“La guerra di IV generazione e il ruolo dei media: le contromisure delle forze e dei movimenti popolari

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di Alessandro Pagani

Quando si parla di guerra di IV generazione e del ruolo che i mezzi di comunicazione rivestono in questo senso, è necessario, innanzitutto, analizzare siffatta questione sotto l’aspetto delle relazioni interamericane e, pertanto, della crisi strutturale del capitalismo. E’ importante, altresì, fare una breve analisi della storia delle relazioni tra gli Stati Uniti del Nord America e l’America Latina.

Così come afferma Atilio Boron, le politiche d’ingerenza statunitensi in America Latina e nei Caraibi, hanno inizio nel 1823, quando Washington rende pubblica la Dottrina Monroe, intesa come politica per l’emisfero occidentale.[1] Tale dottrina avviene un anno prima della famosa Battaglia di Ayacucho (1824), vale a dire prima ancora che i popoli latinoamericani si liberassero dalla corona spagnola.

L’avvicinamento economico, politico e culturale degli Stati Uniti del Nord America in America Latina e nei Caraibi, ha inizio proprio da quel momento, sebbene non contava ancora delle condizioni oggettive per compiere il proprio fine: trasformare l’America Latina nel proprio “giardino di casa”.

E’ solo all’indomani della seconda guerra mondiale che gli USA riescono a penetrare in tutta l’America Latina, ponendo in essere il concetto gramsciano di “egemonia corazzata di coercizione” nelle relazioni interamericane.

Ebbene, nonostante non pochi accademici, analisti politici e giornalisti salariati, allineati alla guerra mediatica, psicologica e culturale degli USA contro “Nuestra América”, persistono nell’affermare l’irrilevanza dell’America Latina nella geopolitica imperialista statunitense, Washington, invero, ha sempre avuto una prospettiva verso il Sud, se analizziamo accordi come la OEA, il TIAR, l’Atto di Chapultepec e l’Alleanza del Pacifico.[2]

Orbene, gli interessi di stato nordamericani in quella regione sono semplici e sono, senza dubbio, quelli dell’industria tecnologica-militare che controlla la politica estera della Casa Bianca, e che abbisogna di quelle risorse naturali strategiche che si trovano, prevalentemente, in America Latina e che dovuto alla vicinanza con gli Stati Uniti sono più facilmente trasportabili in quel paese. Non dimentichiamoci, infatti, che l’America Latina rappresenta nella geografia perversa dell’aquila fascista del Nord la frontiera tra centro e periferia dell’impero.

Per questo e per molte altre ragioni, la necessità da parte di Washington di inondare la regione di basi militari che, hanno – quasi tutte – le stesse caratteristiche: sono basi di piccole dimensioni, camuffate come “inoffensive”, in realtà convertibili in vere e proprie basi militari in poche ore.

Il sistema di basi militari è ristrutturato sulla base della cosiddetta “Guerra di IV generazione” che la Roma americana (secondo la definizione che José Martì, l’apostolo dell’indipendenza di Cuba, diede degli Stati Uniti) e la NATO (se pensiamo alla base militare presente nell’isola delle Malvinas), stanno rafforzando e ampliando in tutta la regione.[3]

Obiettivo principale è abbattere ad ogni costo i governi progressisti, democratici e rivoluzionari che fanno parte dell’Alleanza Bolivariana in “Nuestra AmérBgwdsTOCcAAQ-kuica”, l’ALBA-TCP, e, quindi, i processi di emancipazione e di giustizia sociale come la Rivoluzione Bolivariana in Venezuela, la Rivoluzione Cittadina in Ecuador, la Rivoluzione del “Buen Vivir” in Bolivia, il governo sandinista in Nicaragua, il governo nel Salvador, i governi di Cristina Fernandez in Argentina e di Dilma Rousseff in Brasile; il sogno da parte degli USA di abbattere la Rivoluzione cubana attraverso la tattica dello smart power.[4]

Uno dei pretesti dell’impero nordamericano per raggiungere siffatti fini sono la cosiddetta “guerra contro il narcotraffico” e contro il “terrorismo”, attraverso i quali gli USA cercano di abbattere le frontiere nazionali, con lo scopo di stabilire il proprio “Washington consensum”.

Un ruolo strategico, come braccio destro della geopolitica imperialista statunitense in America Latina e nei Caraibi, lo svolgono i principali mezzi di comunicazione, i quali attuano come un vero e proprio esercito di mercenari al servizio del nemico nel creare i presupposti per colpi di stato, interventi militari statunitensi, influenzando e manipolando l’opinione pubblica internazionale e creando le basi per quello che Sonia Winer definisce – a ragione – come la “rappresentazione strategica della minaccia”.[5]

Cosicché, quando vediamo che i principali mezzi di comunicazione operano come un vero e proprio esercito di riserva in seno alla “guerra di IV generazione” (o guerra non convenzionale); quando costatiamo come anche in Italia i mezzi di comunicazione nostrani non si distanziano dal ruolo golpista di altri giornali e canali televisivi come il Pais, la BBC, la CNN, El Nacional, El Mundo, ecc.,[6] comprendiamo come sia importante anche qui da noi costruire un forte movimento di sostegno e di appoggio alla Rivoluzione Bolivariana in Venezuela e non solo: un forte movimento in difesa del progetto bolivariano e martiano di una Patria Grande in “Nuestra América”. Progetto di emancipazione sociale che, evidentemente, non va bene alle centrali dell’impero che comprendono come i nuovi paradigmi venutosi a creare nelle relazioni internazionali; le nuove triangolazioni tra America Latina, Russia e Cina, rappresentano una “bomba geo-strategica” contro le politiche imperialiste nell’emisfero occidentale.

Insomma, mai nella storia delle relazioni internazionali è avvenuto quello che abbiamo di fronte in questi ultimi vent’anni. Dal crollo del cosiddetto “socialismo reale” (o se preferiamo, dalla disfatta del “revisionismo reale”) il pianeta è passato da un sistema bipolare (USA-URSS), a uno prevalentemente unipolare (USA) e, infine, in un nuovo paradigma verso un sistema multipolare nelle relazioni internazionali; come quello nel quale siamo oggi spettatori.

Conviene precisare, onde evitare equivoci, che quello che abbiamo tra le nostre mani non è un esercizio prettamente intellettuale o per specialisti delle accademie borghesi. Quando parliamo di nuovi paradigmi nelle relazioni internazionali, di nuove triangolazioni tra America Latina, Russia e Cina; quando analizziamo i nuovi accordi bilaterali tra i paesi del “sud” del pianeta, stiamo parlando della lotta della periferia dell’impero che, nel divenire della storia, sta trasformandosi ogni giorno sempre di più come centro strategico verso un nuovo mondo basato sui presupposti della pace, l’amicizia e la cooperazione tra i popoli e sulla giustizia e l’eguaglianza sociale. Stiamo parlando di quei popoli lavoratori della periferia che da meri spettatori sono diventati soggetti della storia, di quello che Karl Marx definiva come “lotta di classe” e che, attraverso il progetto bolivariano e martiano di emancipazione sociale e politica stanno mostrando a tutti i popoli del mondo – anche qui in Italia – che oltre al neoliberalismo e alla crisi di sovrapproduzione del grande capitale c’è vita è che questo si chiama socialismo, o meglio “socialismos”, al plurale, affinché sia chiaro nell’immaginario collettivo dei lavoratori di tutto il mondo, che cambiare tutto ciò che deve essere cambiato non può essere ne “un calco ni una copia”; secondo quanto ebbe a dire quel grande marxista latinoamericano, amico di Antonio Gramsci, che fu Carlos Mariategui.

Siamo, inoltre, del parere che, la gravissima crisi del capitalismo è anche una crisi non solo economica, bensì culturale e socio-politica, così come lo aveva affermato il Comandante Fidel Castro durante il suo discorso pronunciato nel Vertice della Terra svoltosi a Rio de Janeiro nel 1992.[7]

Tutto ciò richiede una presa di coscienza da parte dei movimenti popolari e di solidarietà qui in Italia. Presa di coscienza che deve avanzare verso la costruzione di un pensiero critico idoneo ai tempi e a quella “battaglia delle idee” che Fidel ha definito come strategica nella lotta per la costruzione di un altro mondo migliore: il socialismo.[8]

Lottare per rimettere in auge un pensiero critico vuol dire “armarci” di un’ideologia e di una teoria rivoluzionaria idonea a contrarrestare la guerra psicologica, culturale e mediatica portata avanti dai mezzi di comunicazione, da non pochi professori allineati ai dettami di Washington e che sono utilizzati per trasformare i giovani e i lavoratori in “idioti utili dell’imperialismo” asserviti allo stile di vita statunitense; secondo come ha affermato in un suo articolo Raul Antonio Capote, ex agente della sicurezza di Stato cubana.[9]

Fu proprio un funzionario del Dipartimento di Stato, Francis Fukuyama, che sintetizzò quanto quivi esposto, vale a dire il trionfo ideologico e l’implementarsi della guerra di “IV generazione” attraverso la doppia formula di “economia di mercato + democrazia liberale”.

Ciò nondimeno, va detto che, all’indomani della crisi strutturale del capitalismo cominciata nel 2008, siffatta formula non è più credibile: la cosiddetta “economia di mercato” fu confutata dagli aiuti multimiliardari che gli stati-nazione a capitalismo avanzato hanno concesso per salvare le loro banche e i loro oligopoli, là dove la cosiddetta “mano invisibile” del mercato neoliberista se né andata a farsi friggere.

Della cosiddetta “democrazia liberale”, non se ne vede nessuna traccia, se pensiamo a quanto avviene tutti i giorni in Colombia, in Messico e in Paraguay, contro i movimenti popolari che si oppongono democraticamente, pacificamente e giustamente contro le politiche di espropriazione portate avanti dai governi allineati agli USA nei loro territori.[10] Sempre che non si voglia parlare di “democrazia liberale” il poter votare ogni quattro anni per un candidato scelto da Washington, costatiamo che tale formula viene spolverata dai mezzi di comunicazione allineati alla guerra di “IV generazione” per dare addosso ai governi popolari, come nel caso dei paesi membri dell’ALBA-TCP.

Va detto che, nonostante quello che affermano i mezzi di comunicazione internazionali, a parte i governi dell’ALBA-Tcp, è evidente come in “Nuestra América”, e più specificamente se pensiamo a quei paesi che fanno parte dell’Alleanza del Pacifico (Messico, Panama, Colombia e Perù), ogni qualvolta si presenta un candidato politico alternativo, che mette in serio pericolo gli interessi statunitensi nella regione, ecco che immediatamente la mano visibile della Roma americana, attiva i propri sicari, mercenari e assassini – attraverso la CIA – per abbattere fisicamente, sindacalisti, studenti, operai e attivisti sociali. Questo è il caso della Colombia e del Messico, ma non solo. Anche paesi come il Paraguay non è da meno, se pensiamo al ruolo strategico che lo Stato sionista israeliano svolge – inteso come braccio armato dell’imperialismo yankee – da sempre nel Cono Sur latinoamericano.[11]

Di fronte a tale scenario, pensare che i mezzi di comunicazione possano svolgere un ruolo d’informazione reale e onesta in merito a quanto sta accadendo, è pensare qualcosa di realmente impossibile. La stampa internazionale non solo si dimostra insufficiente nel far conoscere la realtà di quanto accade, ma svolge un ruolo chiave in quello che è l’addottrinamento dei popoli lavoratori in tutto il pianeta; quindi, anche in Italia.

Non si può fare a meno di porre l’accento, inoltre, sul cosiddetto “senso comune” imperante nelle nostre società occidentali, accuratamente fabbricate dal nemico, come del resto lo evidenzia Fernando Buen Abad, in una sua intervista in merito all’industria della comunicazione e della cultura del capitalismo, che ha come obiettivo quello di estirpare alla radice una qualsivoglia idea – o semplice sogno – nel quale sia possibile costruire un sistema politico, economico e sociale alternativo a quello presente oggi.[12]

Non sorprende, a questo punto, che le scienze sociali, come i mezzi di comunicazione, siano stati “colonizzati” dall’ideologia dominante borghese e che, quindi, non offrano nessun elemento per ridisegnare e ripensare criticamente la nostra realtà, intesa come idea teorica e pratica-trasformatrice; fomentando, così, comportamenti di rassegnazione o di fatalismo, tutti quanti – infine – compiacenti e funzionali allo stato di cose presenti. Dovuto a tale precedente, le scienze sociali e i mezzi di comunicazione sono diventati lo strumento principale per legittimare e giustificare il capitalismo e la sua civiltà della barbarie basata – non per ultimo – sullo sfruttamento del petrolio.

In questo senso vediamo come giustificano le loro politiche di espropriazione e saccheggio dei popoli lavoratori – sia nel centro dell’impero che nella periferia – con termini (o categorie) come: “mercato”, “economia”, “lotta contro il terrorismo”, “lotta contro il narcotraffico”, “guerre umanitarie”, “aiuti umanitari”, “globalizzazione”, ecc.

Tale congiuntura, obbliga i movimenti popolari di tutto il mondo – anche qui in Italia – nel cercare di trovare una via d’uscita da questo marasma analizzando le ragioni intrinseche di questa crisi del capitalismo, di carattere strutturale e, quindi, basata sulla crisi di sovrapproduzione e sulla caduta (tendenziale) della tassa di profitto.

Ecco, pertanto, l’importanza della “battaglia delle idee”, e di quello che Fernando Buen Abad ha definito – correttamente – in un suo articolo come la ricerca della costruzione di una “dottrina diplomatica tra i popoli” idonea ai tempi.[13]

Alla fine del Diciannovesimo secolo José Martì ebbe a dire che “De pensamiento es la guerra que se nos libra; ganémosla a fuerza de pensamiento”. Ovviamente che con queste parole l’apostolo dell’indipendenza di Cuba non pretendeva assolutamente sminuire l’importanza delle “altre guerre” che allora si stavano attuando contro il suo popolo e contro tutti i lavoratori del mondo.

Guerre come le pressioni e il sabotaggio economico, il paramilitarismo, le minacce imperialiste, come quelle portate avanti da Obama attraverso il decreto imperiale contro la Repubblica Bolivariana del Venezuela, e – non per ultimo – le minacce di una guerra tra Repubbliche sorelle, come lo sono la Colombia e il Venezuela, o le provocazioni imperialiste nell’Eseguibo, non possono essere ignorate da quei movimenti popolari che anche qui in Italia hanno deciso coscientemente di sostenere il processo d’indipendenza politica dei paesi dell’ALBA-Tcp nei confronti dell’imperialismo USA, nemico dell’umanità.

Insomma, Martì insisteva non poco su un punto essenziale che conviene rilevare per non perderlo di vista: per trionfare in siffatta battaglia – su fronti diversi – era imprescindibile vincere il nemico nel campo decisivo delle idee. Senza una vittoria in questo campo, era inutile pensare di poter vincere le altre battaglie.

Così come ebbe a dire anche Antonio Gramsci, qualche decennio più tardi, l’emancipazione da parte degli oppressi necessita, nel campo delle idee, di almeno due fattori: primo, un’interpretazione contro-egemonica della società attuale e della sua crisi, vale a dire, un’analisi dettagliata di ciò che è il capitalismo, svelando i suoi occulti meccanismi di espropriazione e mostrandolo per quello che realmente è: un prodotto storico e transitorio; secondo, individuare una via d’uscita, un’alternativa che renda possibile la fuoriuscita dalla crisi. Senza una diagnosi distinta e alternativa a quella dominante e senza un progetto di trasformazione che renda possibile attivare una via d’uscita, le lotte di emancipazione dei popoli oppressi e dei lavoratori corrono il pericolo di schiantarsi contro gli ostacoli quivi menzionati. Non basta l’intollerabile sofferenza prodotta dalla situazione attuale per prendere coscienza di un cambio strutturale del sistema economico, politico, sociale e culturale nel quale viviamo: affinché i dannati della terra e i lavoratori si mobilitino e si organizzino devono per lo meno comprendere che non solo un altro mondo migliore è necessario, ma che questo sia possibile, che le loro proteste, le loro lotte, possono essere coronate, giacché possibili e viabili. Contro questa possibilità il neoliberalismo si è prodigato dal secondo dopo guerra in poi – e nello specifico dal crollo dell’URSS – là dove hanno creato la fallacia consegna che “non c’è nessuna alternativa” al capitalismo e al neoliberalismo, attraverso l’implementarsi delle cosiddette concezioni “post”: post-marxismo, post-strutturalismo, post-modernismo, ecc.

Sicché, la centralità che Fidel assegna alla “Battaglia delle Idee” risponde precisamente a questo tipo di considerazioni. Nella stessa direzione s’inserisce la riflessione di chi fu il segretario del Partito comunista d’Italia, Antonio Gramsci, quando poneva l’accento sull’importanza della battaglia culturale nella lotta per il superamento storico del capitalismo.

In ogni caso, vale la pena ricordare che il pensiero critico martiano sintetizzava con eloquenza due tesi centrali della tradizione marxista. La prima, espressa da Marx e Engels nella Ideologia tedesca, dove si diceva che “Le idee dominanti in una società sono quelle della classe dominante”. La seconda, enunciata da Lenin, la quale affermava che “senza teoria rivoluzionaria non esiste pratica rivoluzionaria”. Lenin, scriveva, altresì, e ci sembra importante rilevarlo che, di fronte ad una certa persistenza di una tendenza anti-teorica e apolitica nei movimenti di sinistra, “niente è più pratico di una buona teoria”.

Le tesi di Marx ed Engels si rifanno ai vari scritti del giovane Marx, e nella fattispecie, sulla “Questione ebraica”, dove sono esaminati i dispositivi con i quali la borghesia stabilisce la sua supremazia attraverso la diffusione della propria concezione del mondo in tutti i settori della popolazione. Ecco che in questa maniera il dominio della borghesia si “spiritualizzava”, diventando “senso comune” e penetrando, così, in seno alla società nel suo insieme, vale a dire nelle sue classi subalterne affinché “pensassero” e “interpretassero” la realtà oggettiva attraverso le categorie intellettuali e morali dei propri oppressori. Cosicché, il pensiero borghese s’impossessava, secondo l’interpretazione fatta da Gramsci, della “solidità delle credenze popolari”, rafforzando, di fatto, il suo dominio.

Insomma, così come lo sottolinea in non pochi suoi scritti e conferenze Atilio Boron, non tutto il pensiero che critica una realtà è da considerarsi come pensiero critico. Sono parecchie le critiche che, in realtà, sono compatibili col sostegno della società borghese e che non fanno paura al nemico. Uno di queste è senz’altro il cosiddetto ecologismo o il “capitalismo verde”, un pericoloso ossimoro che postula la difesa dell’ambiente senza comprendere che questo è assolutamente impossibile sotto un sistema che considera la natura come una merce e come una fonte strategica per il proprio macchinario tecnologico-industriale. L’ecologismo capitalista è un pensiero che si presenta come critico ma che, di fatto, non lo è. Lo stesso vale per coloro che si scandalizzano di fronte al capitalismo, ma si limitano attaccando le “politiche neoliberali” facendo una distinzione, che non esiste, tra un capitalismo “selvaggio” e uno dal “volto umano”. Differenza che non esiste, se pensiamo che da quando questo si è strutturato, attraverso la sua accumulazione originale, spiegata con dovizia di particolari storici da Marx nel XIII capitolo del Capitale, questo sistema si è contraddistinto per via delle sue barbarie, che tuttora imperversano nel pianeta.

Ora anche tali credenze di cui ci parla Gramsci fanno altrettanto parte della guerra culturale, psicologica e mediatica che l’imperialismo perpetua sui popoli lavoratori, se pensiamo alla conseguenza politica che generano tali affermazioni: se si critica al neoliberalismo e basta, il capitalismo è tratto in salvo, giacché ci si può appellare a modelli di ricambio come il keynesianismo, il neokeynesianismo o – come avviene in America Latina – attraverso il cosiddetto “desarrollismo”, sviando, così, dalla necessità storica della Rivoluzione.

Pertanto, ciò che distingue il pensiero critico, che devono adottare i movimenti popolari che sostengono i processi di emancipazione sociale e politica in corso in tutta “Nuestra América”, è la prospettiva, ovvero, il punto di vista dal quale si formula la critica. Questo per una ragione molto semplice: è la prospettiva che determina la profondità dei nostri sguardi, indicandoci l’orizzonte dove svolgere il nostro cammino.

Sicché, svolgendo alla conclusione, è necessario porci alcune domande per proseguire il nostro lavoro e che potrebbero essere le seguenti:

Vogliamo esaminare lo stato di cose presenti nella sua totalità, come un’articolazione complessa e in perenne movimento, nell’ambito economico, politico, sociale e culturale, o lo vogliamo fare attraverso la sterile prospettiva accademica delle scienze economiche, della politologia, della sociologia e dell’antropologia?

Vogliamo continuare a credere alle fallacie dei mezzi di comunicazione asserviti all’impero o pensiamo sia giunto il momento, come popolo lavoratore italiano, come classe operaia, come giovani ribelli e come movimenti popolari, di unirci al vento caldo che soffia dal sud del mondo e ricostruire un pensiero critico, una diplomazia tra i popoli che veda il raggiungimento dell’emancipazione politica e sociale, per tutti i popoli lavoratori del mondo?

[1] Lectio Magistralis di Atilio Boron durante l’incontro “Unasur e le nuove sfide dell’integrazione latinoamericana”, Quito, 19 giugno 2012 https://www.youtube.com/watch?v=_ApN_wmFkGw

[2] Per ulteriori informazioni in merito all’Alleanza del Pacifico, vedi articolo di Alessandro Pagani su AlbaInformAzione http://albainformazione.com/2015/07/09/alleanzadelpacificotpp/

[3] Ana Esther Ceceña, Sujetizando el objeto de estudio, o de la subversiòn espistemològica como emancipaciòn, in: Los desafios de las emancipaciones en un contexto militarizado, CLACSO, Buenos Aires, Argentina, 2006 http://bibliotecavirtual.clacso.org.ar/ar/libros/grupos/cece/Ana%20Esther%20Cece%F1a.pdf

[4] Sul concetto di “SMART POWER” degli Stati Uniti contro Cuba socialista vedi l’intervista in allegato di Geraldina Colotti a Raul Antonio Capote, “Sono stato un agente cubano infiltrato nella CIA” tratta da Il Manifesto http://ilmanifesto.info/sono-stato-un-agente-cubano-infiltrato-allinterno-della-cia/

[5] Riguardo al concetto di “Rappresentazione strategica della minaccia” vedi allegato Sonia Winer, “Paraguay, la Tripla Frontiera e la rappresentazione imperiale dei pericoli”, http://www.vocesenelfenix.com/content/paraguay-la-“triple-frontera”-y-la-representación-imperial-de-los-peligros

[6] A riguardo vedi in allegato “Leopoldo Lopez condannato a 13 anni e 9 mesi: giustizia è fatta”, di Alessandro Pagani, tratto da AlbaInformAzione, 12 settembre 2015 http://albainformazione.com/2015/09/12/leopoldo-lopez-condannato-a-13-anni-e-9-mesi-giustizia-e-fatta/

[7] Vedi Discorso di Fidel Castro durante la Conferenza dell’ ONU su ambiente e sviluppo, Rio de Janeiro, Brasile, 1992 http://www.cubadebate.cu/opinion/1992/06/12/discurso-de-fidel-castro-en-conferencia-onu-sobre-medio-ambiente-y-desarrollo-1992/#.Vgo8yrSTZig

[8]La battaglia delle idee, la nostra ara politica più potente, proseguirà senza tregua. Discorso pronunciato dal Presidente Fidel Castro Ruz, Primo Segretario del Comitato Centrale del Partito Comunista di Cuba e Presidente di Stato e dei Ministri, sull’attuale crisi mondiale, nel prendere l’incarico nella sessione costituente dell’Assemblea Nazionale del Potere Popolare, nella sua Sesta Legislatura. La Habana, 6 marzo 2003, “Anno del glorioso anniversario di Martì e del Moncada”. Versione tachigrafica. Consiglio di Stato, https://cdamcheguevara.files.wordpress.com/2012/06/fidel_castro_-_la_batalla_de_ideas.pdf

[9] A riguardo vedi intervista in allegato a Raul Antonio Capote, “Yo fui uno de los creadores del paquete audio visual contra Cuba” tratto da Las razones de Cuba, 14 luglio 2015 http://razonesdecuba.cubadebate.cu/articulos/“yo-fui-uno-de-los-creadores-del-paquete-audiovisual-contra-cuba”/

[10] A riguardo vedi in allegato l’articolo di Hernando Calvo Ospina, “Statu quo, narcotráfico y guerra sucia, tratto da Rebelión, 24 settembre 2015, http://www.rebelion.org/noticia.php?id=203634

[11] A riguardo vedi in allegato “Mercenarios israelíes en Paraguay”, tratto da Resumen Latinoamericano, 18 dicembre 2012, http://www.resumenlatinoamericano.org/2013/12/26/mercenarios-israelies-en-paraguay/

[12] Vedi allegato Fernando Buen Abad, “In America Latina ci sono basi militari e basi mediatiche”, tratto da TeleSUR, 1 giugno 2015 http://www.telesurtv.net/bloggers/En-America-Latina-hay-bases-militares-y-bases-mediaticas-20150601-0002.html

[13] Vedi allegato, Fernando Buen Abad, “La dottrina diplomatica dei popoli”, tratto da TeleSUR http://www.telesurtv.net/bloggers/Doctrina-Diplomatica-de-los-Pueblos-20150815-0002.html

Venezuela: la realtà vs la narrazione dei media italiani

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Dossier a cura della Rete Italiana di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana “CaracasChiAma”

 

Verso le elezioni del 6 dicembre 2015: come stanno le cose in Venezuela e perché i media italiani non raccontano la verità.

 

 

 

1. INTRODUZIONE

Il prossimo 6 dicembre, il processo bolivariano chiamerà alle urne il popolo venezuelano: sarà quindi la ventesima volta che la Revolución – iniziata con l’elezione del presidente Hugo Chávez al tramonto del ventesimo secolo – si sottoporrà al giudizio popolare.

Nonostante la sinistra rivoluzionaria abbia vinto diciotto delle diciannove elezioni indette finora, il governo di Maduro, così come quello precedente di Chávez, è costantemente attaccato dai più potenti mezzi d’informazione internazionali, proprietà delle grandi corporazioni private che governano il mercato globale. La narrazione è sempre la stessa: il governo bolivariano viene dipinto come una grottesca dittatura governata da caudillos corrotti che stanno affamando il popolo venezuelano e espandendo il modello castrista cubano, proprio in quel paese che era considerato area riservata agli affari statunitensi e che forniva, “senza troppe storie”, carburante a quella macchina drogata di crescita senza freni che è il capitalismo globalizzato.

Questa campagna mediatica diffamatoria e, come avremo modo di vedere, infondata, si è intensificata dopo la morte di Chávez. In particolare, negli ultimi mesi e in concomitanza con la guerra economica e la strategia della violenza realizzata dalle oligarchie in combutta con i poteri del continente americano, la stampa internazionale parla spesso e male del Venezuela bolivariano.

L’obiettivo di questo piccolo dossier è quello di illustrare come la stampa italiana più influente sull’opinione pubblica abbia agito rispetto al Venezuela con scorrettezza e poca professionalità. Coerentemente con il potere economico italiano, che ha scelto di trasformare e svendere lo Stato italiano in funzione delle necessità della globalizzazione neoliberista, il latifondo mediatico ha scelto di trattare il caso venezuelano non in funzione del diritto all’informazione, ma servendo quell’architettura imperiale composta da entità economiche e finanziare con struttura planetaria che vedono nella Rivoluzione bolivariana una minaccia per i loro interessi economici. Gli unici mezzi d’informazione che fino ad oggi hanno fatto luce sulla significativa e interessante realtà venezuelana sono infatti quelli che non hanno padroni. Tra questi, si consiglia di consultare: ALBAinformazione, L’Antidiplomatico, Contropiano, Il Manifesto, o il blog di Fabio Marcelli su Il Fatto Quotidiano: strumenti informativi che, lo ripetiamo, oltre ad essere attratti dalle conquiste sociali raggiunte in Venezuela, hanno potuto esprimersi onestamente e professionalmente grazie al fatto di non dipendere economicamente da nessuna grande impresa privata.

Con l’augurio di aver prodotto un piccolo ma utile manuale per movimenti, organizzazioni e associazioni che lottano per una trasformazione della realtà mondiale e per la costruzione di relazioni di amicizia e solidarietà tra i popoli del mondo, abbiamo scelto il caso delle Guarimbas: le già citate violenze organizzate dalla destra più reazionaria e antipopolare in Venezuela, come esempio della campagna diffamatoria di cui è vittima il processo bolivariano in Venezuela.

2. IL CASO GUARIMBAS: LA VIOLENZA FASCISTA CONTRO IL PROCESSO BOLIVARIANO

La Salida era il piano dell’estrema destra venezuelana, guidata da Leopoldo Lopez per deporre il legittimo presidente Maduro, eletto con un regolare processo democratico, attraverso dei movimenti di piazza, sulla falsa riga delle “rivoluzione colorate” come quelle di Libia, Siria e Ucraina. Le manifestazioni di piazza, definite “pacifiche manifestazioni di giovani studenti democratici”, si sono presto trasformate in violenta guerriglia urbana, se non proprio in azioni militari con infiltrazioni di paramilitari stranieri nelle regioni confinanti con la Colombia, come il Tachira.

Queste azioni terroriste, in seguito chiamate “Guarimbas”[1] (barricate), implicavano il blocco e il controllo delle strade, azioni armate e incendiarie contro le istituzioni socialiste della Repubblica Bolivariana del Venezuela; mediante l’utilizzo di miguelitos (chiodi atti a creare incidenti stradali) e guayas, fili di acciaio posizionati all’altezza della testa da un lato all’altro di una carreggiata (con l’obiettivo di decapitare i motociclisti). Alcuni testimoni[2] parlano di veri e propri pedaggi che i normali cittadini erano costretti a pagare ai guarimberos per potersi spostare da una parte all’altra delle città. I bersagli delle azioni terroriste erano i simboli dello stato bolivariano: ospedali, centri di salute, ambulanze, scuole, asili, centri per il turismo, tv di stato. Supermercati e negozi erano spesso costretti a chiudere per portare la popolazione allo stremo. Tutto ciò avrebbe dovuto portare a legittimare un cambio di governo o un intervento esterno. Una specie di strategia della tensione all’interno di quello che viene definito un golpe continuado.

Solo nel 2014 in Venezuela, questi atti criminali, spesso sfociati nella “caccia al chavista”, hanno provocato la morte di 43 cittadini venezuelani e più di 800 feriti, tra cui non pochi membri delle forze di polizia e delle forze armate bolivariane. Non pochi di questi ultimi, hanno perso la vita a causa di colpi di arma da fuoco sparati da cecchini posti a poca distanza da loro; alcuni sono stati uccisi mentre cercavano di togliere le barricate costruite da gruppi paramilitari colombiani e venezuelani.

Insomma, le Guarimbas della destra fascista venezuelana, iniziate il 12 febbraio del 2014, subito dopo la vittoria di Nicolás Maduro alle elezioni presidenziali, avevano come fine la creazione del disordine, per poi accusare il Governo democratico venezuelano di violare i diritti umani in Venezuela. Tutto questo, attraverso “operazioni speciali”, sotto “falsa bandiera”, che compongono ciò che non pochi analisti chiamano: “Colpo di Stato continuato”; e cioè, la “guerra senza limiti” degli Stati Uniti contro il socialismo bolivariano, con la ratio di porre in essere il precedente (o meglio, il “casus belli”) e legittimare quindi un intervento militare di tipo simmetrico dei marines statunitensi nel paese andino – amazzonico.

3. LA NARRAZIONE TOSSICA DEI MEDIA ITALIANI

Durante le Guarimbas la stampa italiana è stata il bollettino ufficiale dell’opposizione antichavista. La Stampa, il Fatto Quotidiano per la penna di Cavallini, La Repubblica con Omero Ciai, Il Messaggero, L’internazionale, Panorama, il Giornale, Rainews hanno dato l’esclusiva mediatica al punto di vista dell’opposizione, un’opposizione di ultra-destra, neoliberale e sostenuta dagli Stati Uniti, che da sempre spingono verso un cambio di governo a Caracas, per porre fine una volta per tutte all’esperienza socialista della repubblica bolivariana. Una stampa che si riconferma totalmente organica alla macchina propagandistica dell’imperialismo, arma di punta della già citata guerra di IV generazione degli Usa.

Il piano eversivo denominato “la salida”, che mirava all’uscita di scena di Maduro attraverso la mobilitazione delle piazze, ha avuto come copertura mediatica la campagna internazionale SOS Venezuela, una campagna impostata su tre canali: la stampa, i social network e internet in generale, le ONG (in particolare Amnesty e Human Right Watchs).

Sulla sua pagina italiana di Facebook, Sos Venezuela si dichiara apertamente anticastrocomunista e volta ad abbattere il socialismo, che indica come la causa del “disastro” economico e sociale del paese. Tuttavia assume delle connotazioni volte a far leva su un pubblico con una sensibilità di sinistra[3]: descrivono le guarimbas come giovani studenti, soprattutto donne, che manifestano pacificamente per la democrazia e la libertà. Le rivolte di destra, che mirano alla fine del socialismo e alla reintroduzione di rapporti economici capitalisti (e quindi, sostanzialmente a riportare il paese alla condizione di “cortile degli Usa”), sono mascherate come manifestazioni antiautoritarie, antirepressive, democratiche e libertarie. Un copione già andato in scena in Libia, Siria e Ucraina[4], in quella che potrebbe chiamarsi strategia Usa del golpe permanente, volta al mantenimento della sua egemonia attraverso la destabilizzazione globale[5].

Lo slogan della campagna Sos Venezuela è: il Venezuela muore mentre l’Italia tace. Invece è esattamente il contrario. Gli attivisti antichavisti in italia stanno ovunque: nei salotti tv, nei tg e nelle trasmissioni radio, su blog e social network, col sostegno di ong e classe politica.

A non aver voce sono le altre parti in causa: il governo e il popolo venezuelano. Non essendoci una pluralità di fonti se non i bollettini dell’opposizione, ne risulta che il ruolo della stampa italiana è quello di cassa di risonanza dell’ultra-destra sostenuta dagli Usa. L’informazione ne riporta semplicemente la propaganda, non i fatti oggettivi. Questo perché la campagna mediatica è volta esattamente a capovolgere i fatti: mostrare una democrazia partecipata come una feroce dittatura, una parte politica progressista e popolare come reazionaria e antipopolare, le vittime delle violazioni dei diritti umani per carnefici e i carnefici per vittime. Per poter capovolgere la realtà ha bisogno di imporre una visione unica senza contraddittorio.

Così gli attivisti dell’ultra-destra di Leopoldo Lopez, come Marinellys Tremamunno[6], approdano sui nostri schermi parlando della loro lotta di liberazione contro la brutale dittatura di Maduro e lamentando il silenzio dell’Italia sul “genocidio” che è in corso in Venezuela. Schematizzando, i punti fondameli della loro campagna mediatica sono questi:

Maduro ha vinto grazie ai brogli, il suo potere è illegittimo. Maduro è un dittatore.
I giovani sono scesi spontaneamente in piazza per mandare via il dittatore attraverso pacifiche manifestazioni e ripristinare la democrazia.
Il governo risponde alla piazza con la repressione violenta e brutale e la persecuzione politica degli oppositori, che vengono incarcerati per le loro idee, come Leopoldo Lopez.
Anche la stampa dissidente viene perseguitata e oscurata.
Il paese muore a causa di una brutale dittatura socialista che ha causato fame e miseria.
Per questa ragione il popolo venezuelano (cioè gli attivisti legati a Voluntad Popular) chiede l’attenzione dei media e l’intervento esterno.
Queste verità sono quantomeno incomplete. La stampa italiana le propugna senza contrapporre il punto di vista delle altri parti in causa, il governo bolivariano e il resto del popolo venezuelano. Tace su dei fatti oggettivi.

In Venezuela non c’è alcuna dittatura. Maduro ha preso il posto di Chávez prima ad interim in quanto vice, poi perché eletto democraticamente dal popolo venezuelano. Le elezioni sono avvenute regolarmente, in maniera trasparente[7]. L’opposizione denuncia brogli ma non presenta prove, per cui le sue accuse rimangono del tutto prive di fondamento reale.
La stampa italiana ha sempre cercato goffamente di mostrare la repubblica bolivariana come una dittatura. Ma non potendosi basare su alcun dato oggettivo, si è limitata a discreditare prima Chávez, definendolo un populista, un demagogo autoritario, caudillo o duce[8], poi Maduro definito poco carismatico[9], lasciando intendere l’inadeguatezza di un ex tramviere a guidare uno stato. Bisognerebbe ricordare a questo tipo di stampa, che le origini operaie di Maduro non significano che non è qualificato per il ruolo di presidente, ma soltanto che il popolo venezuelano ha scelto di essere rappresentato da un ex tranviere, piuttosto che da un avvocato o un uomo d’affari.

Al contrario, la piazza di Lopez rappresenta un limitato gruppo sociale uscito sconfitto dal confronto elettorale, che adesso cerca di raggiungere il potere attraverso la destabilizzazione e la richiesta di un intervento esterno. La stampa italiana ha quindi l’onere di camuffare da manifestazione democratica un piano evidentemente eversivo, che spiega perché a) il governo di Caracas denuncia un golpe diretto da paesi stranieri b) perché Leopoldo Lopez si trova in carcere. E’ costretta a tacere sui 5 milioni di dollari che gli Stati Uniti hanno stanziato nel 2014 per sostenere le attività dell’opposizione[10], ovvero le cosiddette “manifestazioni spontanee”. Manifestazioni che peraltro hanno poco di pacifico.
Ad attribuire la responsabilità delle violenze e delle violazioni dei diritti umani ai manifestanti sono proprio le stesse vittime dei disordini! E’ il comitato vittime delle Guarimbas e del Golpe Continuado[11] a denunciare i metodi violenti, i blocchi stradali, le imboscate, gli assalti a scuole, ospedali, supermercati, tv nazionali e le infiltrazioni paramilitari tra i manifestanti, soprattutto negli stati frontalieri con la Colombia in cui sarebbero presenti anche mercenari stranieri. Alcuni guarimberos riceverebbero un compenso di 3000 bolivar al giorno[12], altri sono politici legati all’estrema destra colombiana, come il sindaco della capitale del Tachira, San Cristobal[13].
Tra le vittime non ci sono solo soltanto elementi dell’opposizione, ma chavisti, forze dell’ordine, semplici cittadini che cercavano di togliere le barricate o che le difendevano, cittadini morti perché i soccorsi erano bloccati dalle barricate[14]. Non le manifestazioni di studenti, spontanee e pacifiche, di cui parla l’opposizione, ma uno scenario da guerra civile provocata da chi ha pianificato e sostenuto la Salida, ovvero Leopoldo Lopez e gli Stati Uniti.

Non esiste nessuna sospensione della libertà di stampa. In Venezuela c’è un pluralismo mediatico non sottoposto al controllo del governo. Alcuni mezzi di comunicazione schierati con l’opposizione hanno manipolato foto di abusi delle forze dell’ordine avvenuti in Messico, Chile, Spagna e altri paesi, come violenze avvenute durante le manifestazioni di piazza. Per queste manipolazioni si sono aperte dei procedimenti giudiziari che hanno poi portato alla chiusura di emittenti e giornali[15]. La domanda che ci si dovrebbe porre è: perché i media manipolavano le immagini? Qui prodest?
L’opposizione indica nel socialismo la causa della crisi del paese, per questo vorrebbe reintrodurre misure neoliberiste e libertà di mercato (che è forse l’unica libertà che realmente chiede!). Dello stesso parere non sembra essere la Fao, che più volte, ha premiato il Venezuela per i suoi risultati nella lotta alla fame e alla povertà. L’ultimo riconoscimento lo ha ricevuto proprio quest’anno per aver raggiunto l’obiettivo “sviluppo del millennio”, ovvero aver eliminato la fame grazie alle mission viviendas, e aver aiutato gli altri paesi ad uscire dalla povertà. Se il Venezuela è riuscito a ridurre il livello di povertà al 5,4% e ad eliminare la fame, è grazie alla nazionalizzazione del petrolio, una misura di politica economica socialista. Con i proventi del petrolio il Venezuela, oltre a dichiarare una lotta strutturale alla povertà, è riuscito a fornire servizi, strutture e trasporti pubblici al suo popolo e a garantire il diritto all’abitazione costruendo abitazioni popolari (sinora 800.000). La crisi è dovuta, in larga parte, a una guerra economica provocata da: guerra del prezzo del petrolio al ribasso, la speculazione sul bolivar, il contrabbando di merci ai confini della Colombia. Queste pressioni esterne, su una economia non ancora solidamente sviluppata inserita in un quadro di crisi economica globale, hanno creato problemi di inflazione e carenza di merci di prima necessità, oltre che una diminuzione della ricchezza generale. Il malcontento popolare generato da questa temporanea situazione di crisi, è strumentalizzato dalla stampa venezuelana (e italiana) legata agli interessi di Washington e dall’opposizione per destabilizzare il processo bolivariano e condizionare l’esito delle elezioni del 6 dicembre.
Considerando questi aspetti ne esce un quadro diverso da quello servito in pasto al pubblico dagli “attivisti democratici” dell’ultra destra di Lopez: le Guarimbas sono state un’operazione con cui l’opposizione ha solo cercato di destabilizzare il potere di Caracas con la scusa dei diritti umani, per sostituire un governo legittimo, progressista e popolare a una élite politica reazionaria legata a interessi economici e politici esterni al Venezuela e contrapposti al suo popolo. In questo senso, la richiesta di un aiuto esterno e di sanzioni, era funzionale soltanto a fermare il processo bolivariano, esasperare la situazione economica e privare il popolo venezuelano della propria autodeterminazione e sovranità. Una situazione che ha costretto la stampa a manipolare o tacere sui fatti per poter mostrare la realtà capovolta come verità mediatica.
4. CONCLUSIONI

Quello che ci viene da chiedere è perché la legalità di uno stato democratico dev’essere rispettata in quest’Italia ingiusta e calpestata impunemente in Venezuela? In Venezuela si è arrivati al punto che un gruppazzo di ex presidenti è andato a fare lì una manifestazione. Che direbbero se Zapatero, Sarkozy o … Ahmadinejad venissero a manifestare davanti a Rebibbia per protestare contro i pestaggi dei poliziotti che riducono la gente nelle condizioni di Stefano Cucchi o contro le torture ai prigionieri politici o contro il 41 bis che sempre tortura è?

Come mai la stampa nostrana, che in Italia sta sempre dalla parte delle cariche della polizia, dei lacrimogeni, del diritto dello stato alla repressione dei manifestanti, in Venezuela (come prima in Libia, Siria e Ucraina) diventa improvvisamente sensibile alle aspirazioni di libertà e democrazia di “giovani studenti pacifici venezuelani”, della destra fascista anti-chavista filo Usa?

Se vincesse la destra – e cioè se quel 40% circa di oppositori diventasse maggioranza -, il Venezuela diventerebbe improvvisamente una democrazia gradita a questi giornali? E cosa definisce la tanto decantata democrazia (borghese) se non il feticcio elettorale?

Cosa direbbero questi giornali se il sindaco di Milano o di Roma si calasse il passamontagna come Daniel Ceballos (ex sindaco di San Cristobal) se ne andasse in giro ad attaccare la polizia? Perché qui in Italia, giornali come il Fatto Quotidiano e i suoi consimili chiedono galera per corrotti e mafiosi e in Venezuela difendono e coccolano golpisti e banchieri corrotti? Perché questi giornalisti tacciono sulla repressione che colpisce la dissidenza di sinistra italiana, come per esempio il movimento No Tav, ergendosi a paladini della legalità, e invece in Venezuela sostengono chi non rispetta una costituzione prodotta da una recente rivoluzione di nuova democrazia?

Forse la risposta è da trovare in quello che hanno fatto il governo di Chávez prima e quello di Maduro poi. Allora, prima di concludere questo breve racconto, occorre illustrare e sottolineare alcune vittorie importanti raggiunte dal Venezuela socialista e bolivariano. Possiamo elencare 4 punti fondamentali in questo senso, 4 obiettivi già raggiunti dalla Rivoluziona Bolivariana che non può smontare o negare nemmeno il discorso ultrareazionario dell’opposizione:

la Rivoluziona Bolivariana ha il grande merito di aver politicizzato una società lasciata completamente atomizzata dal modello di capitalismo rentier petrolifero promosso dal 1958, anno della restaurazione della “democrazia rappresentativa”. In altri termini, il processo bolivariano ha saputo rompere con il modello anteriore di democrazia formale, fossile e senza contenuti, che ricorda molto l’attuale modello decadente italiano, e realizzare una lenta ma effettiva transizione a un modello di democrazia sostanziale, partecipativa, popolare e basata sulle Comunas: organi di autogoverno locale che smantellano la burocrazia statale e le sue logiche esclusive ed alienanti.
Il processo bolivariano ha messo i diritti sociali al centro del modello economico. Le missioni sociali e altri potenti programmi sociali realizzati dal Governo negli ultimi anni ricordano le politiche sociali realizzate dalle socialdemocrazie europee nel dopoguerra grazie alle conquiste del movimento operaio. Tuttavia, la grande differenza è che in Venezuela i programmi sociali –lontani dalle dinamiche assistenzialiste- prevedono spesso la più ampia e protagonista partecipazione possibile delle comunità, come per esempio la missione Barrio Adentro[16]. Più in generale, a differenza di quello che era il Welfare State, il governo bolivariano non chiede permesso al grande capitale per realizzare queste politiche finalizzate a pagare il “debito sociale” contratto dal capitalismo con il popolo venezuelano, e in particolare con le classi popolari. Infatti, la spesa sociale in Venezuela è esplosa quando la congiuntura macroeconomica era positiva, ma è continuata ad aumentare anche quando la crisi economica globalizzata ha avuto un forte impatto sull’economia nazionale, ancora dipendente dal petrolio. Quindi, nel Venezuela socialista le condizioni degli strati più vulnerabili non dipendono da quanti profitti può accaparrare comunque la borghesia, ma sono un obiettivo centrale e non negoziabile per il governo. Questa volontà politica ha fatto sì che negli ultimi 15 anni il Venezuela ha ridotto enormemente la povertà, e allo stesso tempo la disuguaglianza economica.
Un’altra fondamentale questione che ha permesso grandi conquiste sociali è la nazionalizzazione del petrolio. Il Venezuela è tra i paesi più ricchi al mondo per riserve di greggio. Grazie alla volontà e determinazione del presidente Hugo Chávez il controllo del petrolio è stato strappato alle imprese multinazionali e messo a disposizione dello Stato e di un progetto di paese includente, democratico, solidale, al servizio di un orizzonte sociale socialista. In tal modo è stato possibile dal ’99 ad oggi dimezzare il livello di povertà, portandolo dal 10,8% al 5,4%, mentre la disoccupazione, soprattutto quella giovanile, si è assestata intorno al 5%[17]. La restituzione dei proventi derivanti dall’industria petrolifera al popolo, ha permesso l’accesso per tutti alle cure mediche, mentre ha garantito il diritto all’abitazione e all’alimentazione. La nazionalizzazione non ha soltanto consentito di diminuire la forbice tra ricchi e poveri, configurando una struttura sociale più equa, ma ha permesso di esportare una maggiore eguaglianza sociale negli altri paesi dell’ALBA. Fornendo il petrolio a condizioni vantaggiose, ha permesso l’indipendenza energetica di quei paesi dalle multinazionali del petrolio, che hanno perso un continente da saccheggiare. La stampa borghese urla al paternalismo e alla corruzione, per discreditare un modello di integrazione economica basato sulla cooperazione -non sulla concorrenza – e sulla socializzazione dei profitti, ovvero sulla restituzione del plusvalore alle classi che lo producono.
Questo progetto socialista a livello interno si proietta fuori dai confini statali come un grido di dissenso alla logica imperiale della globalizzazione neoliberista. A livello regionale, il governo bolivariano è stato determinante per smontare il Consenso di Washington e costruire il Consenso Bolivariano, una nuova architettura sovranazionale antimperialista, che si è materializzata nell’istituzionalizzazione dell’ALBA: come progetto socialista d’integrazione regionale. Più in generale, a livello internazionale, il Venezuela rappresenta un pilastro essenziale per la costruzione di un mondo multipolare, un ordine internazionale per la prima volta nella storia senza imperi ne imperialismi, ma basato sull’autodeterminazione dei popoli e sulla convivenza tra diversi modelli politici e sociali.
Ovviamente, riconoscere questi grandi passi in avanti non vuol dire credere che il Venezuela sia oggi un paradiso, anzi. Non vuol dire non riconoscere che la Rivoluzione bolivariana deve ancora fare passi in avanti per democratizzare le forze di polizia o l’economia del paese. Oltre alla guerra economica messa in piedi dal potere economico, ci sono grandi ostacoli non ancora superati: primo tra tutti la dipendenza dal petrolio e del modello primario esportatore. Però, il governo bolivariano rimane l’unica forza politica democratica e rivoluzionaria capace di affrontare queste grandi sfide. Non solo, nonostante le contraddizioni e i problemi, il Venezuela bolivariano e socialista può e deve rappresentare un esempio per altri popoli e nazioni che stanno soffrendo la barbarie del capitalismo e la crudeltà del neoliberismo. Forse proprio per questo, uno dei grandi obiettivi delle corporazioni mediatiche è quello d’impedire che le sinistre mondiali e i movimenti anticapitalisti possano analizzare con obiettività e trasparenza l’attuale processo bolivariano. Disorientando e mentendo continuamente sulla realtà delle cose in Venezuela non solo si crea un’opinione pubblica internazionale consenziente a un’eventuale operazione militare, ma s’impedisce alla sinistra mondiale di fare dell’esperienza bolivariana una ricchezza teorica e pratica per altri progetti di trasformazione sociale.

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Note:

[1] Per un maggior approfondimento sulle Guarimbas:
http://www.ivoox.com/artilleria-palabra-programa-7-11-2015-audios-mp3_rf_9301638_1.html

[2] Testimonianze del comitato delle Vittime delle Guarimbas e del Golpe Continuado:

 

[3] L’opposizione in piazza unisce slogan anticomunisti a canti di tradizione comunista. Si “traveste” così da movimento per i diritti umani, per raccogliere il consenso generale e difendersi dalle accuse di fascismo che il governo le muove. http://www.ilgiornale.it/news/esteri/venezuela-muore-perch-litalia-tace-denuncia-quando-silenzio-1001989.html

[4] Raul Castro denuncia una campagna sovversiva ordita dagli Stati Uniti, nei confronti dei governi che ostacolano gli interessi dello schieramento imperialista. Queste campagne si articolano con metodi “più sottili e camuffati, senza rinunciare alla violenza, per spezzare l’ordine interno e la pace” e impedire “ai governi di concentrarsi nella lotta per lo sviluppo economico e sociale”. https://actualidad.rt.com/actualidad/view/120688-raul-castro-venezuela-eeuu-ucrania

[5] http://albainformazione.com/2015/10/13/la-strategia-del-golpe-continuo/

[6] http://www.ansa.it/sito/videogallery/mondo/2014/04/11/venezuelani-paese-e-distrutto-38-morti_7d70441a-936f-4284-870a-93a34ecafad2.html
http://www.rainews.it/dl/rainews/media/La-crisi-in-Venezuela-Presentata-una-petizione-al-parlamento-a-Roma-dagli-italo-venezuelani-Video-52742aef-60bc-4f8f-895f-d0b12b18676e.html

[7] In Venezuela le votazioni avvengono con un sistema di “doppia identificazione”, in cui l’elettore deve registrarsi prima con un documento identificativo e poi con l’impronta digitale. Dopo di che, c’è quello della “doppia certificazione” del voto: effettuata prima elettronicamente e poi con il rilascio di uno scontrino, il quale va successivamente depositato nell’urna. Infine, l’intero processo è stato monitorato da tre grandi gruppi di osservatori internazionali: Unasur (Unione Nazioni del Sud – organismo latinoamericano), gli osservatori del Centro Carter e del CNE (Consiglio Nazionale Elettorale), oltre che a rappresentanti di lista di entrambi gli schieramenti.

[8] http://www.blitzquotidiano.it/politica-mondiale/berlusconi-chavez-abbracci-frattini-gerarchi-fascismo-396411/

[9] http://www.repubblica.it/esteri/2013/03/06/news/venezuela_maduro_successore_chavez-53958605/?ref=search

[10] http://www.theguardian.com/commentisfree/2014/feb/18/venezuela-protests-us-support-regime-change-mistake
[11] http://albainformazione.com/2015/10/16/intervista-a-oscar-carrero/

[12] Aporrea denuncia la presenza di paramilitari e narcotrafficanti colombiani, oltre che i compensi elargiti ai dimostranti. http://www.aporrea.org/oposicion/a187814.html

[13] http://ilmanifesto.info/elezioni-comunali-allombra-delle-guarimbas/

[14] http://www.aporrea.org/actualidad/n249080.html
[15] http://www.correodelorinoco.gob.ve/nacionales/venezuela-tomara-acciones-judiciales-contra-manipulacion-mediatica-hechos-violentos/

[16] http://lainfo.es/it/2015/04/16/12-anni-barrio-adentro/

[17] http://www.lantidiplomatico.it/dettnews.php?idx=5694&pg=13246

“Vivere come lui. Nguyen Van Troi. Simbolo della lotta di liberazione del Vietnam”

11377327_914002981989901_2673098122482233529_n.jpg– di Thi Quyen Phan –

Nell racconto spontaneo e coinvolgente della giovane moglie, Phan Thi Quyen, si delinea la figura di Nguyen Van Troi, divenuto il simbolo internazionale delle lotte di liberazione dei popoli contro il colonialismo.

È il racconto del sacrificio della felicità personale alla causa della libertà e dell’indipendenza del Vietnam, oppresso, da oltre un secolo, dalla dominazione coloniale delle potenze imperialiste, Francia, Giappone e Stati Uniti.
Nguyen Van Troi, davanti al plotone di esecuzione e ai giornalisti invitati ad assistervi, rivendica la giustezza della sua azione rivoluzionaria (è condannato a morte per aver tentato di dinamitare un ponte sul quale avrebbe dovuto passare Mc-Namara, segretario alla Difesa degli USA) e proclama la sua fede nella causa della liberazione della sua patria. Il sacrificio della sua giovane vita, si inserisce nel grande, generale movimento rivoluzionario della guerra di popolo che, a sua volta, affonda le radici in una aspirazione millenaria, – all’indipendenza del popolo vietnamita.
L’introduzione al libro, curato da Adriana Chiaia, si propone di inquadrare la mirabile vicenda di Nguyen Van Troi nel suo contesto storico.
A questo scopo ci si è serviti soprattutto di documenti originali vietnamiti, con ampie citazioni degli scritti di Vo Nguyen Giap, di Ho Chi Minh, e di testi tratti da Études Vietnamiennes. Si è inoltre fatto ricorso alle opere dello storico Jean Chesneaux e della ricercatrice Enrica Collotti Pischel, studiosi dei problemi dell’Estremo Oriente ed in particolare delle rivoluzioni cinese e vietnamita.
Il libro è arricchito da due schede tematiche a cura di Alessandro Pagani, la prima sulla Guerra chimica, cui gli Stati Uniti hanno fatto ampiamente ricorso nel Vietnam e sulle sue conseguenze, e la seconda su I movimenti di lotta contro la “sporca guerra” nel Vietnam, sorti negli stessi Stati Uniti.

 

Qui sotto la recensione del libro da parte di Resistenze.org

Phan Thi Quyen: Vivere come lui
Nguyen Van Troi – simbolo della lotta di liberazione del Vietnam

Traduzione di Lucio Bilangione
Introduzione di Adriana Chiaia

Schede a cura di Alessandro Pagani

Zambon editore http://www.zambon.net – 2014 – pp. 304 – prezzo 15,00

Dalla scheda dell’editore:
Nel racconto spontaneo e coinvolgente della giovane moglie, Phan Thi Quyen, si delinea la figura di Nguyen Van Troi, divenuto il simbolo internazionale delle lotte di liberazione dei popoli contro il colonialismo. È il racconto del sacrificio della felicità personale alla causa della libertà e dell’indipendenza del Vietnam, oppresso, da oltre un secolo, dalla dominazione coloniale delle potenze imperialiste, Francia, Giappone e Stati Uniti.

Nguyen Van Troi, davanti al plotone di esecuzione e ai giornalisti invitati ad assistervi, rivendica la giustezza della sua azione rivoluzionaria (è condannato a morte per aver tentato di dinamitare un ponte sul quale avrebbe dovuto passare McNamara, segretario alla Difesa degli USA) e proclama la sua fede nella causa della liberazione della sua patria. Il sacrificio della sua giovane vita, si inserisce nel grande, generale movimento rivoluzionario della guerra di popolo che, a sua volta, affonda le radici in una aspirazione millenaria, – all’indipendenza del popolo vietnamita.

Le parole d’ordine lanciate da Nguyen Van Troi: “Viva il Vietnam! Viva Ho Chi Minh!” che si sovrappongono alle scariche di fucileria, sintetizzano la lotta armata del FNL del Sud per respingere l’aggressione neocolonialista degli Stati Uniti e la difesa della Repubblica democratica socialista al Nord.

Il suo sacrificio, come quello di milioni di suoi compatrioti, non fu vano, ma ci vollero più di vent’anni perché il popolo vietnamita, guidato dal Partito dei Lavoratori del Vietnam e dal Fronte Nazionale di Liberazione conquistasse infine, il 30 aprile del 1975, la sua libertà e indipendenza.

L’introduzione al libro si propone di inquadrare la mirabile vicenda di Nguyen Van Troi nel suo contesto storico. A questo scopo ci si è serviti soprattutto di documenti originali vietnamiti, con ampie citazioni degli scritti di Vo Nguyen Giap, di Ho Chi Minh, e di testi tratti da Études Vietnamiennes. Si è inoltre fatto ricorso alle opere dello storico Jean Chesneaux e della ricercatrice Enrica Collotti Pischel, studiosi dei problemi dell’Estremo Oriente ed in particolare delle rivoluzioni cinese e vietnamita.

Il libro è arricchito da due schede tematiche, la prima sulla Guerra chimica, cui gli Stati Uniti hanno fatto ampiamente ricorso nel Vietnam e sulle sue conseguenze, e la seconda su I movimenti di lotta contro la “sporca guerra” nel Vietnam, sorti negli stessi Stati Uniti.

Dall’introduzione di Adriana Chiaia della redazione italiana della Casa editrice Zambon (pag. 157)
[…] Nelle periferie delle nostre città, tra i rutilanti palazzi a venti piani dei condomini e le luci dei supermercati, resistono ancora i casermoni delle case popolari. Sui loro muri, all’altezza del pianterreno, sono affisse numerose lapidi dedicate ai partigiani: un nome, un cognome, le date di nascita e di morte. Ogni 25 Aprile le sezioni locali dell’ANPI vi depongono corone d’alloro.

Come Nguyen Van Troi, erano ragazzi sui vent’anni e sono caduti per liberare il nostro Paese dall’invasore na­zista e dalla piaga fascista.
Affinché il loro sacrificio non sia vano, raccogliamo il testimone. Continuiamo la loro lotta contro i rigurgiti neo-nazisti e neo-fascisti, contro il razzismo e la xenofo­bia, contro il revisionismo e l’opportunismo e, soprattut­to, per abolire il capitalismo imperialista che li genera e li alimenta tutti e per instaurare una società libera dallo sfruttamento e dall’oppressione: la società socialista.

Facciamo nostre le parole che Alcide Cervi, papà Cer­vi, pronunciò ai funerali dei suoi sette figli fucilati dai fascisti: “Dopo un raccolto ne viene un altro, andiamo avanti!”

Dalla lettera della compagna “X” consegnata a Phan Thi Quyen – moglie di Nguyen Van Troi (pag.253):
[…] Non posso essere al tuo fianco per condividere il dolore con te. So che soffri, è normale, ma sono anche certa che ti sentirai orgogliosa. Anche noi ci sentiamo orgogliose di avere un com­pagno la cui morte ha scosso il paese e il mondo intero. Ieri ab­biamo ascoltato “La Poesia”, di Radio Hanoi. Il poeta To Huu, autore di “Avanti”, ha recitato al microfono una poesia dedica­ta a Troi. Ci dispiace non aver copiato le parole, ma tra qualche giorno riceveremo il testo da parte di un gruppo di studenti che raccolgono le poesie di To Huu. I nostri scrittori e poeti hanno usato i termini più nobili per esaltare la figura di “quel grande giovane, la stella più luminosa dall’epoca di Ho Chi Min”.

La sua morte è stata tanto grandiosa che gli studenti e gli operai che conosco dicono: “se si deve morire, che sia come lui”. Hanno ritagliato le sue fotografie dai giornali e le hanno attac­cate alle agende. Un gruppo ne ha raccolte decine e le ha appese una dopo l’altra in sequenza, come se fossero le scene di un film: si vede Troi, da quando esce dalla cella dei condannati a morte fino al momento in cui ha lanciato il suo ultimo appello. La sua vita di semplice operaio elettricista è diventata oggi un esempio glorioso per gli studenti e gli operai.

Alcuni hanno proiettato clandestinamente le immagini girate dai giornalisti dei suoi ultimi momenti di vita. Non sai che un gruppo di giovani ha eretto monumenti in sua memoria nel cuore stesso della città, sul ponte di Da Kao, di fronte allo stadio della Repubbli­ca, e perfino all’interno della stessa prigione di Chi Hoa? Tu sai bene quanto è sorvegliata quella prigione, ma nonostante tutto, un gruppo è riuscito a entrare e collocare una stele accanto al luogo dell’esecuzione. L’hanno anche fotografata prima di ri­tirarsi. Molte delle persone che hanno visto la foto dubitavano che tale azione avesse potuto realmente essere messa in pratica. Più tardi hanno dovuto convincersi della veridicità del fatto, confermato anche dalle stesse guardie della prigione.

Il nemico ha creduto che assassinando Troi, avrebbe colpito a morte il movimento rivoluzionario, ma l’effetto è stato l’esat­to opposto. I nostri compagni vengono a chiederci di affidar loro missioni nelle quali possano liquidare degli yankee per vendi­carlo. La campagna di reclutamento “Diffondere Nguyen Van Troi” ha avuto grande successo. Tutta la nostra “catena” si è impegnata a seguire il suo esempio, il suo modo di fare, le sue parole e la sua vita, […]

“Un altro agente all’Avana. Le avventure di un infiltrato nella CIA”

11999761_973492839374248_791782727295808173_oEcco la versione in italiano del libro del prof. Raúl Capote Fernández “UN ALTRO AGENTE ALL’AVANA. LE AVVENTURE DI UN INFILTRATO NELLA CIA” pubblicato dalla Zambon Editore.
Raul Capote, docente dell’Università dell’Avana, iscritto all’Unione degli scrittori e dei giornalisti di Cuba, è stato “reclutato” dalla CIA per selezionare e aggregare studenti con il fine di costituire piccole cellule di “dissenso” al soldo della Roma americana.
Raul Capote ha accettato l’incarico, ma ha lavorato – come agente doppio -al fianco dei Servizi di Sicurezza cubani per declassificare l’ennesimo tentativo di destabilizzazione perpetrato dal Governo degli Stati Uniti contro l’isola meravigliosa.
Questo libro è la denuncia ben documentata di come la CIA abbia destinato centinaia di milioni di dollari a piani di sovversione politico-ideologici orientati ai giovani, il settore chiave della popolazione cubana.
Il libro è arricchito, inoltre, di un’introduzione storica di Alessandro Pagani su “La guerra psicologica degli Stati Uniti contro Cuba”.

 

Qui sotto la recensione della giornalista de Il Manifesto, Geraldina Colotti.

Fonte: Il Manifesto

Un altro agente all’Avana
Libro di Raul Capote
«Venni reclu­tato dalla Cia per pre­pa­rare la sov­ver­sione politico-ideologica con­tro il mio paese». Il pro­fes­sor Raul Capote comin­cia così il suo rac­conto al mani­fe­sto. In mano ha il libro «Il nostro agente all’Avana», appena pub­bli­cato in Ita­lia da Zam­bon. Un’ampia scheda di Ales­san­dro Pagani, il cura­tore, rica­pi­tola ter­mini e tappe della «guerra psi­co­lo­gica degli Stati uniti con­tro Cuba». L’introduzione di Ser­gio Mari­noni, pre­si­dente dell’Associazione nazio­nale di ami­ci­zia Italia-Cuba, trac­cia la mappa delle prin­ci­pali «con­tro­mosse» messe in campo dal governo cubano per parare i colpi. Il primo a met­tere in gioco la sua vita per infil­trarsi tra i gruppi anti­ca­stri­sti, fu Alberto Del­gado y Del­gado, nella prima metà degli anni ’60. Del­gado venne sco­perto dai ban­di­dos che lo tor­tu­ra­rono sel­vag­gia­mente prima di impic­carlo a un albero vicino a Tri­ni­dad e la sua sto­ria è rac­con­tata in un film del 1973, «El hom­bre de Mai­si­nicu». Capote, il primo cubano a infil­trarsi nella Cia, ha rischiato la vita molte volte, ma è ancora qui, a rac­con­tare quella sto­ria anche in Ita­lia, in un giro di pre­sen­ta­zioni che lo ha por­tato a Roma, dove lo abbiamo incontrato.
Com’è comin­ciata la sua avventura
Ero un gio­vane scrit­tore spe­ri­men­tale, docente uni­ver­si­ta­rio, impe­gnato nell’Unione nazio­nale degli scrit­tori e degli arti­sti di Cuba. La Cia mi ha con­tat­tato per lavo­rare a un pro­getto chia­mato Gene­sis, diretto soprat­tutto ai gio­vani uni­ver­si­tari cubani. Si pro­po­neva di for­mare i lea­der «del cam­bio» e creare una orga­niz­za­zione di falsa sini­stra che in un futuro avrebbe dovuto pre­di­sporre il cam­bia­mento poli­tico nel paese. Per la Cia, ero l’agente Pablo, per il governo cubano, ero Daniel.
Ero e sono un comu­ni­sta fedele ai suoi ideali, uno dei tanti cubani che amano il pro­prio paese. Vivere una dop­pia vita non è facile senza una con­vin­zione pro­fonda: quando ti sba­gli o ti attac­cano o vogliono com­prarti, sei solo e l’unica tua arma è la moti­va­zione. Ho fatto il mio dovere fino al giorno in cui avrei dovuto com­piere atten­tati e il mio governo ha deciso di rive­lare pub­bli­ca­mente l’operazione.
Negli ultimi incon­tri tra rap­pre­sen­tanze Usa e quelle di Cuba, una gior­na­li­sta ha chie­sto alla dele­ga­zione sta­tu­ni­tense se Washing­ton modi­fi­cherà la sua stra­te­gia di inge­renza per pro­muo­vere “la tran­si­zione” a Cuba ora che sono riprese le rela­zioni tra i due governi. Le è stato rispo­sto che, in sostanza, l’obiettivo resta il mede­simo. Lei che ne pensa? E il suo libro è ancora attuale?
Quel che descrive il libro resta ancora molto attuale. L’attuale stra­te­gia di smart power degli Usa — san­zioni da una parte e dia­logo dall’altra, che ora stiamo vedendo nei con­fronti del Vene­zuela — si può rias­su­mere nel pro­po­sito di distrug­gere la rivo­lu­zione cubana seguendo altri metodi, con­si­de­rati più effi­caci di quelli più mar­ca­ta­mente aggres­sivi impie­gati durante la guerra al «peri­colo rosso»: for­mando, alle­nando, finan­ziando lea­der per il cam­bia­mento, infil­trando o creando gruppi alter­na­tivi finan­ziati dalle agen­zie gover­na­tive sta­tu­ni­tensi. Tutto que­sto all’insegna di rela­zioni nor­mali tra i due paesi che con­sen­tano di agire a Cuba in un con­te­sto di legalità.
Que­sti erano gli obiet­tivi del pro­getto Gene­sis. Gli Usa hanno dovuto pren­dere atto del loro fal­li­mento: per 56 anni hanno ten­tato di met­tere in ginoc­chio Cuba pren­den­doci per fame, allet­tando il popolo con ogni tipo di biso­gno indotto affin­ché si sol­le­vasse con­tro la sua rivo­lu­zione. Tut­ta­via, né l’aggressione mili­tare, né il ter­ro­ri­smo, né la guerra bio­lo­gica, né il blocco eco­no­mico hanno pie­gato Cuba. Per que­sto, ora ricor­rono alla poli­tica del buon vici­nato. Cre­dono che, rista­bi­lendo le rela­zioni diplo­ma­ti­che, togliendo pro­gres­si­va­mente il blo­queo pos­sano vin­cere: attra­verso una intensa guerra cul­tu­rale, semi­nando nell’isola i valori del capi­ta­li­smo, impa­dro­nen­dosi della nostra eco­no­mia, cor­rom­pendo fun­zio­nari, impre­sari, mili­tari e poli­tici. In pochi anni, con un pro­cesso sot­tile ma inar­re­sta­bile, senza che pos­siamo accor­ger­cene, Cuba ritor­ne­rebbe al capitalismo.
I più insi­diosi com­plici delle scelte neo­li­be­ri­ste o mode­rate dei governi euro­pei sono gli intel­let­tuali. Lei rac­conta nel libro la dif­fi­coltà per resi­stere a quelle sirene quand’era un gio­vane e ambi­zioso scrit­tore. I gio­vani cubani sono più espo­sti di quelli della sua generazione?
Non credo, anzi. I gio­vani cubani sono molto più pre­pa­rati, cono­scono i modelli occi­den­tali, hanno una cul­tura gene­rale supe­riore alla nostra, un impe­gno grande con il socia­li­smo cubano e hanno modo di fre­quen­tare i nostri nemici più di noi. Il fatto che Cuba abbia un livello di cul­tura gene­rale molto più ele­vato rispetto a quello di altri paesi della regione e a quello di molti paesi del mondo svi­lup­pato, non è da sottovalutare.
La prima grande opera della rivo­lu­zione è stata quella di ele­vare l’educazione e la cul­tura del popolo e que­sto ha dato i suoi frutti. Cuba ha un pro­getto cul­tu­rale alter­na­tivo e ecce­dente la cul­tura glo­bale del capitalismo.
Difen­dere que­sto pro­getto richiede uomini e donne for­mati in que­sta cul­tura dif­fe­rente, capaci di andare in qual­siasi parte del mondo a edu­care, a curare, a costruire, a sal­vare vite umane come fanno i nipo­tini della rivo­lu­zione in Africa, in Vene­zuela, in Bra­sile. Que­sto non lo fa il capi­ta­li­smo. Sul piano poli­tico, il paese è molto più forte di prima.
Il Potere popo­lare si con­so­lida, cre­sce il livello della par­te­ci­pa­zione popo­lare nelle deci­sioni, si sta per­fe­zio­nando il sistema elet­to­rale, si attua­liz­zano le leggi. Il nostro par­tito di avan­guar­dia — che non è un par­tito elet­to­rale come molti cre­dono — è diretto per oltre l’80% da qua­dri poli­tici gio­vani e di alto livello cul­tu­rale. L’unità del par­tito con il popolo è più forte di prima, la gente si sente par­te­cipe e giu­dice di quel che accade nel paese.

Qui sotto la video conferenza della presentazione del libro “Un altro agente all’Avana” con l’autore del libro organizzato dal Circolo di Torino dell’Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba (ANAIC).

 

Leopoldo López condannato a 13 anni e 9 mesi: giustizia è fatta.

leopoldo-lopez_machadodi Alessandro Pagani

“Fai attenzione ai mezzi di comunicazione, perché se non sarai prevenuto, costoro ti faranno amare l’oppressore e odiare l’oppresso”, ebbe a scrivere Malcom X il grande attivista afro-americano assassinato il 21 febbraio 1965 all’interno del terrorismo di Stato statunitense contro la comunità afroamericana negli USA. Orbene, quando leggiamo articoli come quello di Massimo Cavallini sul “Fatto Quotidiano” dell’11 settembre 2015 in merito alla condanna di 13 anni e 9 mesi al fascista e golpista reo confesso Leopoldo Lopez, non possiamo fare a meno di constatare come la suddetta frase di Malcom X si addica proprio a questo genere di giornalisti salariati, che cercano di far “amare l’oppressore e odiare l’oppresso”. Costui infatti accusa di “processo farsa” e di “condanna farsa” il potere giudiziario di un paese sovrano riconosciuto dalle Nazioni Unite. Egli, parla di un paese all’orlo del baratro, quando, invece, sappiamo che il Venezuela è stato premiato dalla FAO per aver debellato completamente il problema della fame in Venezuela; senza poi menzionare tutte le missioni e progetti sociali che hanno ridato speranza ad una popolazione – quella venezuelana – che nella sua maggioranza, fino a prima del trionfo rivoluzionario di Chávez nel 1999, si trovava relegata ai margini della società.

Il giornalista, inoltre, si lascia andare a giudizi di valore fuori luogo e fuori da ogni realtà quando afferma che: “il governo bolivariano – oggi guidato da Nicolas Maduro, figlio ed apostolo di Hugo Chávez- s’è rivelato del tutto incapace, non solo di governare un Paese trascinato sull’orlo dello sfascio economico, politico e morale, ma anche di allestire un’appena decente (decente nel senso di non totalmente grottesca) parodia di giustizia”. Ora, tali affermazioni sono false. Maduro – come sappiamo – si sta dimostrando un ottimo successore di Chavez, se pensiamo alla politica interna e internazionale che sta portando avanti assieme alla collaborazione del popolo venezuelano e mediante accordi che stanno rafforzando il progetto bolivariano e martiano di una Patria Grande in “Nuestra América”.

Da quando Maduro è al governo, non è di certo mancato l’ampliarsi della guerra di “Quarta Generazione” contro il processo rivoluzionario. Questo lo si evince se pensiamo alle campagne mediatiche in corso contro il governo di Maduro; se pensiamo alla guerra economica, alla guerra psicologica e culturale; al paramilitarismo e alle “guarimbas”, che hanno portato il paese andino-amazzonico al limite di una guerra a “bassa intensità”, e che se non si è conclusa in un colpo di stato o in una guerra civile, è dovuto alla grande capacità politica e umana del primo presidente operaio di “Nuestra América”, il Compagno Nicolas Maduro. Un Nicolas Maduro, che ha saputo raccogliere e rafforzare la bandiera dell’unità civico-militare ereditata dal Comandante Eterno Hugo Chavez.

Le accuse di “processo farsa” e di “condanna farsa” palesano il ridicolo, se non fosse che tali considerazioni vanno inserite all’interno di una campagna di odio orchestrata dalle agenzie dell’impero con sede a Washington. Non è un caso, infatti, che l’articolo di Cavallini è un vero e proprio “copia e incolla” di altri articoli “spazzatura” della stampa allineata agli interessi di stato statunitensi (BBC, el Pais, El Mundo, etc) e che cercano di “far amare l’oppressore”: l’imperialismo yankee e i suoi accoliti, e “odiare l’oppresso”: i popoli e i governi che oggi stanno dimostrando all’opinione pubblica internazionale che uscire dalla crisi del capitale è possibile solo nella costruzione del socialismo del XXI secolo; attraverso la realizzazione di quello che i popoli e i governi membri dell’ALBA-TCP definiscono – a ragione – come “Nuestros Socialismos” (al piurale, perché basato sulle proprie condizioni oggettive e soggettive presenti nelle diverse nazioni).

Ma chi è Leopoldo Lopez? Questo fascista e golpista reo confesso, che suddetto giornalista italiano lo disegna come un “paladino della libertà”, un “oppresso”, un “combattente per la libertà”?

Lopez, di cittadinanza venezuelana, è il capo dell’organizzazione di estrema destra “Voluntad Popular”, gruppo che non ha mai nascosto le proprie simpatie per altri gruppi di estrema destra che nel passato non troppo remoto, durante gli anni delle dittature militari fasciste e dell’Operazione Condor in America Latina, si sono macchiati dei peggiori crimini contro l’umanità; da quando è finita la seconda guerra mondiale. Per fare un confronto con l’Italia potremmo dire che Voluntad Popular rappresenta la stessa forza politica che allora ha rappresentato l’MSI in Italia.

Le attività di Leopoldo Lopez hanno inizio negli anni Novanta del secolo passato quando costui intraprende un percorso di studi nel Kennedy School of Government dell’Università di Harvard, un Centro di alti studi strategici e militari finanziato e diretto dalla Agenzia Centrale di Intelligence statunitense(CIA). Fu allora che Lopez conobbe il generale David Petraeus, che successivamente si è scoperto essere un agente della CIA.

Nel 2002, in seguito all’addestramento ricevuto da quella accozzaglia di spie e assassini che sono la CIA, lo vediamo dirigere le proteste che provocarono decine di morti innocenti, propiziando il colpo di stato contro il governo rivoluzionario e bolivariano di Hugo Chavez. Sempre i quei giorni, si fece conoscere per l’assedio contro l’Ambasciata della Repubblica di Cuba Caracas.
Nonostante un’amnistia ricevuta nel 2007, Lopez rimarrà al centro dell’attenzione, per l’ingente e cospicuo furto di fondi da PDVSA, attraverso “Primero Justicia”, il Partito di cui è stato il dirigente principale.

Leopoldo Lopez non ha mai nascosto il suo interesse a diventare presidente della Repubblica, qualcosa che non è un reato in Venezuela, non fosse altro che, per ottenere tale obiettivo e di fronte all’incapacità di fare breccia nella maggioranza della popolazione venezuelana, decideva di costituire un “patto criminale” con l’estrema destra narco-paramilitare colombiana e nella fattispecie con Alvaro Uribe, accusato non poche volte per i suoi stretti legami con le Autodefensas Unidas de Colombia (AUC) che, al contrario di essere state smantellate durante il suo governo, hanno trovato riparo giuridico dietro alla sua “mano dura” contro il popolo colombiano e il suo “cuore grande” verso i paramilitari.

In un intervista Alvaro Uribe dichiara: “Mi sono riunito con Leopoldo Lopez, un dirigente politico, giovane e ambizioso, con grandi capacità come dirigente politico. Con lui abbiamo delineato la lotta contro il narcotraffico”. Questa intervista risale a quando Uribe era presidente della Colombia.

Ora, bisognerebbe chiedere a Cavallini, che scrive per il “Fatto Quotidiano”, un quotidiano che fa della “lotta contro la corruzione” il suo cavallo di battaglia, perché mai un presidente della Repubblica di una nazione come la Colombia si riuniva con il capo dell’opposizione – di una opposizione per di più golpista e immischiata nel narcotraffico – e non con il governo eletto democraticamente e costituzionalmente presente in Venezuela, per parlare di lotta contro il narcotraffico? Cosa direbbe un qualsivoglia governo italiano, se il presidente di un paese amico si incontrasse con i capi della mafia per parlare di lotta contro il narcotraffico, per esempio?
Risulta evidente che leggendo l’articolo di Cavallini, chi stia muovendo un “giudizio farsa” non è il potere giudiziario venezuelano, ma, semmai, il giornalista italiano, che al posto di provare ad analizzare senza pregiudizi ideologici la complessa situazione oggi in corso in Venezuela, ha preferito dare addito alle fanzine di una certa stampa internazionale allineata alla guerra non convenzionale in corso contro il Venezuela e contro tutti i Paesi membri dell’ALBA-TCP, che evidentemente danno fastidio agli interessi economici degli Stati Uniti nell’emisfero occidentale, dove l’America Latina è sempre stata considerata dai governi statunitensi come il proprio “Patio Trasero” (Giardino di casa).

Un altro colpo contro la credibilità del giornalismo italiano.

Leopoldo López condenado a 13 años y 9 meses. Por fin se ha hecho justicia.

Leopoldo-Lopez-CIAPor Alessandro Pagani

“Pon atención a los medios de comunicación, porque si no estás prevenido, ellos te harán amar al opreso y odiar al oprimido”, había escrito Malcolm X, el gran activista afro-americano asesinado el 21 de febrero de 1965 dentro del terrorismo de estado estadounidense contra la comunidad afroamericana en los EEUU. Ahora bien, cuando leemos artículos como el de Massimo Cavallini en el “Fatto Quotidiano” del 11 de septiembre 2015 en relación a la condena de 13 años y 9 meses al fascista y golpista reo confeso Leopoldo López, no podemos hacer sino constatar como la frase mencionada de Malcolm X, justamente corresponde a este género de periodistas asalariados, que buscan hacer “amar al opreso y odiar al oprimido”. De hecho, éste acusa de “proceso farsa” y de “condena falsa” el poder jurídico de un país soberano reconocido por las Naciones Unidas. El habla de un país al borde del abismo, cuando, al contrario, sabemos que Venezuela ha sido premiada por la FAO, por haber erradicado completamente el problema del hambre en Venezuela, sin mencionar todas la misiones y proyectos sociales que han devuelto la esperanza a una población –la venezolana- que en su mayoria, hasta antes del triunfo de Chávez en 1999, se encontraba relegada a los márgenes de la sociedad.

El periodista, además, se permite emitir juicios de valor fuera de lugar y fuera de toda realidad, cuando afirma que “el gobierno bolivariano – hoy guiado por Nicolás Maduro, hijo y apóstol de Hugo Chávez- ha resultado del todo incapaz, no solamente de gobernar un País, arrastrándolo al borde del desastre económico, político y moral, sino también de preparar una, apenas decente, (decente en el sentido de no totalmente grotesca) parodia de justicia”. Ahora tales afirmaciones son falsas. Maduro –como sabemos- se está demostrando un óptimo sucesor de Chávez, si pensamos a la política interna e internacional que está llevando adelante conjuntamente con la colaboración del pueblo venezolano y mediante acuerdos que están re forzando el proyecto bolivariano y martiano de una Patria Grande en “Nuestra América”.

Desde cuando Maduro está en el gobierno, no ha faltado, por cierto, el ampliarse de la guerra de “Cuarta Generación” contra el proceso revolucionario. Esto se evidencia si pensamos a las campañas mediáticas en curso contra el gobierno de Maduro; si pensamos a la guerra económica, a la guerra sicológica y cultural; al paramilitarismo y a las “guarimbas”, que han llevado al país andino-amazónico al límite de una guerra a “baja intensidad”, y que si no se concluye en un golpe de estado o en una guerra civil, es debido a la gran capacidad política y humana del primer presidente obrero de “Nuestra América”, el compañero Nicolas Maduro. Un Nicolas Maduro, que ha sabido recoger y reforzar la bandera de la unidad civico-militar heredada del Comandante Eterno Hugo Chavez.

Las acusaciones de “proceso farsa” y de “condena falsa” denotan el ridículo, si no fuera que tales consideraciones van inmersas dentro de una campaña de odio orquestada por las agencias del imperio con sede en Washigton. No es un caso, de hecho, que el artículo de Cavallini es una verdadera y propia “copia y calco” de otros artículos “basura” de la prensa alineada a los intereses de estado estadounidenses (BBC, el País, El Mundo, etc) y que buscan “hacer amar al opresor”: el imperialismo yanqui y sus acólitos, y “odiar al oprimido”: los pueblos y gobiernos que hoy están demostrando a la opinión pública internacional que salir de la crisis del capital es posible sólo con la construcción del socialismo del siglo XXI; a través de la realización de aquello que los pueblos y los gobiernos miembros del ALBA-TPC definen – con razón- como “Nuestros Socialismos”.

Pero quién es Leopoldo López?. Este fascista y golpista, reo confeso, que el mecionado periodista italiano lo dibuja como un “paladín de libertad”, un “oprimido”, un “combatiente por la libertad”?

López, de ciudadanía venezolana, es el jefe de la organización de extrema derecha “Voluntad Popular”, grupo que no ha escondido nunca las propias simpatías por otros grupos de extrema derecha que en el pasado, no tan remoto, durante los años de las dictaduras militares fascistas y de la Operación Cóndor en América Latina, se han manchado de los peores crímenes contra la humanidad; desde cuando se ha terminado la segunda guerra mundial. Para hacer una comparación con Italia podriamos decir que “Voluntad Popular” representa la misma fuerza política que entonces ha representado el Movimiento Social Italiano (MSI) en Italia.

Las actividades de Leopoldo López han iniciado en los años noventa del siglo pasado cuando éste emprende un curso de estudios en el Kennedy School of Government de la Universidad de Harvard, un Centro de altos estudios estratégicos y militares fianciados por la Agencia Central de Intelligence estadounidense (CIA). Fue en aquel entonces que Lopez conoce al general David Petraeus, que sucesivamente se ha descubierto ser un agente de la CIA.

En el 2002, luego del entrenamiento recibido de aquel tropel de espías y asesinos que son la CIA, lo vemos dirigir las protestas que provocaron decenas de muertos inocentes, propiciando el golpe de estado contra el gobierno revolucionario y bolivariano de Hugo Chavez. Siempre en aquellos días, se hace conocer tambien por el asedio contra la Embajada de la República de Cuba ubicada en Caracas.

No obstante una amistía recibida en el 2007, Lopez se quedará en el centro de la atención, por el grande y considerable robo de los fondos de PDVSA, a través de “Primero Justicia”, el partido del que él ha sido dirigente principal.

Leopoldo Lopez no ha escondido nunca su interés por convertirse en presidente de la República, algo que no es un crímen en Venezuela, a no ser que, para obtener tal objetivo y frente a la incapacidad de hacer brecha en la mayoría de la población venezolana, decidiera construír un “pacto criminal” con la extrema derecha narco-paramilitar colombiana y en el caso con Alvaro Uribe, acusado, no pocas veces, por sus estrechos lazos con las Autodefensas Unidas de Colombia (AUC) que, al contrario de haber sido desmanteladas durante su gobierno, han encontrado un resguardo jurídico detrás de su “mano dura” contra el pueblo colombiano y su “gran corazón” hacia los paramilitares.

En una entrevista Alvaro Uribe declaró: “Me he reunido con Leopoldo Lopez, un dirigente político, joven y ambicioso, con grandes capacidades como dirigente político. Con el hemos delineado la lucha conta el narcotráfico”. Esta entrevista fue hecha cuando Uribe era presidente de Colombia.

Ahora bien, se necesitaría preguntar a Cavallini, que escribe para el “Fatto Quotidiano”, un periódico que hace de la “lucha conta la corrupción” su caballo de batalla: por qué un presidente de la República de una nación como Colombia se reunía con el jefe de la oposición –de una oposición además golpista y involucrada en el narcotráfico- y no con el gobierno elegido democráticamente y constitucionalmente presente en Venezuela, para hablar de lucha contra el narcotráfico? Qué cosa diría cualquier gobierno italiano, si el presidente de un país amigo se encontrase con los jefes de la mafia para hablar de lucha contra el narcotráfico, por ejemplo?.

Resulta evidente que leyendo el artículo de Cavallini, quien está moviendo un “juicio farsa” no es el poder jurídico venezolano, sino, el periodismo italiano, que en lugar de investigar sin prejuicios ideológicos la compleja situación actualmente en curso en Venezuela, ha preferido dar cabida a las mentiras de una cierta prensa internacional alineada a la guerra no convencional en cruso contra Venezuela y contra de todos los países miembros del ALBA –TPC, que evidentemente molestan a los intereses económicos de los Estados Unidos en el hemisferio occidental, donde la Amèrica Latina ha sido considerada siempre como el propio “patrio trasero”.

Otro golpe contra la credibilidad del periodismo italiano.

Allerta che cammina…la Misiòn Milagro in Africa

unknown1Di Alessandro Pagani (ANROS Italia)

“Sessant’anni fa, proprio in questi stessi giorni, in queste stesse ore, si consumò l’atto terrorista più grande della storia. Un vero e proprio genocidio commesso dall’imperialismo nordamericano; Sessant’anni fa esplodevano le bombe atomiche nelle città di Hiroshima e Nagasaki. Rammentiamo con tristezza siffatti eventi e rendiamo tributo alle vittime di quegli atti terroristi di carattere squisitamente genocida; rendiamo omaggio al dolore, e segnaliamoli come le azioni terroristiche più grandi che ricordi la storia. Oggi, a distanza di Sessant’anni, come allora in mezzo a quei popoli quivi summenzionati furono fatte esplodere quelle bombe atomiche per seminare la morte; Oggi, dove siamo riuniti, nella Valle di Caracas, sta esplodendo una bomba atomica per la vita: la Gioventù del mondo è qui presente!” Queste sono le parole del comandante Hugo Chávez durante la cerimonia di apertura del Sedicesimo Festival Mondiale della Gioventù e degli Studenti che si svolse a Caracas dal 8 al 12 agosto del 2005. Oggi a distanza di dieci anni da quell’evento, un’altra “bomba per la vita” è in procinto di esplodere: la Missione “Milagro Negro”, testamento politico e rivoluzionario che Chávez ha lasciato nelle mani di tutti i sinceri rivoluzionari di tutto il pianeta. Il testamento è chiaro: salvare i’umanità dalle guerre e dalla fame, dalle malattie e dalla miseria, attraverso progetti medico-sociali come la Misiòn Milagro. Ma andiamo per ordine e cerchiamo di comprendere con più precisione di cosa tratta questa missione, nata nel 2004 dall’idea di Fidel Castro e Hugo Chávez.

La Missione Miracolo: morale e luce verso il pieno diritto a vivere dignitosamente

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La “Missione Miracolo”, è un’iniziativa congiunta dei governi rivoluzionari della Repubblica di Cuba e della Repubblica Bolivariana del Venezuela. Trattasi di una campagna con un grande contenuto sociale e umanitario, che non fa nessuna discriminazione di carattere sociale, razziale, religioso, politico o di età tra i pazienti. Le operazioni che sono effettuate nelle condizioni oggettive presenti nei paesi dove si agisce – tutte realizzate in forma gratuita – stanno curando non poche malattie oftalmologhe presenti in quei cittadini del “sud” del mondo. Dal 11 agosto del 2004, giorno nel quale ebbero inizio le prime cinquanta operazioni, Cuba ha lanciato una vera è propria battaglia per la vita per salvaguardare e far tornare la vista in Dieci anni a non meno di Sei milioni di malati latinoamericani che non potevano essere curati nelle cliniche mediche – quasi tutte private – che popolano l’America Latina e i Caraibi, e che sono considerate “zona rossa” per gli umili e i dannati della terra. Siffatta operazione medica cubana, è ricordata come il Convegno di Sandino, là dove medici e lavoratori della salute cubani, attraverso l’utilizzo della tecnologia e dei più avanzati e moderni strumenti oftalmologici, sono riusciti a creare le condizioni per operare ogni anno a circa 1 milione di pazienti. Tutto questo all’interno dell’Alternativa Bolivariana per i popoli di Nostra America (ALBA-TCP). Oggi, a distanza di oltre Dieci anni, come afferma la giornalista italiana Marinella Correggia: “Nella Missione Miracolo partecipano 165 istituzioni cubane”. Inoltre, la Missione Milagro, “dispone di una rete di 49 centri oftalmologici con 82 postazioni chirurgiche in 14 paesi dell’America Latina e dei Caraibi. Ci sono missioni miracolo in Venezuela, Bolivia, Costa Rica, Ecuador, Haiti, Honduras, Panama, Guatemala, Saint Vincent e Granadine; Guyana, Paraguay, Granada, Nicaragua e Uruguay”. Il primo paziente della Missione Milagro, un giovane adolescente venezuelano di nome Samuel, fu operato l’11 agosto del 2004. Samuel viveva nel Cerro Antimano, nel municipio Libertador a Caracas assieme a sua madre, suo padre e ai suoi quattro fratelli. Non c’è narrazione migliore di quella di Katiuska Blanco, Alina Perera e Alberto Nuñez nel loro libro “Voces del Milagro”, pubblicato dalla casa editrice Abril dell’Avana nel 2004 per descrivere la poesia e l’amore alla vita che si evince da tali politiche medico-sociali portate avanti dai governi rivoluzionari di Cuba e Venezuela. “La vita nel Cerro trascorre come quella di una lumaca, che entra ed esce lentamente dal proprio guscio, trascinandosi su e giù per quelle vecchie e squattrinate scalinate di quell’umile vicinato. Il viale principale si congiunge con una stradina e l’altra. Infondo a questo labirinto di strade e vicoli arriviamo davanti alla casa di Samuel, il primo bimbo venezuelano operato a Cuba di cataratta congenita e che da oltre dieci anni gli offuscava il suo fragile mondo infantile. Non poteva andare in bicicletta, ne guardare la televisione; non poteva leggere, scrivere o disegnare; non poteva giocare a baseball, a calcio e nemmeno restare per un tempo prolungato fuori di casa; non poteva andarsene in giro per conto proprio. In vita sua, non era mai riuscito a vedere con nitidezza il viso di sua madre, dei suoi fratelli e di suo padre, che fu anch’esso curato a Cuba dopo trent’anni di cecità. Una volta portate a termine le operazioni, fu la prima volta che questi riuscirono vedersi in faccia. Sua madre viveva in Tacagua, un quartiere assai più complicato di Antimano 2 nel quale ora vivono. Il Cerro, che ricorda a una dea Aragua, è uno dei quartieri più difficili presenti nella città di Caracas. In seguito alla complicazione di un’operazione chirurgica precedente, realizzata con l’aiuto economico di una religiosa del Hogar del Junquito, Eucaris, la madre di Samuel, non aveva rinunciato al sogno di operare di nuovo a suo figlio Samuel Gonzalez. Fu proprio, il medico cubano della Missione Barrio Adentro presente in quel quartiere che gli aprì la strada per il viaggio verso la luce (…). Oggi, in seguito all’operazione, Samuel può finalmente entrare e uscire di casa senza l’aiuto di nessuno. Può apprezzare la bellezza di un albero o di un animale. Può accarezzare ai suoi due cagnolini. Può giocare come tutti gli altri bambini a baseball o a calcio. Non esistono più ostacoli tra lui e i suoi sogni di studiare, che ora potranno realizzarsi senza nessun problema(…). Sua madre vuole ringraziare a Chávez e a Fidel: “Quando ci dissero che saremmo partiti per Cuba non riuscii a trattenere la mia emozione da quanto ero contenta. Nel contempo, ero assai preoccupata di dover lasciare soli gli altri miei quattro figli per poterne curare uno. Si trattò di una decisione assai difficile. Dato che sono una persona umile e con poche risorse, devo ringraziare a Fidel e a Chávez per avermi concesso l’opportunità di operare a mio figlio Samuel e a Chávez gli dico: che dio ti benedica, che Dio ti moltiplichi per tutto il bene che stai facendo ai poveri, perché sei il primo Presidente che si preoccupa davvero per i poveri”

Una Missione Milagro Negro in Africa è un dovere morale

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L’Organizzazione Mondiale della Salute (OMS), ha riconosciuto recentemente che in Africa su una popolazione totale di 805 milioni di abitanti il 15% sono ciechi, l’8,3% sono Ipovedenti. Questi dati obbligano tutti noi a riflettere su quello che dovrebbe essere la missione di non pochi paesi a capitalismo avanzato come l’Italia in Africa. Invece ciò che abbiamo davanti ai nostri occhi è la più completa ottusità e indifferenza da parte del nostro paese che, evidentemente, preferisce spendere i propri soldi in tecnologia militare e in politiche d’ingerenza, atte allo sfruttamento del continente africano, piuttosto che attivarsi in politiche sociali e in missioni mediche per seminare la luce e l’amore alla vita a milioni di “Samuel” in tutta l’Africa. Questo non è, però, il caso dei governi rivoluzionari dei paesi membri dell’ALBA-TCP e nella fattispecie del governo cubano e venezuelano, vere e proprie avanguardie nella lotta per la vita; non solo in America Latina ma anche nella nostra Madre Africa. Cuba e Venezuela con il progetto “Missione Miracolo”, stanno dando attenzione medica e benessere a milioni di persone in tutta l’America Latina, nei Caraibi e non solo. Oggi vediamo come non poche centinaia di Brigate Mediche cubane stanno distribuendo attenzione medica in molte regioni del continente africano. Questo è il caso delle brigate mediche cubane presenti in Sierra Leone e che hanno sconfitto l’ebola nel silenzio “assordante” di quei mezzi di comunicazione allineati alla guerra mediatica e psicologica portata avanti dagli Stati Uniti contro i paesi membri dell’ALBA-TCP e nella fattispecie contro Cuba, Venezuela, Ecuador e Bolivia. Ora, l’eroica attività dei medici e lavoratori della salute cubani in Sierra Leone non è un caso isolato, giacché nasce da una politica che viene da lontano e che nessun mezzo di comunicazione può nascondere. Missioni mediche che sono presenti in moltissime regioni del pianeta e che dovrebbero ricevere il premio nobel per la pace Nell’ottobre 2005, il governo dell’Avana inviò 2000 professionisti sanitari in Pakistan, installando Trenta ospedali da campo che assistettero più di 1,5 milioni di persone, in seguito al terremoto avvenuto nel paese asiatico. In seguito al terremoto in Indonesia del 27 maggio 2006, Cuba inviò 135 medici e una delegazione che assistette 1000 pazienti al giorni nell’isola di java, fermandosi per un totale di otto mesi. Nel dicembre 2007, Cuba celebrò il raggiungimento di un milione di pazienti dall’America Latina, Caribe e Africa che hanno recuperato o migliorato la vista grazie all’ Operazione Milagro, essendo un fatto unico nella storia dell’umanità, grazie alla collaborazione dei governi rivoluzionari di Cuba e Venezuela. Il 20 novembre 2008, Cuba e Angola si accordarono per la formazione di oftalmologi del paese africano sotto l’istruzione di specialisti cubani nel segno dell’ Operazione Milagro”, scrive Marinella Correggia. La Missione Milagro Negro, ha come obiettivo di prestare attenzione medica a quegli oltre cinquanta milioni di persone che in tutto il continente sono considerati disabili visivi. Un dovere storico e morale per tutti i sinceri rivoluzionari che lottano per un mondo basato sulla pace con giustizia sociale e che rammentano con rammarico l’accumulazione originale del capitale e lo sfruttamento realizzato dall’Europa in tutto il continente africano in questi ultimi Cinquecento anni. Per questo la necessità che si metta in piedi un progetto politico, sociale e medico che ponga in essere nuove triangolazioni nel mezzo della cooperazione e amicizia tra i popoli dell’ALBA-TCP, dell’Italia e dell’Africa; là dove questi ultimi devono essere quelli che devono ottenere il maggior beneficio dalla missione. Nostro compito come popolo lavoratore italiano, come attivisti sociali e sinceri rivoluzionari e quello di metterci al servizio di questa missione, che va verso la costruzione di un mondo dove la giustizia sociale sia la legge del futuro e dove lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e sulla natura sia solo un brutto retaggio del passato.

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Per questo che ANROS Italia attraverso il patrocinio politico e morale dell’Ambasciata della Repubblica Bolivariana del Venezuela e del Consolato Generale della Repubblica Bolivariana del Venezuela a Napoli hanno consegnato al Primo Presidente operaio di Nostra America, il compagno Nicolas Maduro, la bozza del progetto della Missione “Milagro Negro”. Trattasi di un progetto che in realtà ha avuto già un precedente, se pensiamo al primo incontro che avvenne il 17 giugno del 2013 tra Maduro e il Papa Francesco, nel quale il governo della Repubblica Bolivariana del Venezuela aveva proposto alla Santa Sede, di unirsi ai popoli della Patria Grande in siffatta Missione. Il progetto da allora ha preso forma, attraverso il lavoro di non poche compagne e compagni del movimento di solidarietà e di appoggio alla Rivoluzione Bolivariana del Venezuela e che nel progetto bolivariano e martiano di una Patria Grande latinoamericana, vedono il cammino luminoso verso la costruzione di un nuovo ordine mondiale multipolare, multilaterale, multiculturale e multicentrico basato sul socialismo del XXI secolo, quello stesso socialismo che ebbe a definire il Comandante Eterno Hugo Chávez e che i popoli di Nostra America chiamano “nuestro socialismos” sottolineando come la costruzione di un mondo migliore deve essere libero da ogni dogma. Che è la base per poter realizzare oggi il Testamento Politico di Hugo Chávez, quello di seminare la luce della speranza ai popoli del Tricontinente.