappresentano una “bomba geo-strategica” contro le politiche imperialiste nell’emisfero occidentale.

Insomma, mai nella storia delle relazioni internazionali è avvenuto quello che abbiamo di fronte in questi ultimi vent’anni. Dal crollo del cosiddetto “socialismo reale” (o se preferiamo, dalla disfatta del “revisionismo reale”) il pianeta è passato da un sistema bipolare (USA-URSS), a uno prevalentemente unipolare (USA) e, infine, in un nuovo paradigma verso un sistema multipolare nelle relazioni internazionali; come quello nel quale siamo oggi spettatori.

Conviene precisare, onde evitare equivoci, che quello che abbiamo tra le nostre mani non è un esercizio prettamente intellettuale o per specialisti delle accademie borghesi. Quando parliamo di nuovi paradigmi nelle relazioni internazionali, di nuove triangolazioni tra America Latina, Russia e Cina; quando analizziamo i nuovi accordi bilaterali tra i paesi del “sud” del pianeta, stiamo parlando della lotta della periferia dell’impero che, nel divenire della storia, sta trasformandosi ogni giorno sempre di più come centro strategico verso un nuovo mondo basato sui presupposti della pace, l’amicizia e la cooperazione tra i popoli e sulla giustizia e l’eguaglianza sociale. Stiamo parlando di quei popoli lavoratori della periferia che da meri spettatori sono diventati soggetti della storia, di quello che Karl Marx definiva come “lotta di classe” e che, attraverso il progetto bolivariano e martiano di emancipazione sociale e politica stanno mostrando a tutti i popoli del mondo – anche qui in Italia – che oltre al neoliberalismo e alla crisi di sovrapproduzione del grande capitale c’è vita è che questo si chiama socialismo, o meglio “socialismos”, al plurale, affinché sia chiaro nell’immaginario collettivo dei lavoratori di tutto il mondo, che cambiare tutto ciò che deve essere cambiato non può essere ne “un calco ni una copia”; secondo quanto ebbe a dire quel grande marxista latinoamericano, amico di Antonio Gramsci, che fu Carlos Mariategui.

Siamo, inoltre, del parere che, la gravissima crisi del capitalismo è anche una crisi non solo economica, bensì culturale e socio-politica, così come lo aveva affermato il Comandante Fidel Castro durante il suo discorso pronunciato nel Vertice della Terra svoltosi a Rio de Janeiro nel 1992.[7]

Tutto ciò richiede una presa di coscienza da parte dei movimenti popolari e di solidarietà qui in Italia. Presa di coscienza che deve avanzare verso la costruzione di un pensiero critico idoneo ai tempi e a quella “battaglia delle idee” che Fidel ha definito come strategica nella lotta per la costruzione di un altro mondo migliore: il socialismo.[8]

Lottare per rimettere in auge un pensiero critico vuol dire “armarci” di un’ideologia e di una teoria rivoluzionaria idonea a contrarrestare la guerra psicologica, culturale e mediatica portata avanti dai mezzi di comunicazione, da non pochi professori allineati ai dettami di Washington e che sono utilizzati per trasformare i giovani e i lavoratori in “idioti utili dell’imperialismo” asserviti allo stile di vita statunitense; secondo come ha affermato in un suo articolo Raul Antonio Capote, ex agente della sicurezza di Stato cubana.[9]

Fu proprio un funzionario del Dipartimento di Stato, Francis Fukuyama, che sintetizzò quanto quivi esposto, vale a dire il trionfo ideologico e l’implementarsi della guerra di “IV generazione” attraverso la doppia formula di “economia di mercato + democrazia liberale”.

Ciò nondimeno, va detto che, all’indomani della crisi strutturale del capitalismo cominciata nel 2008, siffatta formula non è più credibile: la cosiddetta “economia di mercato” fu confutata dagli aiuti multimiliardari che gli stati-nazione a capitalismo avanzato hanno concesso per salvare le loro banche e i loro oligopoli, là dove la cosiddetta “mano invisibile” del mercato neoliberista se né andata a farsi friggere.

Della cosiddetta “democrazia liberale”, non se ne vede nessuna traccia, se pensiamo a quanto avviene tutti i giorni in Colombia, in Messico e in Paraguay, contro i movimenti popolari che si oppongono democraticamente, pacificamente e giustamente contro le politiche di espropriazione portate avanti dai governi allineati agli USA nei loro territori.[10] Sempre che non si voglia parlare di “democrazia liberale” il poter votare ogni quattro anni per un candidato scelto da Washington, costatiamo che tale formula viene spolverata dai mezzi di comunicazione allineati alla guerra di “IV generazione” per dare addosso ai governi popolari, come nel caso dei paesi membri dell’ALBA-TCP.

Va detto che, nonostante quello che affermano i mezzi di comunicazione internazionali, a parte i governi dell’ALBA-Tcp, è evidente come in “Nuestra América”, e più specificamente se pensiamo a quei paesi che fanno parte dell’Alleanza del Pacifico (Messico, Panama, Colombia e Perù), ogni qualvolta si presenta un candidato politico alternativo, che mette in serio pericolo gli interessi statunitensi nella regione, ecco che immediatamente la mano visibile della Roma americana, attiva i propri sicari, mercenari e assassini – attraverso la CIA – per abbattere fisicamente, sindacalisti, studenti, operai e attivisti sociali. Questo è il caso della Colombia e del Messico, ma non solo. Anche paesi come il Paraguay non è da meno, se pensiamo al ruolo strategico che lo Stato sionista israeliano svolge – inteso come braccio armato dell’imperialismo yankee – da sempre nel Cono Sur latinoamericano.[11]

Di fronte a tale scenario, pensare che i mezzi di comunicazione possano svolgere un ruolo d’informazione reale e onesta in merito a quanto sta accadendo, è pensare qualcosa di realmente impossibile. La stampa internazionale non solo si dimostra insufficiente nel far conoscere la realtà di quanto accade, ma svolge un ruolo chiave in quello che è l’addottrinamento dei popoli lavoratori in tutto il pianeta; quindi, anche in Italia.

Non si può fare a meno di porre l’accento, inoltre, sul cosiddetto “senso comune” imperante nelle nostre società occidentali, accuratamente fabbricate dal nemico, come del resto lo evidenzia Fernando Buen Abad, in una sua intervista in merito all’industria della comunicazione e della cultura del capitalismo, che ha come obiettivo quello di estirpare alla radice una qualsivoglia idea – o semplice sogno – nel quale sia possibile costruire un sistema politico, economico e sociale alternativo a quello presente oggi.[12]

Non sorprende, a questo punto, che le scienze sociali, come i mezzi di comunicazione, siano stati “colonizzati” dall’ideologia dominante borghese e che, quindi, non offrano nessun elemento per ridisegnare e ripensare criticamente la nostra realtà, intesa come idea teorica e pratica-trasformatrice; fomentando, così, comportamenti di rassegnazione o di fatalismo, tutti quanti – infine – compiacenti e funzionali allo stato di cose presenti. Dovuto a tale precedente, le scienze sociali e i mezzi di comunicazione sono diventati lo strumento principale per legittimare e giustificare il capitalismo e la sua civiltà della barbarie basata – non per ultimo – sullo sfruttamento del petrolio.

In questo senso vediamo come giustificano le loro politiche di espropriazione e saccheggio dei popoli lavoratori – sia nel centro dell’impero che nella periferia – con termini (o categorie) come: “mercato”, “economia”, “lotta contro il terrorismo”, “lotta contro il narcotraffico”, “guerre umanitarie”, “aiuti umanitari”, “globalizzazione”, ecc.

Tale congiuntura, obbliga i movimenti popolari di tutto il mondo – anche qui in Italia – nel cercare di trovare una via d’uscita da questo marasma analizzando le ragioni intrinseche di questa crisi del capitalismo, di carattere strutturale e, quindi, basata sulla crisi di sovrapproduzione e sulla caduta (tendenziale) della tassa di profitto.

Ecco, pertanto, l’importanza della “battaglia delle idee”, e di quello che Fernando Buen Abad ha definito – correttamente – in un suo articolo come la ricerca della costruzione di una “dottrina diplomatica tra i popoli” idonea ai tempi.[13]

Alla fine del Diciannovesimo secolo José Martì ebbe a dire che “De pensamiento es la guerra que se nos libra; ganémosla a fuerza de pensamiento”. Ovviamente che con queste parole l’apostolo dell’indipendenza di Cuba non pretendeva assolutamente sminuire l’importanza delle “altre guerre” che allora si stavano attuando contro il suo popolo e contro tutti i lavoratori del mondo.

Guerre come le pressioni e il sabotaggio economico, il paramilitarismo, le minacce imperialiste, come quelle portate avanti da Obama attraverso il decreto imperiale contro la Repubblica Bolivariana del Venezuela, e – non per ultimo – le minacce di una guerra tra Repubbliche sorelle, come lo sono la Colombia e il Venezuela, o le provocazioni imperialiste nell’Eseguibo, non possono essere ignorate da quei movimenti popolari che anche qui in Italia hanno deciso coscientemente di sostenere il processo d’indipendenza politica dei paesi dell’ALBA-Tcp nei confronti dell’imperialismo USA, nemico dell’umanità.

Insomma, Martì insisteva non poco su un punto essenziale che conviene rilevare per non perderlo di vista: per trionfare in siffatta battaglia – su fronti diversi – era imprescindibile vincere il nemico nel campo decisivo delle idee. Senza una vittoria in questo campo, era inutile pensare di poter vincere le altre battaglie.

Così come ebbe a dire anche Antonio Gramsci, qualche decennio più tardi, l’emancipazione da parte degli oppressi necessita, nel campo delle idee, di almeno due fattori: primo, un’interpretazione contro-egemonica della società attuale e della sua crisi, vale a dire, un’analisi dettagliata di ciò che è il capitalismo, svelando i suoi occulti meccanismi di espropriazione e mostrandolo per quello che realmente è: un prodotto storico e transitorio; secondo, individuare una via d’uscita, un’alternativa che renda possibile la fuoriuscita dalla crisi. Senza una diagnosi distinta e alternativa a quella dominante e senza un progetto di trasformazione che renda possibile attivare una via d’uscita, le lotte di emancipazione dei popoli oppressi e dei lavoratori corrono il pericolo di schiantarsi contro gli ostacoli quivi menzionati. Non basta l’intollerabile sofferenza prodotta dalla situazione attuale per prendere coscienza di un cambio strutturale del sistema economico, politico, sociale e culturale nel quale viviamo: affinché i dannati della terra e i lavoratori si mobilitino e si organizzino devono per lo meno comprendere che non solo un altro mondo migliore è necessario, ma che questo sia possibile, che le loro proteste, le loro lotte, possono essere coronate, giacché possibili e viabili. Contro questa possibilità il neoliberalismo si è prodigato dal secondo dopo guerra in poi – e nello specifico dal crollo dell’URSS – là dove hanno creato la fallacia consegna che “non c’è nessuna alternativa” al capitalismo e al neoliberalismo, attraverso l’implementarsi delle cosiddette concezioni “post”: post-marxismo, post-strutturalismo, post-modernismo, ecc.

Sicché, la centralità che Fidel assegna alla “Battaglia delle Idee” risponde precisamente a questo tipo di considerazioni. Nella stessa direzione s’inserisce la riflessione di chi fu il segretario del Partito comunista d’Italia, Antonio Gramsci, quando poneva l’accento sull’importanza della battaglia culturale nella lotta per il superamento storico del capitalismo.

In ogni caso, vale la pena ricordare che il pensiero critico martiano sintetizzava con eloquenza due tesi centrali della tradizione marxista. La prima, espressa da Marx e Engels nella Ideologia tedesca, dove si diceva che “Le idee dominanti in una società sono quelle della classe dominante”. La seconda, enunciata da Lenin, la quale affermava che “senza teoria rivoluzionaria non esiste pratica rivoluzionaria”. Lenin, scriveva, altresì, e ci sembra importante rilevarlo che, di fronte ad una certa persistenza di una tendenza anti-teorica e apolitica nei movimenti di sinistra, “niente è più pratico di una buona teoria”.

Le tesi di Marx ed Engels si rifanno ai vari scritti del giovane Marx, e nella fattispecie, sulla “Questione ebraica”, dove sono esaminati i dispositivi con i quali la borghesia stabilisce la sua supremazia attraverso la diffusione della propria concezione del mondo in tutti i settori della popolazione. Ecco che in questa maniera il dominio della borghesia si “spiritualizzava”, diventando “senso comune” e penetrando, così, in seno alla società nel suo insieme, vale a dire nelle sue classi subalterne affinché “pensassero” e “interpretassero” la realtà oggettiva attraverso le categorie intellettuali e morali dei propri oppressori. Cosicché, il pensiero borghese s’impossessava, secondo l’interpretazione fatta da Gramsci, della “solidità delle credenze popolari”, rafforzando, di fatto, il suo dominio.

Insomma, così come lo sottolinea in non pochi suoi scritti e conferenze Atilio Boron, non tutto il pensiero che critica una realtà è da considerarsi come pensiero critico. Sono parecchie le critiche che, in realtà, sono compatibili col sostegno della società borghese e che non fanno paura al nemico. Uno di queste è senz’altro il cosiddetto ecologismo o il “capitalismo verde”, un pericoloso ossimoro che postula la difesa dell’ambiente senza comprendere che questo è assolutamente impossibile sotto un sistema che considera la natura come una merce e come una fonte strategica per il proprio macchinario tecnologico-industriale. L’ecologismo capitalista è un pensiero che si presenta come critico ma che, di fatto, non lo è. Lo stesso vale per coloro che si scandalizzano di fronte al capitalismo, ma si limitano attaccando le “politiche neoliberali” facendo una distinzione, che non esiste, tra un capitalismo “selvaggio” e uno dal “volto umano”. Differenza che non esiste, se pensiamo che da quando questo si è strutturato, attraverso la sua accumulazione originale, spiegata con dovizia di particolari storici da Marx nel XIII capitolo del Capitale, questo sistema si è contraddistinto per via delle sue barbarie, che tuttora imperversano nel pianeta.

Ora anche tali credenze di cui ci parla Gramsci fanno altrettanto parte della guerra culturale, psicologica e mediatica che l’imperialismo perpetua sui popoli lavoratori, se pensiamo alla conseguenza politica che generano tali affermazioni: se si critica al neoliberalismo e basta, il capitalismo è tratto in salvo, giacché ci si può appellare a modelli di ricambio come il keynesianismo, il neokeynesianismo o – come avviene in America Latina – attraverso il cosiddetto “desarrollismo”, sviando, così, dalla necessità storica della Rivoluzione.

Pertanto, ciò che distingue il pensiero critico, che devono adottare i movimenti popolari che sostengono i processi di emancipazione sociale e politica in corso in tutta “Nuestra América”, è la prospettiva, ovvero, il punto di vista dal quale si formula la critica. Questo per una ragione molto semplice: è la prospettiva che determina la profondità dei nostri sguardi, indicandoci l’orizzonte dove svolgere il nostro cammino.

Sicché, svolgendo alla conclusione, è necessario porci alcune domande per proseguire il nostro lavoro e che potrebbero essere le seguenti:

Vogliamo esaminare lo stato di cose presenti nella sua totalità, come un’articolazione complessa e in perenne movimento, nell’ambito economico, politico, sociale e culturale, o lo vogliamo fare attraverso la sterile prospettiva accademica delle scienze economiche, della politologia, della sociologia e dell’antropologia?

Vogliamo continuare a credere alle fallacie dei mezzi di comunicazione asserviti all’impero o pensiamo sia giunto il momento, come popolo lavoratore italiano, come classe operaia, come giovani ribelli e come movimenti popolari, di unirci al vento caldo che soffia dal sud del mondo e ricostruire un pensiero critico, una diplomazia tra i popoli che veda il raggiungimento dell’emancipazione politica e sociale, per tutti i popoli lavoratori del mondo?

[1] Lectio Magistralis di Atilio Boron durante l’incontro “Unasur e le nuove sfide dell’integrazione latinoamericana”, Quito, 19 giugno 2012 https://www.youtube.com/watch?v=_ApN_wmFkGw

[2] Per ulteriori informazioni in merito all’Alleanza del Pacifico, vedi articolo di Alessandro Pagani su AlbaInformAzione http://albainformazione.com/2015/07/09/alleanzadelpacificotpp/

[3] Ana Esther Ceceña, Sujetizando el objeto de estudio, o de la subversiòn espistemològica como emancipaciòn, in: Los desafios de las emancipaciones en un contexto militarizado, CLACSO, Buenos Aires, Argentina, 2006 http://bibliotecavirtual.clacso.org.ar/ar/libros/grupos/cece/Ana%20Esther%20Cece%F1a.pdf

[4] Sul concetto di “SMART POWER” degli Stati Uniti contro Cuba socialista vedi l’intervista in allegato di Geraldina Colotti a Raul Antonio Capote, “Sono stato un agente cubano infiltrato nella CIA” tratta da Il Manifesto http://ilmanifesto.info/sono-stato-un-agente-cubano-infiltrato-allinterno-della-cia/

[5] Riguardo al concetto di “Rappresentazione strategica della minaccia” vedi allegato Sonia Winer, “Paraguay, la Tripla Frontiera e la rappresentazione imperiale dei pericoli”, http://www.vocesenelfenix.com/content/paraguay-la-“triple-frontera”-y-la-representación-imperial-de-los-peligros

[6] A riguardo vedi in allegato “Leopoldo Lopez condannato a 13 anni e 9 mesi: giustizia è fatta”, di Alessandro Pagani, tratto da AlbaInformAzione, 12 settembre 2015 http://albainformazione.com/2015/09/12/leopoldo-lopez-condannato-a-13-anni-e-9-mesi-giustizia-e-fatta/

[7] Vedi Discorso di Fidel Castro durante la Conferenza dell’ ONU su ambiente e sviluppo, Rio de Janeiro, Brasile, 1992 http://www.cubadebate.cu/opinion/1992/06/12/discurso-de-fidel-castro-en-conferencia-onu-sobre-medio-ambiente-y-desarrollo-1992/#.Vgo8yrSTZig

[8]La battaglia delle idee, la nostra ara politica più potente, proseguirà senza tregua. Discorso pronunciato dal Presidente Fidel Castro Ruz, Primo Segretario del Comitato Centrale del Partito Comunista di Cuba e Presidente di Stato e dei Ministri, sull’attuale crisi mondiale, nel prendere l’incarico nella sessione costituente dell’Assemblea Nazionale del Potere Popolare, nella sua Sesta Legislatura. La Habana, 6 marzo 2003, “Anno del glorioso anniversario di Martì e del Moncada”. Versione tachigrafica. Consiglio di Stato, https://cdamcheguevara.files.wordpress.com/2012/06/fidel_castro_-_la_batalla_de_ideas.pdf

[9] A riguardo vedi intervista in allegato a Raul Antonio Capote, “Yo fui uno de los creadores del paquete audio visual contra Cuba” tratto da Las razones de Cuba, 14 luglio 2015 http://razonesdecuba.cubadebate.cu/articulos/“yo-fui-uno-de-los-creadores-del-paquete-audiovisual-contra-cuba”/

[10] A riguardo vedi in allegato l’articolo di Hernando Calvo Ospina, “Statu quo, narcotráfico y guerra sucia, tratto da Rebelión, 24 settembre 2015, http://www.rebelion.org/noticia.php?id=203634

[11] A riguardo vedi in allegato “Mercenarios israelíes en Paraguay”, tratto da Resumen Latinoamericano, 18 dicembre 2012, http://www.resumenlatinoamericano.org/2013/12/26/mercenarios-israelies-en-paraguay/

[12] Vedi allegato Fernando Buen Abad, “In America Latina ci sono basi militari e basi mediatiche”, tratto da TeleSUR, 1 giugno 2015 http://www.telesurtv.net/bloggers/En-America-Latina-hay-bases-militares-y-bases-mediaticas-20150601-0002.html

[13] Vedi allegato, Fernando Buen Abad, “La dottrina diplomatica dei popoli”, tratto da TeleSUR http://www.telesurtv.net/bloggers/Doctrina-Diplomatica-de-los-Pueblos-20150815-0002.html

Allerta che cammina…la Misiòn Milagro in Africa

unknown1Di Alessandro Pagani (ANROS Italia)

“Sessant’anni fa, proprio in questi stessi giorni, in queste stesse ore, si consumò l’atto terrorista più grande della storia. Un vero e proprio genocidio commesso dall’imperialismo nordamericano; Sessant’anni fa esplodevano le bombe atomiche nelle città di Hiroshima e Nagasaki. Rammentiamo con tristezza siffatti eventi e rendiamo tributo alle vittime di quegli atti terroristi di carattere squisitamente genocida; rendiamo omaggio al dolore, e segnaliamoli come le azioni terroristiche più grandi che ricordi la storia. Oggi, a distanza di Sessant’anni, come allora in mezzo a quei popoli quivi summenzionati furono fatte esplodere quelle bombe atomiche per seminare la morte; Oggi, dove siamo riuniti, nella Valle di Caracas, sta esplodendo una bomba atomica per la vita: la Gioventù del mondo è qui presente!” Queste sono le parole del comandante Hugo Chávez durante la cerimonia di apertura del Sedicesimo Festival Mondiale della Gioventù e degli Studenti che si svolse a Caracas dal 8 al 12 agosto del 2005. Oggi a distanza di dieci anni da quell’evento, un’altra “bomba per la vita” è in procinto di esplodere: la Missione “Milagro Negro”, testamento politico e rivoluzionario che Chávez ha lasciato nelle mani di tutti i sinceri rivoluzionari di tutto il pianeta. Il testamento è chiaro: salvare i’umanità dalle guerre e dalla fame, dalle malattie e dalla miseria, attraverso progetti medico-sociali come la Misiòn Milagro. Ma andiamo per ordine e cerchiamo di comprendere con più precisione di cosa tratta questa missione, nata nel 2004 dall’idea di Fidel Castro e Hugo Chávez.

La Missione Miracolo: morale e luce verso il pieno diritto a vivere dignitosamente

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La “Missione Miracolo”, è un’iniziativa congiunta dei governi rivoluzionari della Repubblica di Cuba e della Repubblica Bolivariana del Venezuela. Trattasi di una campagna con un grande contenuto sociale e umanitario, che non fa nessuna discriminazione di carattere sociale, razziale, religioso, politico o di età tra i pazienti. Le operazioni che sono effettuate nelle condizioni oggettive presenti nei paesi dove si agisce – tutte realizzate in forma gratuita – stanno curando non poche malattie oftalmologhe presenti in quei cittadini del “sud” del mondo. Dal 11 agosto del 2004, giorno nel quale ebbero inizio le prime cinquanta operazioni, Cuba ha lanciato una vera è propria battaglia per la vita per salvaguardare e far tornare la vista in Dieci anni a non meno di Sei milioni di malati latinoamericani che non potevano essere curati nelle cliniche mediche – quasi tutte private – che popolano l’America Latina e i Caraibi, e che sono considerate “zona rossa” per gli umili e i dannati della terra. Siffatta operazione medica cubana, è ricordata come il Convegno di Sandino, là dove medici e lavoratori della salute cubani, attraverso l’utilizzo della tecnologia e dei più avanzati e moderni strumenti oftalmologici, sono riusciti a creare le condizioni per operare ogni anno a circa 1 milione di pazienti. Tutto questo all’interno dell’Alternativa Bolivariana per i popoli di Nostra America (ALBA-TCP). Oggi, a distanza di oltre Dieci anni, come afferma la giornalista italiana Marinella Correggia: “Nella Missione Miracolo partecipano 165 istituzioni cubane”. Inoltre, la Missione Milagro, “dispone di una rete di 49 centri oftalmologici con 82 postazioni chirurgiche in 14 paesi dell’America Latina e dei Caraibi. Ci sono missioni miracolo in Venezuela, Bolivia, Costa Rica, Ecuador, Haiti, Honduras, Panama, Guatemala, Saint Vincent e Granadine; Guyana, Paraguay, Granada, Nicaragua e Uruguay”. Il primo paziente della Missione Milagro, un giovane adolescente venezuelano di nome Samuel, fu operato l’11 agosto del 2004. Samuel viveva nel Cerro Antimano, nel municipio Libertador a Caracas assieme a sua madre, suo padre e ai suoi quattro fratelli. Non c’è narrazione migliore di quella di Katiuska Blanco, Alina Perera e Alberto Nuñez nel loro libro “Voces del Milagro”, pubblicato dalla casa editrice Abril dell’Avana nel 2004 per descrivere la poesia e l’amore alla vita che si evince da tali politiche medico-sociali portate avanti dai governi rivoluzionari di Cuba e Venezuela. “La vita nel Cerro trascorre come quella di una lumaca, che entra ed esce lentamente dal proprio guscio, trascinandosi su e giù per quelle vecchie e squattrinate scalinate di quell’umile vicinato. Il viale principale si congiunge con una stradina e l’altra. Infondo a questo labirinto di strade e vicoli arriviamo davanti alla casa di Samuel, il primo bimbo venezuelano operato a Cuba di cataratta congenita e che da oltre dieci anni gli offuscava il suo fragile mondo infantile. Non poteva andare in bicicletta, ne guardare la televisione; non poteva leggere, scrivere o disegnare; non poteva giocare a baseball, a calcio e nemmeno restare per un tempo prolungato fuori di casa; non poteva andarsene in giro per conto proprio. In vita sua, non era mai riuscito a vedere con nitidezza il viso di sua madre, dei suoi fratelli e di suo padre, che fu anch’esso curato a Cuba dopo trent’anni di cecità. Una volta portate a termine le operazioni, fu la prima volta che questi riuscirono vedersi in faccia. Sua madre viveva in Tacagua, un quartiere assai più complicato di Antimano 2 nel quale ora vivono. Il Cerro, che ricorda a una dea Aragua, è uno dei quartieri più difficili presenti nella città di Caracas. In seguito alla complicazione di un’operazione chirurgica precedente, realizzata con l’aiuto economico di una religiosa del Hogar del Junquito, Eucaris, la madre di Samuel, non aveva rinunciato al sogno di operare di nuovo a suo figlio Samuel Gonzalez. Fu proprio, il medico cubano della Missione Barrio Adentro presente in quel quartiere che gli aprì la strada per il viaggio verso la luce (…). Oggi, in seguito all’operazione, Samuel può finalmente entrare e uscire di casa senza l’aiuto di nessuno. Può apprezzare la bellezza di un albero o di un animale. Può accarezzare ai suoi due cagnolini. Può giocare come tutti gli altri bambini a baseball o a calcio. Non esistono più ostacoli tra lui e i suoi sogni di studiare, che ora potranno realizzarsi senza nessun problema(…). Sua madre vuole ringraziare a Chávez e a Fidel: “Quando ci dissero che saremmo partiti per Cuba non riuscii a trattenere la mia emozione da quanto ero contenta. Nel contempo, ero assai preoccupata di dover lasciare soli gli altri miei quattro figli per poterne curare uno. Si trattò di una decisione assai difficile. Dato che sono una persona umile e con poche risorse, devo ringraziare a Fidel e a Chávez per avermi concesso l’opportunità di operare a mio figlio Samuel e a Chávez gli dico: che dio ti benedica, che Dio ti moltiplichi per tutto il bene che stai facendo ai poveri, perché sei il primo Presidente che si preoccupa davvero per i poveri”

Una Missione Milagro Negro in Africa è un dovere morale

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L’Organizzazione Mondiale della Salute (OMS), ha riconosciuto recentemente che in Africa su una popolazione totale di 805 milioni di abitanti il 15% sono ciechi, l’8,3% sono Ipovedenti. Questi dati obbligano tutti noi a riflettere su quello che dovrebbe essere la missione di non pochi paesi a capitalismo avanzato come l’Italia in Africa. Invece ciò che abbiamo davanti ai nostri occhi è la più completa ottusità e indifferenza da parte del nostro paese che, evidentemente, preferisce spendere i propri soldi in tecnologia militare e in politiche d’ingerenza, atte allo sfruttamento del continente africano, piuttosto che attivarsi in politiche sociali e in missioni mediche per seminare la luce e l’amore alla vita a milioni di “Samuel” in tutta l’Africa. Questo non è, però, il caso dei governi rivoluzionari dei paesi membri dell’ALBA-TCP e nella fattispecie del governo cubano e venezuelano, vere e proprie avanguardie nella lotta per la vita; non solo in America Latina ma anche nella nostra Madre Africa. Cuba e Venezuela con il progetto “Missione Miracolo”, stanno dando attenzione medica e benessere a milioni di persone in tutta l’America Latina, nei Caraibi e non solo. Oggi vediamo come non poche centinaia di Brigate Mediche cubane stanno distribuendo attenzione medica in molte regioni del continente africano. Questo è il caso delle brigate mediche cubane presenti in Sierra Leone e che hanno sconfitto l’ebola nel silenzio “assordante” di quei mezzi di comunicazione allineati alla guerra mediatica e psicologica portata avanti dagli Stati Uniti contro i paesi membri dell’ALBA-TCP e nella fattispecie contro Cuba, Venezuela, Ecuador e Bolivia. Ora, l’eroica attività dei medici e lavoratori della salute cubani in Sierra Leone non è un caso isolato, giacché nasce da una politica che viene da lontano e che nessun mezzo di comunicazione può nascondere. Missioni mediche che sono presenti in moltissime regioni del pianeta e che dovrebbero ricevere il premio nobel per la pace Nell’ottobre 2005, il governo dell’Avana inviò 2000 professionisti sanitari in Pakistan, installando Trenta ospedali da campo che assistettero più di 1,5 milioni di persone, in seguito al terremoto avvenuto nel paese asiatico. In seguito al terremoto in Indonesia del 27 maggio 2006, Cuba inviò 135 medici e una delegazione che assistette 1000 pazienti al giorni nell’isola di java, fermandosi per un totale di otto mesi. Nel dicembre 2007, Cuba celebrò il raggiungimento di un milione di pazienti dall’America Latina, Caribe e Africa che hanno recuperato o migliorato la vista grazie all’ Operazione Milagro, essendo un fatto unico nella storia dell’umanità, grazie alla collaborazione dei governi rivoluzionari di Cuba e Venezuela. Il 20 novembre 2008, Cuba e Angola si accordarono per la formazione di oftalmologi del paese africano sotto l’istruzione di specialisti cubani nel segno dell’ Operazione Milagro”, scrive Marinella Correggia. La Missione Milagro Negro, ha come obiettivo di prestare attenzione medica a quegli oltre cinquanta milioni di persone che in tutto il continente sono considerati disabili visivi. Un dovere storico e morale per tutti i sinceri rivoluzionari che lottano per un mondo basato sulla pace con giustizia sociale e che rammentano con rammarico l’accumulazione originale del capitale e lo sfruttamento realizzato dall’Europa in tutto il continente africano in questi ultimi Cinquecento anni. Per questo la necessità che si metta in piedi un progetto politico, sociale e medico che ponga in essere nuove triangolazioni nel mezzo della cooperazione e amicizia tra i popoli dell’ALBA-TCP, dell’Italia e dell’Africa; là dove questi ultimi devono essere quelli che devono ottenere il maggior beneficio dalla missione. Nostro compito come popolo lavoratore italiano, come attivisti sociali e sinceri rivoluzionari e quello di metterci al servizio di questa missione, che va verso la costruzione di un mondo dove la giustizia sociale sia la legge del futuro e dove lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e sulla natura sia solo un brutto retaggio del passato.

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Per questo che ANROS Italia attraverso il patrocinio politico e morale dell’Ambasciata della Repubblica Bolivariana del Venezuela e del Consolato Generale della Repubblica Bolivariana del Venezuela a Napoli hanno consegnato al Primo Presidente operaio di Nostra America, il compagno Nicolas Maduro, la bozza del progetto della Missione “Milagro Negro”. Trattasi di un progetto che in realtà ha avuto già un precedente, se pensiamo al primo incontro che avvenne il 17 giugno del 2013 tra Maduro e il Papa Francesco, nel quale il governo della Repubblica Bolivariana del Venezuela aveva proposto alla Santa Sede, di unirsi ai popoli della Patria Grande in siffatta Missione. Il progetto da allora ha preso forma, attraverso il lavoro di non poche compagne e compagni del movimento di solidarietà e di appoggio alla Rivoluzione Bolivariana del Venezuela e che nel progetto bolivariano e martiano di una Patria Grande latinoamericana, vedono il cammino luminoso verso la costruzione di un nuovo ordine mondiale multipolare, multilaterale, multiculturale e multicentrico basato sul socialismo del XXI secolo, quello stesso socialismo che ebbe a definire il Comandante Eterno Hugo Chávez e che i popoli di Nostra America chiamano “nuestro socialismos” sottolineando come la costruzione di un mondo migliore deve essere libero da ogni dogma. Che è la base per poter realizzare oggi il Testamento Politico di Hugo Chávez, quello di seminare la luce della speranza ai popoli del Tricontinente.

Alerta que camina…la Misión Milagro en Africa

unknown1Por Alessandro Pagani (ANROS Italia)  

“Hace 60 años, por estos mismos días, a esta misma hora ocurrió el acto terrorista màs grande que recuerde la historia, un verdadero genocidio cometido por el imperialismo norteamericano; hace 60 años explotaron las bombas atómicas, como sabemos, en Hiroshima y en Nagasaki. Recordamos con pesar aquellos días, y rendimos tributo a las víctimas de aquellos actos terroristas genocidas, rendimos tributo al dolor y condenamos aquellos actos; los señalamos como uno de los actos de terrorismo más grande que recuerde la historia. Hoy 60 años después, así como en aquellos pueblos explotaron aquellas bombas atómicas para la muerte, hoy, aquí, en el valle de Caracas está explotando una bomba atómica para la vida: la juventud del mundo està aquí!”.

Estas son las palabras del comandante Hugo Chávez en la inauguración del 16° Festival Mundial de la Juventud y los Estudiantes, desde el Patio de Honor de la Academia Militar, Fuerte Tiuna, el 8 de agosto del 2005. Hoy, hace 70 años de aquel acto de terrorismo genocida que mencionaba hace 10 años el Comandante Chávez, en estos mismos días, otra “bomba atómica para la vida” está explotando: la Misión “Milagro Negro”, legado politico y revolucionario que Chávez dejò en las manos de todos los auténticos revolucionarios de cada rincón y esquina revolucionaria del planeta. El legado es muy claro: salvar a la humanidad y el mundo de las guerras y el hambre, de las enfermedades y la pobreza; a través de proyectos médico-sociales como la Misión Milagro. Ahora bien, intentamos analizar e investigar bien dicha misión, que fue creada por la obra genial del Fidel Castro y Hugo Chávez en el 2004.

La Misiòn Milagro: moral y luces hacia el derecho pleno y absoluto al vivir bien

 misic3b3nmilagroLa Misiòn Milagro es un programa médico que nació por iniciativa de los gobiernos revolucionarios de la Republica de Cuba y de la Republica Bolivariana de Venezuela. El proyecto se destaca por su grande e importante contenido social y humanitario, en el cual no hay ninguna distinción social, de raza, religiòn, politica o de edad entres los pacientes. Las operaciones se realizan en las condiciones objetivas que se encuentran en el país donde los médicos trabajan, siempre en forma gratuita, y están curando muchas enfermedades oftalmológicas presentes en aquellos ciudadanos de la “periferia” del mundo. Desde el 11 agosto del 2004, dìa en el cual se brindò atención médica a las primeras cincuenta personas en América Latina, Cuba ha declarado una verdadera batalla para sembrar la vida y sus médicos desde aquel entonces están trabajando con esmero para curar las enfermedades visuales de más de seis millones de ciudadanos latinoamericanos que hasta aquella fecha nunca fueron atendidos en las clínicas médicas de América Latina y el Caribe, en la mayoría casi todas privadas, , en las cuales los pueblos humildes de “Nuestra América” ni siquiera pueden acceder. Dicha Misión médica cubana, se recuerda como el Conveño de Sandino, donde los médicos y los trabajadores de la salud cubanos, a través del utilizo de la tecnologia y los instrumentos oftalmológicos más modernos, crearon las condiciones para poder atender cada año a más de un millón de pacientes. Hay que subrayar que todo esto se realizó también con el auspicio de la Alternativa Bolivariana para los Pueblos de Nuestra América (ALBA-TCP). Hoy, hace 10 años, según dijo la periodista italiana Marinella Correggia:

En la Operación Milagro participan 165 instituciones cubanas. Dispone ya, de una red de 49 centros oftalmológicos con 82 puestos para cirugía en 14 países de la America Latina y Caribe. Hay Misiones de la Operación Milagro en Venezuela, Bolivia, Costa Rica, Ecuador, Haití, Honduras, Panamà, Guatemala, Saint Vincent y Granadina, Guyana, Paraguay, Granada, Nicaragua y Uruguay”.

El primer paciente de la Misión Milagro fue Samuel, un niño venezolano que fue operado en Cuba de una catarata congénita y que “desde hace diez años nublaba su frágil mundo infantil”. El vivía con sus padres y sus hermanos y según la maravillosa interpretación narrativa de Katiuska Blanco, Alina Perera y Alberto Nuñez en su proprio libro “Voces del milagro” que se publicò en el 2004 por la Casa Editorial Abril de la ciudad de La Habana:

“El, no podía montar bicicleta ni mirar largo rato la televisión, tampoco hacer lecturas prolongadas, escribir, dibujar, o colorear con soltura; no le permitían jugar metra, ni pelota, ni estar mucho tiempo fuera de la casa, ni alejarse solo. Nunca había podido definir con nitidez los rostros de su mamá, sus cincos hermanos y su papà, quien también fue atendido en Cuba luego de más de 30 años de sombras. Cuando les retiraron las vendas, fue la primera vez que se vieron y se conocieron en su vida. Su mamá vivia antes en Tacagua, un lugar más difícil que este de Antìmano 2, el cerro que recuerda a una reina, a una diosa Aragua, y es de los más excluidos de la ciudad de Caracas. Tras complicarse una intervención quirúrgica anterior, realizada con ayuda económica de unas religiosas del Hogar del Junquillo, Eucaris no había podido soñar con el intento de volver a operar a su hijo Samuel González. El médico cubano de la Misión Barrio Adentro les abrió el camino para el viaje a la luz”.

Cabe destacar que, finalmente, Samuel, después de la atención médica que le brindaron en forma gratuita en Cuba, puede ver “a los lejos, los àrboles y las casitas del cerro cercano”, puede acariciar “sus dos perros” y conversar con los demás sobre la “pelota, sobre sus deseos de aprender, de estudiar, que ahora podrán cumplirse por la vista recuperada y las oportunidades de las misiones”.

Su mamá quiere agradecerle a Chávez y a Fidel:

“Cuando nos dijeron que íbamos para Cuba me emocioné, yo no hallaba qué hacer, porque dejar cuatro niños para curar uno, es una decisión difícil, fue una decisión muy fuerte para mí. Como soy una persona de tan bajos recursos, le doy gracias a Fidel y a Chávez por la oportunidad de operar e mi hijo Samuel, y a Chávez le digo: que Dios te bendiga, que Dios te multiplique por todo el bien que le estàs haciendo a los pobres, porque es el primer Presidente que se preocupa en verdad por los pobres (…)”.

Una Misión Milagro Negro en Africa es un deber moral para todos los revolucionarios.

145427311-1e1dd3e4-3b3b-4160-9039-736e11b51962 La Organización Mundial por la Salud (OMS, por su sigla en inglés), recientemente ha declarado que en el medio de la población total que vive en Africa, el 15% son ciegos, el 8,3% son ipovedentes. Estos datos nos obligan a hacer algunas reflexiones y consideraciones sobre las misiones que los países a capitalismo más avanzado, como es la Italia, deberían desarrollar en su propria agenda politica. Sin embargo, lo que se plantea por parte de los países o instituciones como Italia, EE.UU y la Union Europea es la más completa indiferencia e incapacidad en el querer resolver de verdad dichos problemas. Lo que vemos es que a pesar de los recursos económicos que tienen dichos países e instituciones, se prefiere utilizar sus propios capitales en proyectos tecnológico-militares, con el intento de implementar la injerencia y el saqueo de las tierras y los pueblos de nuestra Madre Africa, cuando estos recursos podrían ser invertidos en proyectos médicos para sembrar la luz a los millones de “Samuel” en Africa.

Ahora bien, esto, finalmente, no es el caso de los Gobiernos revolucionarios de los países miembros del’ALBA-TCP y en lo especifico del gobierno cubano y venezolano, faros en la lucha por la vida en toda America latina y en Africa.

Cuba y Venezuela, a través del proyecto “Misión Milagro”, están brindando atención médica y bienestar a millones de personas en toda América Latina, en el Caribe y también en otros rincones del planeta. Hoy en dia, vemos como centenares de Brigadas Médicas Cubanas están brindando la màs alta y auténtica atención medica en muchas regiones de Africa. Así es el caso de las Brigadas Médicas Cubanas que lucharon en la Sierra Leon contra la enfermedad del Ebola, derrocándola definitivamente, a pesar del silencio “asordante” de la mayoría de los medios de información mundial, subalternos a la guerra mediàtica y psicològica llevada adelante por parte de EE.UU y con la intención de manipular la opinión publica internacional contra los Países miembros del’ALBA-TCP y en lo especìfico contra Cuba Venezuela, Ecuador y Bolivia. Ahora bien, el trabajo heròico de los médicos y los trabajadores de la salud cubanos en Sierra Leon no es algo de nuevo; pues que, nace por medio de una politica desarrollada hace mucho tiempo y que a pesar del sabotaje mediàtico, ningún periodista al servicio del imperio puede ocultar.

Estas misiones médicas que estan presentes en muchos países y regiones de todo nuestro planeta deberían recibir el Premio Nobel por la Paz.

“En octubre 2006, el gobierno de la Habana envió 2000 profesionales sanitarios en Pakistán, instalando 30 hospitales de campo que asistieron a màs de 1,5 millones de personas, luego del terremoto ocurrido en el país asiático. Luego del terremoto en Indonesia del 27 de mayo 2006, Cuba envió 135 médicos y una delegación que ayudó a 1000 pacientes al día en la Isla de Java, quedándose por un total de ocho meses. En diciembre 2007, Cuba celebró el alcanzar un millón de pacientes de la América Latina, Caribe y África que han recuperado o mejorado la vista gracias a la Operación Milagro, constituyendo un hecho único en la historia de la humanidad, gracias a la colaboración de los gobiernos revolucionarios de Cuba y Venezuela. El 20 de noviembre 2008, Cuba y Angola hicieron un acuerdo para la formación de oftalmólogos del país Africano bajo la instrucción de especialistas cubanos en el ámbito de la Operación Milagro”, según escribió Marinella Correggia.

La Misiòn Milagro, tiene como objetivo prestar atención médica a más de 50 millones de personas en todo el continente africano. Esta misión resulta ser un deber histórico y moral que todos los verdaderos revolucionarios que luchan por un mundo mejor, con paz y justicia social, deben cumplir como su proprio deber, para sanar, así, la deuda histórica que tenemos con los pueblos de Africa, debido a la así llamada acumulación originaria que el capitalismo europeo ha implementado a través de la explotación de los recursos naturales y humanos en Africa. Por eso la necesidad urgente de activar un proyecto politico, médico y social, en el marco de las nuevas triangulaciones y de la cooperación y amistad entres los pueblos de los países miembros del ALBA-TCP, de los movimientos sociales en Italia y con los pueblos trabajadores de Africa. Todo esto, con el objetivo de que estos últimos sean los que màs se puedan beneficiar de dicho proyecto. Así que, enhorabuena, el deber principal que nos espera como pueblo trabajador italiano, como movimientos sociales que respaldan al proyecto bolivariano y martiano de una Patria Grande , es de ponernos “rodilla en tierra”, como diría nuestro Comandante Eterno, Hugo Chavez, al servicio de dichas misiones medico-sociales, y que por cierto van hacia la construcción de un nuevo òrden mundial en el cual la paz, la justicia y la igualdad social deben representar las leyes de nuestro futuro, y donde la explotación del hombre sobre el hombre y la naturaleza sean borradas completamente de las relaciones sociales, políticas, económicas y financiaras del mundo. 62769-logonuevoanros 08.45.49Por eso, finalmente, ANROS Italia, a través de su presidente, Emilio Lambiase; con el auspicio politico y moral de la Embajada de la Republica Boivariana del Venezuela, y de su Embajador, el Dr. Julian Isaias Rodriguez Diaz y su Consejero Politico, el Dr. Alfredo Viloria; a través del auspicio del Consulado General de la Republica Bolivariana del Venezuela en Napoles y su Cònsul General, la Dra. Amarilys Gutierrez Graffe, han entregado al Primer Presidente Obrero de Nuestra América, el compañero Nicolas Maduro, el proyecto sobre la Misiòn “Milagro Negro”. Cabe destacar, sin duda, que dicho proyecto tiene su proprio antecedente en la visita que el compañero Presidente Nicolas Maduro diò en la Santa Sede, cuando en el pasado 17 de junio del 2013 fue recibido por parte del Papa Francisco y allá propuso a Bergoglio de hacerse parte de dicha misión. Desde aquel entonces el proyecto se ha desarrollado a través del trabajo de muchos activistas del movimiento de solidaridad y apoyo a la Revolución Bolivariana del Venezuela y el proyecto bolivariano y martiano de una Patria Grande latinoamericana. Todo esto también gracias,  al buen trabajo presente en el centro y sur de Italia, gracias a la articulación que se puso en marcha entre dichos movimientos populares y la diplomacia del pueblo llevada adelante por los dignos representantes de las instituciones diplomáticas de la Republica bolivariana de Venezuela presentes en Roma y en Nápoles, y que fueron capaces de construir un fuerte y heterogéneo bloque de fuerzas progresistas y revolucionarias, que por medio de proyectos de cooperación y de amistad entres los pueblos están dando una lección histórica y politica sobre lo que debería ser el internacionalismo; según como lo explican también Fidel, el Che y Chávez.

Objetivo común, a través de la proyección de la Misión Milagro en Africa es intentar acelerar las fuerzas progresivas hacia la construcción de un nuevo orden mundial, multipolar, multicultural, multicéntrico y multilateral, basado sobre el socialismo del siglo XXI, y que Chávez y los pueblos de Nuestra América definen como “nuestros socialismos”, destacando, así, la importancia que la Revolución no puede ser una “copia y calco” de otros procesos, si no obra genial y autentica que nace de las condiciones objetivas y subjetivas que se encuentran en cada país a nivel geografico y temporal.

Entres los propulsores de dicho proyecto en Italia, cabe mencionar la figura del Prof. Francesco Scelzo, Presidente del Movimento Apostòlico Ciegos (M.A.C.), que ha aceptado de partecipar en forma orgànica a este proyecto y de llevarle toda la experiencia desarrollada en Africa, en más de 40 años de trabajo social y asistencial entre las poblaciones africanas.

Dall’Alleanza del Pacifico all’Accordo del Transpacifico: quali sono le prospettive per l’America Latina e i Caraibi?

AlleanzaPacificoPrima di cominciare ad analizzare la politica estera degli Stati Uniti del Nord America attraverso l’Alleanza del Pacifico e l’Accordo Transpacifico (TPP), è necessario analizzare la ratio con la quale gli USA, si sono inseriti all’interno della cosiddetta globalizzazione finanziaria con la pretesa di dirigerla. Sia Fukuyama con i suoi discorsi altisonanti di “esportazione della democrazia”, sia Huntington con la definizione fuorviante di “scontro tra civiltà”, non solo si sono fatti portavoce di concetti astratti o poco idonei per comprendere il mondo nel suo divenire, ma rappresentano anche un ostacolo al dialogo pacifico per la pace e l’amicizia tra i popoli.

 

Influenzati da siffatte concezioni, gli Stati Uniti si ritrovano, oggi, senza una strategia idonea ai nuovi tempi. Se da una parte cercano, infatti, di difendere, la loro posizione egemonica; d’altro canto, è anche vero che questi non hanno un piano credibile per diffondere il proprio ordine mondiale, giacché il sistema economico e finanziario capitalista è giunto ormai all’estremo.

Pertanto – secondo non pochi analisti e opinionisti – l’unica opzione che la Roma americana (secondo le categorie utilizzate allora dallo stesso José Marti per definire gli Stati Uniti), ha ancora a portata di mano, per recuperare il proprio dominio imperialista, sembra proprio che sia una guerra di tipo convenzionale. Ciò nonostante, l’idea di impantanarsi in un’altra guerra di lunga durata (in un nuovo Vietnam, per intenderci), assieme all’alto costo che questo provocherebbe, sono alcune delle ragioni per le quali gli Stati Uniti non si sono tuttora gettati in un intervento diretto e hanno preferito, invece, di provocare conflitti di tipo micro – regionali, dove a farne da padroni sono quegli squadroni paramilitari o quei governi allineati ai loro interessi.

Il principale problema che Washington ha da risolvere è che gli Stati Uniti non sanno cosa realmente potrebbe avvenire qualora si lanciassero in un conflitto armato e, nello specifico, contro chi dovrebbero utilizzare tutto il loro potenziale tecnologico e militare? Contro i Russi o i Cinesi? o contro entrambi? Ora, se è vero che gli strateghi militari del Pentagono sono una banda di criminali e terroristi che meriterebbero di essere trascinati di fronte alla Corte Penale Internazionale dell’AJA, d’altra parte, è altresì vero che costoro sono consapevoli che la Federazione Russa o la Repubblica Popolare cinese non sono affatto l’Irak, l’Afganistan o la Libia e che, pertanto, nell’epoca delle “guerre senza limiti”, una guerra ad alta intensità rappresenterebbe una scelta disastrosa per gli obiettivi di dominio imperialista del capitale. Portare il mondo ai limiti di una catastrofe nucleare, dissolverebbero in pochi secondi i profitti che si nascondono dietro a tutte le guerre di carattere imperialista che scoppiano e che – come ebbe a dire Lenin – sono orchestrate con il fine di saccheggiare le risorse naturali del Paese che è aggredito; ovvero, per distruggere e ricostruire le infrastrutture con i capitali delle proprie imprese transnazionali.

Insomma, una guerra termonucleare disintegrerebbe sia le risorse naturali e umane in pochi secondi, e il capitale non può permettersi questo, giacché il principale interesse non è di estinguere la specie umana (anche se talvolta sembra questa sia la loro tendenza predominante), bensì di sfruttarla, attraverso quello che Marx definì – correttamente – come “lavoro astratto”. Cosicché il Pentagono, di fronte a tale scenario, ha attuato la dottrina militare della guerra di “Quarta Generazione”; vale a dire, di una catena di guerre di tipo micro – regionale (vedi: Afganistan, Irak, Siria, Ucraina), e mai una guerra simmetrica, che provocherebbe senz’altro un intervento diretto di altre potenze militari come la Russia e Cina. Sicché, vediamo come la mancanza di una strategia bellica ben definita da parte degli USA – assieme al fatto di aver perso la leadership come prima economia del mondo: la Cina ha superato gli Stati Uniti da parecchio tempo – abbia messo in serio pericolo la sopravvivenza degli interessi nazionali statunitensi che sono, principalmente, quelli delle multinazionali transnazionali, della finanza, dell’industria tecnologica – militare e delle lobbie che decidono la politica interna ed estera di Washington. In questo senso va letto, da una parte, il colpo di Stato in Ucraina, dove gli Stati Uniti hanno sostenuto militarmente ed economicamente alle bande paramilitari neofasciste di “Settore Destro”; e dall’altra parte, la politica aggressiva portata avanti dagli stessi in tutto l’Emisfero Occidentale, contro i Paesi membri dell’ALBA-TCP, in generale, e Cuba, Venezuela ed Ecuador, nella fattispecie.

Ed ecco che, proprio per queste ragioni, vediamo come gli Stati Uniti sono sempre più propensi a svolgere il loro sguardo anche in quello che hanno sempre considerato come il loro “giardino di casa”: l’America Latina e i Caraibi. Questo per molteplici ragioni, tra queste vi è il fatto che l’America Latina rappresenta geograficamente il confine tra centro e periferia dell’Impero e che è assai ricca di tutte quelle risorse naturali utili ad alimentare quella stessa industria bellica statunitense che abbiamo menzionato.

Ora, questa politica imperialista si pone in essere quando vediamo come, per esempio, l’aquila fascista del Nord cerca di spezzare la consolidazione di alleanze strategicamente importanti per la realizzazione del sogno bolivariano e martiano di una Patria Grande in quella che José Martì ebbe a definire come “Nuestra América”; vale a dire: la creazione di una Confederazione di Repubbliche sovrane e indipendenti dagli Stati Uniti del Nord America. In questo senso, va analizzato lo sforzo degli USA di scardinare le nuove triangolazioni che si sono concretate all’interno di blocchi regionali tra i “Sud” del mondo; ovvero: la creazione di organismi internazionali come l’ALBA-TCP, l’UNASUR, la CELAC, i BRICS e il G77+la Cina. Ergo: per contrarrestare suddette istituzioni, Washington ha creato parallelamente altre organizzazioni micro – regionali come l’Alleanza del Pacifico tra Messico, Colombia, Perù e Chile e l’Accordo del Transpacifico nel sud est asiatico.

Per comprendere a fondo la politica degli Stati Uniti nella regione “Asia – Pacifico” e, quindi, anche in America Latina e nei Caraibi, è importante soffermarci ad analizzare il concetto di “sguardo verso il Pacifico”, o se preferiamo, “verso il Sud” e che vanno interpretati attraverso la genesi storico e politica delle relazioni interamericane; là dove risulta evidente un’evoluzione perversa e inquietante dei rapporti stessi. Ebbene, quando analizziamo la formazione degli Stati Uniti del Nord America, va ricordato che essi hanno sempre rivolto i loro interessi – il loro “sguardo” – in direzione del Pacifico (Asia) e verso il Sud (America Latina).

Una volta portato a termine il processo di “conquista del grande Ovest” – attraverso il genocidio delle popolazioni ancestrali nordamericane – e di saccheggio e occupazione di oltre metà del territorio messicano (California, Nuovo Messico, Colorado, Nevada, Texas, Florida, sono territorio messicani!), cominciarono a proiettarsi verso il Pacifico, mettendo in piedi una proiezione geopolitica e strategica che andava oltre il Pacifico: verso l’Asia. Insomma, se concentriamo le nostre ricerche verso la storia delle Relazioni Internazionali, dalla Dottrina Monroe fino al crollo dell’URSS, dagli anni Novanta del secolo passato fino a oggi; se analizziamo siffatte relazioni, vediamo come taluni progetti che sono stati sviluppati dopo la “fine” della guerra fredda, allorché si parlava già del ruolo da protagonista che in pochi anni avrebbe svolto la Cina, l’India e il Giappone nel campo delle relazioni commerciali, e quindi di come, concretamente, l’Asia e il Pacifico avrebbero rappresentato nei sogni imperialisti dei neo conservatori negli Stati Uniti, il “Nuovo Continente” dove l’aquila del Nord avrebbe dovuto svolgere il proprio sguardo, comprenderemo non poco l’insieme della politica estera della Casa Bianca di oggi.

Ed ecco che, proprio per questa ragione, gli USA hanno fabbricato a livello mediatico -fomentando la guerra psicologica come arma di tipo non convenzionale – i “Nuovi Nemici” della cosiddetta “democrazia” a stelle strisce e che sono rappresentati da quei Paesi che possono creare nuove geometrie (o triangolazioni) all’interno delle relazioni internazionali e, nello specifico, nell’asse Sud – Sud all’interno del “continente” Asia – Pacifico (America Latina, Cina e Russia). Trattasi, invero, di una “rivoluzione passiva” (secondo le categorie utilizzate da Antonio Gramsci), o se si preferisce, di una “controrivoluzione conservatrice” che gli Stati Uniti del Nord America stanno cercando di portare avanti a scapito del progetto di unità e integrazione latinoamericana e caraibica oggi in pieno sviluppo in tutto l’Emisfero Occidentale. Orbene, da quando è sorta suddetta Alleanza del Pacifico e svolgendo le nostre attenzioni agli attori che fanno parte di siffatta alleanza, è difficile non accorgersi che quattro dei Paesi membri sono rappresentati da Governi che avevano già firmato in precedenza accordi bilaterali di tipo economico e militare con Washington.

Nel campo economico, tutti avevano firmato il Trattato di Libero Commercio – il TLC – con gli Stati Uniti. A livello militare, questi avevano concordato di rinunciare alla propria giurisdizione territoriale in nome della cosiddetta (e mai attuata!) “guerra al narcotraffico”. Stiamo parlando – ovviamente – del Messico di Felipe Calderon, della Colombia, nel momento stesso che si era prodotto un “cambio” dovuto alle elezioni presidenziali tra Alvaro Uribe e Manuel Santos; quest’ultimo aveva firmato non pochi accordi di grande interesse per gli USA nel campo strategico – militare. Molti di questi accordi si consolidarono ancor di più in seguito al Vertice delle Americhe che si realizzò in Colombia nel 2011. Nel caso del Perù, nonostante il “cambio” di governo, e rammentando che l’iniziativa inizialmente fu di Alan Garcia, il Governo di Olanda Humala non fece nulla per invertire tale politica; anzi, la incrementò dandogli una parvenza legale e istituzionale. Anche in Cile con la vittoria della cosiddetta destra “moderata” cilena di Piñera al potere, furono firmati non solo taluni accordi militari, ma anche il già noto TLC con gli Stati Uniti. Scopo di tale politica statunitense – attraverso questi accordi raggiunti – era quella di porre le basi per un’ Alleanza del Pacifico come parte di un “nuovo” progetto di Egemonia Corazzata di Coercizione (secondo la definizione utilizzata da Antonio Gramsci), attuo a dividere e dominare l’Emisfero Occidentale, e per sfiancare – infine – gli sforzi di integrazione e unità latinoamericana; di costruzione di nuovi paradigmi verso la costruzione di un Nuovo Ordine Mondiale multipolare, multicentrico, multiculturale, che oggi sono all’ordine del giorno nelle discussioni dei movimenti sociali, dei governi e dei paesi che conformano istituzioni come l’ALBA-TCP, la UNASUR e la CELAC. Come se questo non bastasse, Barack Obama ha accettato di farsi portatore per quegli interessi nazionali quivi summenzionati; cioè, di portare a compimento la missione di costituire il Trattato del Trans Pacifico (TTP), là dove – guarda caso – i referenti latinoamericani sono gli stessi che già fanno parte dell’Alleanza del Pacifico. Mentre i Paesi asiatici soci degli Usa sono il Giappone, l’Indonesia e le Filippine. Invero, quando cerchiamo di analizzare in profondità la strategia militare degli Stati Uniti nell’Emisfero Occidentale, rappresentata dal “Gruppo di Santa Fe”, vediamo come questa si basi sul presupposto che le Forze Armate Nordamericane devono concentrarsi nell’area dell’ Asia – Pacifico”, attraverso il pretesto di appoggiare e proteggere i propri soci in quello che loro definiscono come “sicurezza degli interessi nazionali” in America Latina e nei Caraibi contro il narcotraffico.

Ciò nondimeno, ciò che in realtà gli Stati Uniti vogliono, non è debellare il traffico di droga, bensì di impossessarsi di quelle risorse naturali imprescindibili per il sostegno effettivo di tutto il loro macchinario economico – militare, che abbiamo già analizzato prima. Ora, non c’è dubbio che questi elementi assai preoccupanti, fanno pensare che quando vediamo che attraverso la guerra mediatica e psicologica si cerca di creare un nemico che, secondo la congiuntura può essere la Rivoluzione Bolivariana in Venezuela, la Rivoluzione Cubana o la Rivoluzione Cittadina in Ecuador, dietro vi è senz’altro una controffensiva imperialista e fascista per sgretolare e – infine – distruggere progetti come l’ALBA-TCP, la UNASUR e la CELAC; vale a dire: la libera e giusta emancipazione dei popoli dal giogo imperialista. In questo senso, vanno interpretate quelle politiche sempre più aggressive contro il Venezuela del Primo Presidente Operaio di “Nuestra América”, Nicolas Maduro e contro la Rivoluzione Cittadina in Ecuador; il blocco genocida contro Cuba socialista, la “Colombianizzazione” del Messico; il “golpe istituzionale” in Paraguay; la questione dei cosiddetti “fondos buitres” in Argentina e il colpo di Stato fascista in Honduras; il ritorno in auge della Quinta Flotta degli Stati Uniti e l’aumento della presenza militare statunitense in America Latina, attraverso la creazione di nuove basi militari nordamericane in Colombia e nella Triple Frontera tra Uruguay, Argentina e Paraguay; il subdolo tentativo (scartato dal Congresso e dalla Corte Suprema colombiana) di far entrare questo Paese nella NATO, rappresentano dei precedenti assai gravi e preoccupanti in una regione dichiarata da UNASUR come territorio di pace. Sicché nel mezzo di una crisi strutturale (e non congiunturale!) del sistema finanziario capitalista, dovuto principalmente dalla cosiddetta caduta (tendenziale) della tassa di profitto – che Marx spiega con precisione nel Capitale -, la Casa Bianca sta cercando di porre in essere una ristrutturazione delle proprie priorità geopolitiche verso “l’area Asia – Pacifico”, passando, finanche, per l’assoggettamento di quello che costoro definiscono, ancora, come il proprio “patio trasero”: l’America Latina e i Caraibi.

Le ragioni sono semplici, e se non basta quanto detto fino a ora – a rischio di essere ridondanti – è necessario sottolineare ancora che gli Stati Uniti abbisognano per alimentare il proprio sistema economico, finanziario e militare di dominio a livello mondiale dell’America Latina; là dove, la presenza di non poche risorse strategiche (minerali, acqua dolce, biodiversità e petrolio) rappresentano il sostegno di quello che molti analisti e opinionisti amano definire come “complesso tecnologico e militare nordamericano”. Ora, se dinanzi a tutto questo aggiungiamo l’importanza che la regione riveste a livello mondiale; se pensiamo che in America Latina siano presenti gli unici transiti e scali tra l’Atlantico e il Pacifico; se pensiamo che la Cina e la Russia stanno invertendo tutte le proprie energie nella realizzazione di un Grande Canale Interoceanico tra l’Atlantico e il Pacifico, come nella costruzione di un importante scalo industriale – marittimo nel porto de L’Avana (Cuba), comprendiamo, allora, l’ansia degli Stati Uniti di scardinare queste nuove triangolazioni tra i Paesi membri dell’ALBA-TCP la Russia e la Cina stessa attraverso l’incremento della guerra a bassa intensità in Venezuela.

D’altro canto, è altresì chiaro, pertanto, l’importanza da parte dei popoli lavoratori latinoamericani – se vogliono raggiungere il sogno bolivariano e martiano di una Patria Grande latinoamericana, verso la seconda e definitiva indipendenza, il loro impegno rivoluzionario deve passare attraverso il consolidamento di queste nuove relazioni internazionali, sulla base del rafforzamento dell’integrazione e dell’unità latinoamericana, che solo può avvenire attraverso una rottura rivoluzionaria del sistema capitalista e delle sue principali categorie – come la “legge del valore” nelle relazioni commerciali internazionali – verso un sistema basato sulla pace con giustizia sociale, su l’amicizia, la solidarietà e la cooperazione tra i popoli di tutto il mondo; primo passo per la costruzione dei “Nuestros socialismos” in America Latina e in tutto il mondo.

di Alessandro Pagani, storico e scrittore

Esclusivo per Cubadebate

Attualità del pensiero politico del Che

che_guevara_html1Cosa significa oggi il pensiero politico di Ernesto Che Guevara? Ecco la domanda che ci poniamo in questa complessa congiuntura politica internazionale, e a distanza di 87 anni dalla sua nascita (14 giugno 1928), quando è giunto il momento di scegliere, parafrasando Rosa Luxemburg, tra socialismo o barbarie.

di Alessandro Pagani

In termini semplici possiamo affermare che secondo noi il Che, non è semplicemente quello delle fotografie, delle magliette o delle statue, ma piuttosto il Comandante Ernesto Che Guevara; eterno guerrigliero eroico. Pertanto, quell’altro Ernesto Che Guevara, è, invero, una riduzione della sua dimensione universale, ragione per cui preferiamo orientare i nostri studi, la nostra prospettiva, verso un Che, politico, economista, poeta e guerrigliero dell’amore, in difesa di quei popoli oppressi che lottano contro ogni imperialismo e neocolonialismo; alla ricerca continua del superamento del conflitto capitale-lavoro a partire dal proprio “Io”, cercando di costruire “l’uomo nuovo”, come prima tappa verso l’assalto al cielo.

Quel Che, conduttore politico, emancipatore sociale, che sognava di abbattere il potere plutocratico e le oligarchie nazionali che impedivano lo sviluppo pieno e assoluto dei popoli in quello che doveva essere, altresì, la creazione di una grande Federazione di popoli e Governi latinoamericani e che Simón Bolívar ebbe a definire: Patria Grande. Questo è il Che nel quale ci rivediamo, quello che proteggeva l’economia nazionale cubana, quando fu ministro dell’industria e dell’economia a Cuba, là dove manifestava che solo con la giustizia e l’eguaglianza sociale, solo attraverso il superamento di talune delle principali categorie economiche e finanziarie capitaliste (la Legge del Valore in primis) saremmo giunti alla costruzione dei “nuestros socialismos”, e solo attraverso di questi, saremmo giunti – non per ultimo – alla costruzione di una grande Federazione di Repubbliche libere dal giogo imperiale della Roma americana (secondo le categorie utilizzate da José Martí). Quel Comandante Che Guevara che agiva in funzione dell’unità di classe, della solidarietà e l’amicizia tra i popoli lavoratori, dell’internazionalismo rivoluzionario, della lotta contro l’imperialismo (inteso come fase superiore del capitalismo e analizzato con precisione da Lenin); rompendo le frontiere geografiche e – finanche – mentali che allora imperversavano in America Latina e non solo. Egli criticava nella prassi la concezione stessa di “repubblichine delle banane” – che tanto piacevano a Washington – invitando a battersi per una grande nazione di Repubbliche e che egli – come prima di lui Bolívar e Martí – ebbe a definire come Patria Grande. Trattasi di un Che antioligarchico, antimperialista, antidogmatico e, quindi, detestato dagli Stati Uniti e nello specifico dalla CIA e dal Pentagono, come lo sono ancora Bolívar e Gramsci, se sappiamo leggere con attenzione il documento di Santa Fe IV, nel quale Simón Bolívar e Antonio Gramsci sono definiti “un pericolo per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti”.

D’altro canto, è necessario individuare un progetto attuale del pensiero politico del Che. Ebbene, se noi ci poniamo la domanda: è possibile fare una sintesi del pensiero critico di Ernesto Che Guevara e materializzarlo nel presente? Possiamo senz’altro affermare che il Che, cercava di portare avanti un progetto nel quale si sarebbe dovuta costruire un’America Latina basata sulla Pace con Giustizia Sociale, senza sfruttamento dell’uomo sull’uomo e di questo sulla natura; dove fossero state abolite quelle catene invisibili che alienano e imprigionano gli uomini; quelle che – di fatto – trasformano gli uomini in pure merci di scambio. Ecco, dunque, secondo il Che, il bisogno di realizzare una rottura rivoluzionaria con le principali categorie economiche capitaliste, come la legge del valore all’interno delle relazioni economiche, commerciali e finanziarie in campo internazionale e nella fattispecie all’interno dei paesi del campo socialista di allora; ivi compreso, l’Unione Sovietica. Ecco la necessità di abolire le differenze di classe, ergendo a meta-norma – inteso come principio internazionale – il diritto dei popoli oppressi a sollevarsi con le armi contro la barbarie del capitale. Sicché, anche il Che, come prima di lui Simón Bolívar e José Martí, s’impegnò affinché fosse riconosciuto il diritto dei popoli alla “Guerra Justa”, e che oggi si riflette nella Resistenza dei popoli latinoamericani, in particolare di quello cubano e venezuelano contro le politiche d’ingerenza, di aggressione degli Stati Uniti; contro la guerra di Quarta Generazione (o guerra senza limiti), che Washington, attraverso il Dipartimento di Stato, la CIA e il Pentagono, perpetuano contro i popoli e i lavoratori in tutto il Tricontinente (America Latina, Africa e Asia); con lo scopo di portare a termine il saccheggio delle ricchezze del pianeta.

Nel pensiero politico del Comandante Ernesto Che Guevara, troviamo – senza dubbio – il concetto di autodeterminazione dei popoli; di giustizia sociale, dignità, democrazia e potere popolare.

Sicché tutto il pensiero e la vita del Comandante Ernesto Che Guevara è un inno alla vita, all’autodeterminazione dei popoli e alla costruzione della Patria Grande; una grande e forte Federazione di Paesi, governi e popoli legati dall’amicizia e la fratellanza, dalla cooperazione e dall’internazionalismo. Una cooperazione basata sulla solidarietà, che non deve essere quella di una società “protettrice degli animali” (parafrasando Antonio Gramsci), e come del resto lo sono – effettivamente – le politiche portate avanti dai paesi del centro imperialista (UE e USA) nei confronti della periferia (quella stessa periferia che ogni giorno che passa si fa sempre più centro strategico ed esempio di lotta e speranza per tutti i popoli e i lavoratori coscienti nel mondo). Per questo la necessità di porre in essere un nuovo modello di cooperazione e solidarietà internazionale tra i popoli, attraverso l’esempio che viene da quello che ancora oggi rappresenta per tutti un faro e un esempio di libertà: Cuba Socialista, con le sue importanti missioni mediche in Africa (e non solo); delle sua missione “Yo, si puedo” che ha reso possibile l’alfabetizzazione di circa 8 milioni di persone in tutto il mondo; oppure la “Operación Milagro” che ha curato la vista a milioni di latinoamericani in meno di dieci anni. Ecco, dunque, un esempio concreto – di cooperazione all’interno di quello che i politologi definiscono le nuove triangolazioni (America Latina – Cina – Russia) e il nuovo paradigma SUR–SUR e che di certo sono un interessante punto di partenza per il superamento delle principali categorie e leggi capitaliste quivi summenzionate.

Se qualcuno dovesse domandare una definizione precisa sul Comandante Ernesto Che Guevara, potremmo affermare che in lui spicca la visuale di un notevole statista politico, di un grande economista e filosofo; di un importante pensatore politico. Di un grande guerrigliero e combattente rivoluzionario comunista, là dove a muovere il suo fucile non era il suo braccio, in un movimento spontaneo di riflessi e pulsioni, ma il suo pensiero critico del reale, vale a dire quella teoria rivoluzionaria che già altri grandi rivoluzionari nella storia (come Lenin, Fidel, Mao Tse-Tung, Ho Chi Minh e il Comandante Von Nguyen Giap) seppero trasformare in prassi per la trasformazione dello stato di cose presenti. La politica che guida le armi, come spiegò il Generale Giap, ma prima ancora lo stesso Fidel, e non le armi che guidano la politica, come vorrebbero far credere certi pennivendoli al servizio del nemico: l’imperialismo yankee.

Sicché, il Che è anche quel rivoluzionario che seppe far proprio quei principi etici e morali che tanto predicano talune borghesie “illuminate” (che tanto illuminate non sono) senza però saperle mettere in pratica: la lotta contro la corruzione, contro il burocratismo, contro il non lavoro e che in una società socialista si trasforma in parassitismo e vigliaccheria.

Il Che rappresenta – oggi – il forgiatore di un Nuovo Diritto Internazionale americano, lo stratega di una guerra rivoluzionaria, dell’unità civica-militare all’interno della lotta contro la guerra mediatica, economica e psicologica che gli Stati Uniti del Nord America portano avanti nell’emisfero occidentale. Tutto il suo ideario politico e rivoluzionario è il motore per un nuovo paradigma, oggi così in auge in America Latina e che si chiama “Nuestra América”.

Dunque, il pensiero politico del Che – come quello di Simón Bolívar e Martí, di Marx, Lenin e Fidel – è quello dell’utopia come base per andare avanti verso quell’orizzonte bolivariano e martiano che è la “Patria Grande”; che supera il concetto geografico di America Latina e Caraibi, per abbracciare e coinvolgere tutti i popoli in lotta in ogni angolo del pianeta.

Per raggiungere tale meta è necessario che ogni rivoluzionario sia capace di sentire la sofferenza dell’altro essere umano sulla propria pelle e, quindi, il dovere di ogni rivoluzionario di attuare una trasformazione sociale, là dove le condizioni oggettive e soggettive lo permettano. In questo senso, il Che si riferisce al volo verso l’orizzonte; dell’assalto al cielo, del “deber ser y debemos cumplir”, che è l’essenza di ogni rivoluzionario che in ogni angolo del mondo lotta contro ogni genere di ingiustizia; parafrasando il Che potremmo affermare che a tutti noi tocca “di essere realisti, di ricercare l’impossibile”, perché del “possibile” se ne stanno già occupando le classi borghesi al potere, gli Stati Uniti del Nord America e l’Unione Europea, intesi come blocchi imperialisti rappresentanti di un più sofisticato e complesso blocco plutocratico e finanziario che dirige l’ordine internazionale.

Sicché, siffatta lotta per ottenere l’impossibile deve sempre guardare avanti, verso l’orizzonte, confutando concetti inquietanti come la “fine della storia” di Francis Fukuyama e che gli eventi storici hanno dimostrato – nei fatti – di essere erronei; e cioè, che oggi più che mai la lotta di classe e quindi la battaglia delle idee (parafrasando Fidel Castro), vale a dire: la lotta ideologica tra teoria rivoluzionaria e teoria borghese, è ancora in auge. Le guerre imperialiste, lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e sulla natura, lo scontro capitale–lavoro, la lotta di classe non sono da considerarsi un “incidente della storia”, ma rappresentano la sua essenza, giacché – come ebbe a dire Marx – la storia dell’umanità è sempre stata lotta di classe; laddove la Rivoluzione d’Ottobre – passando da Spartaco alla Comune di Parigi – rappresenta lo spartiacque tra preistoria e storia contemporanea.

Insomma, quello che crediamo sia importante è cominciare a porre in essere un’analisi dialettica del pensiero critico del Che; poiché l’uomo, inteso come soggetto che vive una propria crisi interiore del conflitto capitale-lavoro, abbisogna della ricerca continua di quel orizzonte rivoluzionario, di trasformazione socio-politica, verso la costruzione di una società basata sulla giustizia e l’eguaglianza sociale, dove i rapporti sociali non subiscano l’alienazione tipica che caratterizza l’odierna società tardo capitalista; dove gli esseri umani, per il loro ruolo all’interno del sistema di produzione capitalista, non si trasformino in pure merci.

Ed ecco, pertanto, la necessità di lottare al fianco dei popoli della cosiddetta periferia dell’impero e impegnarci anche qui in Europa nella realizzazione di quel sogno bolivariano e martiano che è la costruzione di una “Patria Grande”, sostenendo istituzioni e organismi internazionali come l’ALBA, UNASUR e la CELAC, come modello alternativo all’Unione Europea delle banche e che possano porre fine alla crisi strutturale del capitalismo; verso la costruzione di un mondo migliore che solo può essere nel Socialismo.

Desde la Alianza del Pacifico hacia un acuerdo del Transpacifico.

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Cuales perspectivas para America Latina y el Caribe? 

por Alessandro Pagani

Antes de analizar la politica exterior de EE.UU en America Latina mediante la Alianza del Pacifico y el Acuerdo Transpacifico (TPP, por su sigla en Inglés), es necesario analizar el marco conceptual con el cual EE.UU. han entrado en la globalización financiera con la pretesa de dirigirla. Tanto el Fukuyama con su “exportación de la democracia” como la definición de “choque de civilizaciones” de Huntington, resultarón ser completamente infructuosos en sus propias incapacidades de comprender el mundo y llevar a los argumentos de los demás como algo con que dialogar pacíficamente. Quemado por los hechos de estos dos pensamientos, los EE.UU. se quedaron sin ningún tipo de estrategia. Trataron de mantener su posición hegemónica, pero ya no tienen un plan creíble para su proprio orden mundial, ya que al parecer el sistema económico y financiero capitalista ha llegado al extremo. Por lo tanto, parece que por la Roma americana, la única alternativa para recuperar su dominio imperial podría ser una guerra. Sin embargo, la idea de empantanarse en otra guerra de larga duración (en un nuevo Vietnam) junto con el mayor costo que tendrían que soportar son las razón por la que todavía no hemos visto un intervención directa de EE.UU. El principal problema para los EE.UU., es que ellos no saben exactamente lo que va a suceder una vez armado el conflicto y, especialmente, contra quien tendrán que descargar su poder tecnológico y militar? Contra los rusos o los chinos? O contra ambos? los estrategas militares del Pentágono que si es cierto que son una banda de criminales y terroristas que merecían juzgados en la Corte Penal Internacional del Aja, también saben que la Federación de Rusia y la Republica Popular de China no son Irak, Afganistán o Libia y que en la era de las guerras no convencionales, seria un desastre para los objetivos de dominación imperiales del capital, llevar el mundo a una catástrofe nuclear, que ademas desolveria la posibilidad de aprovecharse de los intereses reales de cualquier guerra imperialista que – como diría Lenin – son hecha para saquear los recursos naturales de un país y para derrocar sus infraestructuras y luego reconstruirlas con los capitales de su propias impresas transnacionales. Una guerra termonuclear no solo desolveria los recursos naturales si no también la misma especie humana, y los capitalistas no tienen en sus propios intereses de Estado hacer desaparecer la especie humana (aunque si tal vez parece así!) si no de aprovechar de ella a travez de lo que Carlos Marx solía definir “trabajo abstracto”. Así que el Pentágono puse en marcha la doctrina militar de la guerra de “Cuarta Generación”  cruzada por guerras microregionales como las que tienen lugar en Ucrania o en Siria, pero nunca con una intervención directa por parte de EE.UU, que ademas causaría una reacción a la par por parte de otras grandes potencias militares como Rusia y China, dando lugar a algo de impreveible. Sin embargo, la faltanza de una fuerte estrategia de guerra de EE.UU., en paralelo con el hecho de haber perdido el papel de primera economía del mundo (China ha superado a los EE.UU. desde hace bastante tiempo) pone en serio peligro la sobreviviencia de los intereses de Estado norteamericanos. Así que por estas (y otras) razones EE.UU. fomentaron el golpe de Estado en Ucrania, apoyando militarmente y económicamente a los paramilitares fascistas de Sector Derecho. En este mismo sentido hay que colocar la politica agresiva contra America Latina, considerada desde el 1823 como su proprio “patio trasero”. Asimismo, parece que la águila fascista del Norte quiere derrumbar también la consolidación de alianzas estratégicamente muy importantes (por la realización del sueno bolivariano y martiano de una Patria Grande en Nuestra América) con China y Rusia, en el marco de organismos internacionales como el G77+China, la UNASUR, la CELAC,  el ALBA-TCP y los BRICS. Para contrarrestar estas instituciones, Estados Unidos crearon otras organizaciones regionales como la Alianza del Pacifico entre Mexico, Colombia, Perú y Chile y el Acuerdo Transpacifico. El concepto de la “mirada hacia el Pacifico”, y por ende “hacia el Sur” son conceptos bastante conocidos a nivel histórico  pero tal vez parece que han tenido una renovación y también una aceleración muy grave en los últimos años. Cuando se mira a la formación de los EE.UU, siempre se ubicaron con una mirada hacia el Pacifico (Asia) y hacia el Sur (America Latina). Una vez que completaron el proceso de “conquista del Oeste”, pasando sobretodo a través del genocidio de todos los pueblos ancestrales norteamericanos, y luego a través el despojo de más de la mitad del territorio mexicano, ya empezaron a tener una proyección hacia el Pacifico, dando pasos a una proyección geoestrategica y geopolítica más allá del Pacifico; en Asia. Ahora bien, si miramos a la historia de las relaciones interamericanas desde la Doctrina Monroe hasta la caída de la URSS, desde la década del Noventa del siglo pasado hasta hoy. Si hoy miramos a dichas relaciones veamos como proyectos que vienen desarollandose desde la fin de la guerra fría,  cuando ya se venia hablando sobre el nuevo papel protagónico de China, India y Japón en las relaciones comerciales, y donde se venia hablando por ende de como Asia-Pacifico iba a ser considerado como el “nuevo continente” del siglo XXI. Hoy en día en la politica de EE.UU se está creando la imagen que los “nuevos enemigos”  sean sin duda aquellos Países que pueden conformar nuevas geometrias (o triangulaciones) en las relaciones internacionales en el eje Asia-Pacifico y que pueden atentar contra la hegemonía estadounidense en el hemisferio occidental. En este sentido se puede entender la creación  por mando del presidente peruano Alan Garcia, de fundar una Alianza del Pacifico en medio de los acuerdos latinoamericanos. Una verdadera “revolución pasiva” (en el sentido de las categorías que solía utilizar Antonio Gramsci), o “revolución conservadora” en pleno desarrollo en la unidad latinoamericana y en la construcción de una Patria Grande latinoamericana. Desde cuando surgiò esta alianza del Pacifico y mirando sobretodo a los actores que conforman esta alianza llama mucho la atención que los cuatros gobiernos involucrados tenían todos políticas económicas y militares comunes con Estados Unidos. En lo económico  todos habían firmado el Tratado de Libre Comercio (TLC) con Estados Unidos. En lo militar, todos estos países tenían acuerdos bilaterales con EE.UU. Mexico, sobretodo, tenia un acuerdo bilateral con Estados Unidos en la “guerra al narcotraffico” y que había empezado el presidente de Mexico, Felipe Calderon. En el caso de Colombia, adonde había producido un “cambio” entre Alvaro Uribe y Manuel Santos, este ultimo había llegado a acuerdos muy importantes por Estados Unidos a nivel militar, muchos de los cuales se consolidaron aun mas en la Cumbre de las América que se hizo en Colombia en el 2011. En el caso de Perú  a pesar del cambio de gobierno, aunque si la iniciativa en el principio fue de Alan Garcia, el gobierno de Ollanta Humala le dio su continuidad. También en Chile con la llegada de la derecha “moderada” chilena de Pinera al poder se firmó el TLC con EE.UU y con acuerdo militares también. Desde aquel entonces se evaluó una Alianza del Pacifico como parte de un “nuevo” proyecto de hegemónia acorazada de coerción, divisorio y de dominación imperial en el hemisferio occidental y con la intención de derrocar – a travez de una “revolución pasiva” los esfuerzos de integración y unidad latinoamericana y de construcción de nuevos paradigmas hacia un Nuevo orden mundial multipolar, multicentrico, multicultural. Después de la Alianza del Pacifico, Barack Obama puse en marcha el proyecto de un Tratado Transpacifico y los referentes latinoamericanos de esas alianza son los mismos de la ya mencionada Alianza del pacifico, más algunos Países asiáticos socios de EE.UU. (Japón, Indonesia y Filipinas). Así que, cuando se mira más en la profundidad la estrategia militar de Estados Unidos para el hemisferio occidental divulgada por el “grupo de Santa Fe”, veamos como esta se basa sobre el sobrepuesto de que la Fuerzas Armadas norteamericana tienen que concentrarse en el Pacifico, a través el pretexto de apoyar a sus propios socios en un así mal llamado plan de seguridad en el Hemisferio Occidental. Sobre como se plantea esta estrategia norteamericana lo veamos por supuesto en Colombia. Bajo el subdolo pretexto de una seguridad en la región contra el narcotraffico, en realidad EE.UU intentan apoderarse de aquellos recursos naturales imprescindibles para el sustentamiento  de su maquinaria económico y militar. No cabe duda que todos estos son elementos muy preocupantes y hacen pensar que cuando veamos que a través la guerra mediática y psicológica se intenta crear un enemigo o también horrorizar la politica exterior de los BRICS o del ALBA, de Unasur, de la Celac, atrás hay una contraofensiva imperialista para aniquilar a los nuevos paradigmas que ya se pusieron en marcha en el campo de las nuevas triangolaciones internacionales. En este sentido, van colocadas, las políticas siempre mas agresivas contra los países del Alba-Tcp y en particular contra el gobierno bolivariano del presidente obrero Nicolas Maduro; el golpe de Estado en Honduras; la cuestión de los “fondos buitres” en Argentina; el golpe institucional en Paraguay; la “colombianizacion” de Mexico; el bloqueo economico, financiero y comercial contra Cuba Socialista; el regreso en auge de la Quinta Flota de los EE.UU.; la creación de nuevas bases militares norteamericanas en Colombia y el intento (descartado por el congreso colombiano) de hacer entrar el país andino en la OTAN son hechos muy graves y preocupantes. Así que en medio de una crisis estructural del sistema financiero capitalista, debido a la caída (tendencial) de su tasa de ganancia, Estados Unidos están replanteando su prioridad geopolíticas hacia el Pacifico, pasando por la dominación de lo que ellos consideran como su proprio “patio trasero”: America Latina y el Caribe. Las razones son sencillas: Estados Unidos necesitan para sostener su sistema económico  financiero y militar de dominación a nivel mundial de América Latina si pensamos a los minerales, el agua dulce, la biodiversidad, el petróleo  y muchos más recursos naturales, trascendentales por lo que le suele definir como el complejo militar y tecnologico norteamericano. Ahora bien, si a todo esto le agregamos la importancia de la región a nivel mundial; si pensamos que es en America Latina que hay los únicos tránsitos entre Atlántico y Pacifico; si pensamos que es  China que està invirtiendo para la construcción de un Gran Canal Interoceánico entre atlántico y pacifico y también  en la construcción de un gran Escalo Industrial Marítimo en el puerto de la Habana, entendemos la ansia de EE.UU de romper con estas nuevas triangolaciones entre los países miembros del Alba-Tcp con China y Rusia y por ende, la importancia para los pueblos latinoamericanos – si quieren lograr por fin el sueño de la Patria Grande y de una segunda y definitiva independencia desde EE.UU – de consolidar aun más dichas nuevas triangulaciones en el marco de la unidad latinoamericana y de un proyecto de ruptura revolucionaria del sistema capitalista hacia un sistema que se base en el “buen vivir” entres los pueblos y la justicia social y que solo en el Socialismo se puede lograr.