“Las palabras como armas”: impegno rivoluzionario e costruzione identitaria

Tony11Ecco l’esempio che Tony Guerrero ha trasmesso nel suo incontro con gli studenti universitari di Milano

di Alessandro Pagani

Il periodo di riflusso politico che ebbe inizio negli anni Novanta del secolo passato, dopo il crollo dell’URSS e della maggior parte dei paesi socialisti, fu anche lo scenario di emergenza da parte di Cuba di fronte all’implementarsi delle azioni di destabilizzazione della Rivoluzione cubana da parte degli Stati Uniti del Nord America, la cui virulenza rese necessario che il popolo cubano e il suo governo aumentassero la propria vigilanza rivoluzionaria infiltrando i propri agenti della sicurezza di Stato in seno a quelle organizzazioni terroriste anticastriste con sede a Miami.

E’ da qui che nasce l’eroica storia dei Cinque eroi cubani, che misero da parte i propri affetti e la propria vita personale per difendere il proprio Paese da siffatte azioni terroriste organizzate dalla mafia cubano americana, e che per questo dovettero patire – inoltre – le sofferenze e le privazioni del duro regime carcerario statunitense.

Un aspetto centrale di questa esperienza è il processo di costruzione dell’identità rivoluzionaria, fattore che ha reso possibile la Resistenza soggettiva alla barbarie carcerarie, come ha raccontato Tony Guerrero durante il suo incontro in un’aula piena di studenti dell’Università degli Studi di Milano.

Questo processo interiore, come quello inerente alla costruzione di un’identità collettiva, include la necessità di farsi proprio un universo di referenze capaci di dinamizzare la volontà, di materializzare sensazioni, di contrarrestare quelle forze centrifughe della soggettività individuale e che Tony Guerrero – rinchiuso in isolamento carcerario per 17 mesi consecutivi durante i 16 anni che ha dovuto scontare – è riuscito a trasmettere attraverso i suoi “versos sencillos”.

Ebbene, nel caso di Tony ciò che si evince dal suo incontro universitario “La palabra como armas” è che la dinamica di Resistenza della sua identità rivoluzionaria (la sua cosmovisione poetica) non è solo la materializzazione di un insieme di formulazioni teorico-ideologiche ma, anche, di una strutturazione di un immaginario politico – teoria e prassi – fortemente intriso di elementi propri di una cultura rivoluzionaria d’innegabile tradizione martiana, facilmente riconoscibile a partire dal trionfo della Rivoluzione cubana (1 gennaio 1959) e da colui che rappresenta – senz’altro – il più degno rappresentante, il comandante in capo di tutti gli umili della terra: Fidel Castro Ruz.

La “parola come arma”, vale a dire la poesia come strumento per interiorizzare le sofferenze delle carceri imperialiste statunitensi, in questo senso, ha rappresentato per Tony un elemento fondamentale tanto della costruzione della propria identità come rivoluzionario – fattore che traspare ascoltandolo narrare siffatta esperienza personale – come dell’esempio che ne viene fuori per tutti, là dove orbene si evince la condotta che deve mostrare un vero rivoluzionario di fronte a chi, dalla sua parte, ha solo la ragione della forza.

Ascoltando le parole di Tony Guerrero, davanti ad una platea di giovani universitari italiani, palesemente trasportati in cielo (come quelle farfalle cubane che diedero dignità alla sua vita carceraria), è impossibile disconoscere che i vincoli tra certe componenti del pensiero martiano e marxista rivoluzionario non sono affatto qualcosa di astratto o immaginario, ma rappresentano la forza della ragione di questi Cinque Eroi Cubani, degni rappresentanti dell’invitto popolo cubano.

Da siffatta prospettiva, si deve leggere l’incontro che si è tenuto presso l’università degli studi di Milano, cercando di interpretare al meglio le caratteristiche di una figura chiave dell’universo rivoluzionario cubano: quella di un eroe. La forma in cui questa figura rivoluzionaria si è articolata in un sistema di principi rivoluzionari e che nella interiorizzazione delle sofferenze carcerarie, nella conquista della libertà, costituiscono a loro volta uno degli esempi più alti della vita di un rivoluzionario che ha deciso di dare tutto per una giusta causa come quella della difesa della propria Patria e della propria Rivoluzione, contro le azioni terroriste e sovversive degli Stati Uniti del Nord America.
Gli studenti universitari di Milano non hanno ignorato tale esempio che è riuscito a trasmettergli Antonio Guerrero, oggi le sue poesie, le sue parole di amore alla vita e di indomabile Resistenza, riecheggiano nelle aule di quell’università e prendono il volo verso l’orizzonte, verso quel sol dell’avvenire che oggi, grazie a Tony, grazie ai Cinque eroi cubani, grazie a Fidel e Raul, grazie al comandante eterno Hugo Chavez, è diventato realtà e che si chiama: Patria Grande!

esclusivo per it.cubadebate.cu

La guerra chimica in Vietnam

KFTSaJGdi Alessandro Pagani*

 

L’utilizzo di armi chimiche, da parte dell’esercito statunitense nel Vietnam, costituisce senz’altro un crimine di guerra sulla base delle norme del Diritto Internazionale.[1]

Sebbene oggi gli Stati Uniti si dipingano agli occhi dell’opinione pubblica internazionale come i paladini della lotta contro l’utilizzo delle armi chimiche durante i conflitti e sulle popolazioni civili, la possibilità di utilizzare tali armi durante i conflitti è stata una costante nella politica degli Stati Uniti. Già durante la seconda guerra mondiale gli USA avevano sviluppato non pochi esperimenti in previsione di una guerra chimico-biologica. Dopo varie ricerche militari sugli erbicidi condotte a Camp Detrick, il vero e proprio utilizzo sulle popolazioni ha trovato il suo campo di applicazione su vasta scala in Vietnam, quando gli Stati Uniti hanno combattuto una guerra contro un popolo intero che sosteneva la lotta di liberazione nazionale guidata dal Fronte Nazionale di Liberazione del Sud Vietnam e dal Partito dei Lavoratori del Vietnam.

È nei laboratori situati negli Stati Uniti che sono stati sviluppati “erbicidi” tra i quali i prodotti 2 e 4 – D e 2, 4, 5 – T; ed è proprio con la definizione di armi chimiche che gli stessi sono stati impiegati sin dal 1961 nelle operazioni di defogliazione nel Sud Vietnam.

I primissimi studi in merito sono quelli del Dott. Pham Van Bac, giurista e presidente ella Commissione d’Inchiesta della RDV sui crimini statunitensi in Vietnam: “è soltanto nell’ottobre del 1969, in una dichiarazione pubblica del Dott. Lee Dubridge, consigliere scientifico del presidente Nixon, che vengono rivelati i risultati delle ricerche sul 2, 4, 5 – T, compiute molto tempo prima dai laboratori di ricerca Bionetics, sotto gli auspici del Cancer Institute”.[2]

Dai risultati si evince che “qualsiasi dose di 2, 4, 5 – T produce nel ratto malformazioni fetali e che in ogni caso non è mai stato osservato un effetto nullo”.[3]

Il presidente Richard Nixon, ben consapevole che l’utilizzo di armi chimiche sulle popolazioni era una palese violazione del Protocollo di Ginevra (rapporto del 1° luglio 1969 della Commissione di esperti scientifici nominata dalle Nazioni Unite sulla questione dell’utilizzo di armi chimiche e biologiche), ha continuato a portare avanti le operazioni di genocidio ai danni della popolazione del Vietnam, camuffandole in maniera subdola.[4]

L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, approvando il rapporto della Commissione, ha adottato la risoluzione N. 2603 del 16 dicembre 1969, secondo la quale “Dichiara contrario alle regole del Diritto Internazionale, in base agli enunciati del Protocollo di Ginevra del 17 giugno 1925, l’impiego nei conflitti armati di: A) ogni agente chimico di guerra – sia esso allo stato gassoso, liquido o solido – che produca effetti tossici sull’uomo, sugli animali o sulle piante”.

Attraverso l’utilizzo di armi di distruzione di massa l’esercito statunitense non solo violò tutte le norme internazionali che bandiscono l’utilizzo di armi chimiche durante conflitti bellici, ma colpì indiscriminatamente obiettivi civili e militari, procurando danni incalcolabili alle persone e alle cose, all’uomo e alla natura, danni che ancora oggi si possono riscontrare nella popolazione e nell’ambiente. Dai risultati di uno studio sugli effetti dell’agente “Arancione”, sono “confermate le proprietà mutogene della diossina, trasmissibili ereditariamente”[5]Non pochi sono i casi clinici che confermano tali studi. A riguardo si riportano alcuni dati sulle anomalie riproduttive nel villaggio di Thanh Phu, nel Sud Vietnam; là dove l’aviazione nordamericana ha effettuato bombardamenti che non hanno risparmiato donne, bambini e anziani.

Nel 1970, il professore vietnamita Ton That Tung, durante una conferenza tenutasi a Orsay (Francia), ha illustrato ai presenti gli effetti mutogeni e cancerogeni sui cromosomi da parte della diossina, ponendo all’attenzione dell’opinione pubblica internazionale la questione della correlazione tra la guerra chimica e il progressivo aumento di casi di donne e uomini affetti da cancro nel Vietnam. L’aberrazione cromosomica fu constatata tra le persone che avevano soggiornato per lungo tempo nelle zone cosparse con le sostanze chimiche. Il problema dell’azione letale dei prodotti chimici sulla salute dell’uomo è oggettivamente impressionante. Non pochi esperimenti di laboratorio hanno dimostrato l’effetto mutogeno, teratogeno e cancerogeno di suddette sostanze sull’uomo. I defolianti utilizzati a dosi massicce sulla popolazione hanno subito attirato l’attenzione di medici e biologi sulle reazioni dannose che provocano sull’uomo.

Sebbene fossero i biologi nordamericani, i primi a segnalare le gravi conseguenze dovute alla guerra chimica sull’ambiente, è nel centro d’ematologia dell’ospedale Bach Mai di Hanoi (laboratorio che fu distrutto dall’aviazione statunitense nel 19729), che furono scoperte per la prima volta delle alterazioni cromosomiche su dei soggetti che avevano vissuto per lungo tempo in regioni sottoposte ai bombardamenti con armi chimiche.[6]

A riguardo il Dott. Bach Quoc Tuyén, ematologo, precisa: “Lo studio del sistema cromosomico dei soggetti analizzati denota un elevato e anormale tasso di anomalie assai significative. I defolianti inducono lesioni tra i cromosomi sessuali e pertanto tali disfunzioni possono essere trasmesse ereditariamente alle generazioni future”. Lo studio epistemologico sulle malformazioni congenite conferma quanto affermato dal Dott. Bach Quoc Tuyén sull’ipotesi della trasmissione genetica degli effetti mutogeni dei defoglianti.

La ricerca afferma che “Un dato per nulla irrilevante è che nei giorni successivi ai bombardamenti nordamericani con armi chimiche sono stati contati un numero anormale di aborti tra le donne gravide della regione di Long Dien e di An Tranch (Trung Bo centrale). Tra le 73 donne colpite da manifestazioni oculo-nasali, ci sono stati 22 aborti. Non pochi sono stati i casi di donne gravide che hanno vissuto in zone di spargimento nei cui neonati, una volta partorito, sono stati osservati casi di trisomia 21. La trisomia 21 è la conseguenza di un errore nella separazione dei cromosomi omologhi, errore che spesso è stato attribuito all’avanzata età della madre, ma che invece è dovuto alle aspersioni dei nordamericani”. Tutto ciò si desume – sempre secondo tale ricerca – dal fatto che: “oltre all’origine tossica di queste trisomie 21 non sono state evidenziate anomalie cromosomiche strutturali così gravi da far pensare ad altro. Inoltre, in 100 cellule appartenenti ad alcuni di questi bambini sono evidenti 3,33 rotture cromosomiche, vale a dire 6 volte di più che nei sopravvissuti di Hiroshima”.[7]

La guerra chimico-biologica è da considerarsi come una parte della strategia bellica degli Stati Uniti, volta al genocidio della popolazione vietnamita.

In un inchiesta del New York Times del 21 dicembre 1965 anche i giornalisti dovettero ammettere la situazione reale, vale a dire che il governo degli Stati Uniti ha realizzato “Un vasto programma ufficiale destinato ad affamare i Vietcong” attraverso l’aspersione di sostanze chimiche nocive su ampi territori; là dove i Vietcong ricavavano il proprio sostentamento attraverso il sostegno della popolazione stessa.[8]

La guerra chimica, come strumento di aggressione imperialista, rappresenta un momento dell’azione terrorista tesa all’annientamento di un intero popolo, quando lo stesso è fermamente unito e determinato nella difesa della sua indipendenza nazionale. La guerra chimica – non solo in Vietnam, ma tuttora – è parte integrante della strategia imperialista di “togliere l’acqua al pesce” (secondo la famosa metafora di Mao Tse-Tung in cui il pesce rappresenta i combattenti comunisti e l’acqua il popolo nel quale nuotano), con l’obiettivo di spezzare suddetta unità mediante il terrore, la fame, la miseria, le più atroci sofferenze fisiche e morali, la distruzione totale del patrimonio naturale.[9]

Nel libro “Dans le maquis du Sud Vietnam” la giornalista e scrittrice francese Madeleine Riffaud testimone in prima persona degli orrendi crimini contro l’umanità da parte degli Stati Uniti afferma: “è molto difficile salvare i bambini, in particolare i piccini, dalla guerra chimica di cui essi sono vittime”.[10]

Defoliazione delle foreste mediante l’impiego di armi chimiche, distruzione dei raccolti, avvelenamento dell’uomo e del bestiame, utilizzo di napalm in dosi massicce, sperimentazione di gas tossici e di gas neurotossici contro la popolazione civile, utilizzo – finanche – di armi batteriologiche: l’amministrazione USA, pur cercando di nascondere tali pratiche terroristiche, ha perpetrato volutamente una criminale campagna di genocidio ai danni di donne, bambini, vecchi, senza distinguere il civile dal combattente.

La guerra chimica in Vietnam fu portata a termine per mezzo di aerei cargo C-130 e C-123 e ha interessato ogni volta zone e regioni sempre più ampie nel Sud Vietnam, là dove la fitta vegetazione non permetteva ai marines nordamericani di affrontare la tenace guerriglia vietnamita. Simultaneamente alle sostanze tossiche furono sganciate bombe a biglia, bombe incendiarie e bombe a scoppio ritardato, con l’obiettivo di impedire di fatto ogni tentativo di salvataggio. Dal 1961 al 1969 sono stati distrutti 13.000 Km quadrati di terreno coltivato (il 43% dell’intero territorio coltivabile) e 25.000 Km quadrati di foreste (il 44% dell’intera superficie forestale). Alla fine del 1969 erano stati colpiti più di un milione di ettari di terreno.[11] Gli statunitensi usarono defolianti ad altissime dosi, e a più riprese colpirono lo stesso territorio. I dati forniti dalle autorità statunitensi sono impressionanti: secondo il professor Meselson dal 1964 al 1969 sono state usate 50.000 tonnellate di defolianti e 7.000 tonnellate di gas CS. Il Congressional Record del 12 giugno 1969 fornisce la cifra di 6.063.000 pounds (un pound corrisponde a circa ½ chilogrammo) di gas CS per il solo 1969. A questi dati vanno aggiunti anche quelli del biologo statunitense, Arthur H. Westing, il quale afferma che nel Vietnam sono stati sparsi 57 milioni di chilogrammi di agente “arancione”, contenente diossina.[12]

La distruzione di coltivazioni e di foreste prodotta dalle armi chimiche è immensa e i suoi effetti nefasti, immediati e in prospettiva, sull’ecologia e la genetica sono terrificanti. Con la distruzione della flora le condizioni climatiche sono seriamente perturbate, specie in una regione come il Sud Vietnam, dove un terzo della superficie è coperto da foreste. L’erosione progredisce e l’acidità del suolo si accresce, la sua permeabilità diminuisce. Le piene e le inondazioni hanno prodotto i loro effetti nelle pianure costiere del Vietnam centrale. Degradazione del suolo e formazione di terreni argillosi. I prodotti chimici, alterando la composizione microbica del suolo, hanno prodotto una deviazione grave del processo di decomposizione e del metabolismo del suolo stesso con i relativi gravissimi effetti sulle piante. Gli studi sulle trasformazioni climatologiche e sulle fitopatologie a proposito dei prodotti chimici sono abbondanti.

La distruzione dei raccolti in Vietnam fu portata avanti in maniera sistematica. Nel libro, Vietnam. Immagini di una guerra (edito dalla Zambon Editore), si dice che: “Nel Vietnam del Sud specialisti americani insegnano ad aviatori vietnamiti il modo di spandere, nelle regioni tenute dai comunisti, un prodotto che prosciuga le risaie, rovinando un raccolto già pronto”.[13]

Uno degli aspetti più inquietanti riguarda poi le alterazioni genetiche.

 

AgentOrange1Gli effetti degli agenti chimici sull’uomo

 

Negli anni successivi alle scoperte mediche degli scienziati vietnamiti, il profesor Arthur Gaston, biologo dell’Università di Yale, affermava: “Se una donna gravida, nel Vietnam, ingerisce dell’acqua inquinata da questi prodotti chimici, la sua gestazione subirà sicuramente dei danni irreparabili”.[14] A oggi, le osservazioni e i dati statistici sulle alterazioni cromosomiche e sulle malformazioni congenite confermano gli studi medici e scientifici vietnamiti.

Secondo il già citato studio del Prof. Ton That Tung, l’impiego massiccio e prolungato di erbicidi e di defolianti può provocare alterazioni cromosomiche sulla popolazione che vive nelle zone in cui questi prodotti sono impiegati.

A riguardo, la scoperta del prof. Ton That Tung è inequivocabile: “Nel momento in cui la nebbia chimica si diffonde nell’aria, il soggetto esposto avverte prurito agli occhi, lacrimazione e rinorrea intensa, poi un odore aspro di cloro e di DDT lo prende alla gola, contemporaneamente una vampata di calore arriva alle narici, poi starnutisce e vomita; tutto questo mentre l’individuo soffre di cefalea e di astenia. Tutta la sintomatologia accenna ad affievolirsi solo dopo 24 ore ed il malato comincia a star meglio dopo 3-4 giorni. Quindi i primi sintomi che compaiono sono di tipo oculo-nasale, seguiti da cefalea e da vertigini con sensazione di malessere e di astenia intensa; l’astenia può rappresentare il sintomo dominante nei mesi seguenti l’aggressione. Non pochi uomini e donne, infatti, sono dovuti rimanere a letto per 2-3 mesi, ma anche dopo erano incapaci del minimo sforzo. All’astenia si accompagnavano insonnia, mal di testa e spesso impotenza sessuale e alterazioni mestruali nelle donne. Un aspetto particolare di quest’astenia è rappresentato dalla astenopsia (stanchezza visiva) che colpisce l’81% delle vittime dei prodotti chimici; la prova della lettura è molto indicativa: all’inizio la lettura appare possibile, dopo pochi minuti, però, il paziente dice di vederci sfocato, poiché lo raggiunge una grande fatica agli occhi e deve smettere immediatamente di leggere”.[15]

In sintesi, gli effetti principali sono di carattere oculo-nasale, seguiti da mal di testa, vertigini con sensazione di malessere e di stanchezza intensa; quest’ultima può essere il sintomo dominante nei mesi seguenti all’aggressione.

In tabella sono riportati i sintomi in ordine di frequenza. Nelle forme più gravi si può instaurare un quadro che ricorda la malattia di Addison.[16] In ogni caso lo studio dell’assetto cromosomico permette di collegare questa sintomatologia alla grave intossicazione da defolianti.

I defolianti e gli erbicidi usati nel Sud Vietnam sono diversi, ma l’attenzione dei ricercatori è stata rivolta in modo particolare sul 2,4,5-T che è stato usato in 9 anni nella quantità di 40 milioni di libbre mensili su 5 milioni di acri di territorio.

La contaminazione di queste sostanze chimiche e in seguito gli effetti teratogeni, generati non per via respiratoria bensì a causa dell’ingestione di acqua inquinata da suddette sostanze chimiche, deve farci riflettere sui danni che possono provocare sulla gestante. Il 2,4,5-T rimane nel suolo per molto tempo: una dose da 0,25 a 8 libbre per acro può rimanere nel terreno per un periodo di 4-5 mesi. Insomma, tenendo conto delle dosi di defoliante impiegato nel Vietnam, è stato calcolato che un vietnamita di 40 Kg, che ha bevuto 2 litri di acqua contaminata ha, di fatto, assorbito 120 Mg di 2,4,5-T al giorno, cioè 3 mg per chilogrammo di peso. Dato che mescolate col 2,4,5-T ci sono delle diossine, nelle medesime condizioni un vietnamita assorbe 1/10 di microgrammo di diossine al giorno.[17]

Tenendo presente che la donna è sensibile all’assorbimento di 2,4,5-T nella stessa misura in cui lo è per la talidomide, si può calcolare la dose minima teratogena. La dose assorbita da una donna vietnamita di 40 Kg, che beve acqua contaminata dai defolianti è 64 volte maggiore della dose teoricamente teratogena. Supponiamo adesso che l’effetto teratogeno sia dovuto alle diossine: assorbendone la donna 1/10 di microgrammo al giorno attraverso l’acqua inquinata, queste sostanze si accumuleranno nell’organismo come tutti gli idrocarburi clorurati e a un certo momento raggiungeranno la soglia teratogena; quando gli spargimenti saranno quotidiani, le possibilità di dare alla luce un neonato anormale saranno ulteriormente accresciute.[18]

Secondo il chimico vietnamita Vo Hoai Tuan, “La diossina è stata utilizzata a dosi superiori di tredici volte quelle raccomandate dal Ministero dell’Agricoltura per l’impiego agricolo interno. Più di un milione di persone si è nutrito con alimenti contaminati dai defolianti”.[19]

I tre principali erbicidi impiegati sono i prodotti: “Arancione”, “Bianco” e “Blu”. L’agente “Arancione”, è una miscela di 2,4-D e di 2,4,5-T, che venne impiegato per colpire alberi a legno duro e piante a foglie larghe. Le foreste di mangrovia sono particolarmente sensibili a questo prodotto sino al punto che a oggi non è ancora possibile constatare negli alberi contaminati segni di rigenerazione. Anche la fertilità del suolo è irrimediabilmente compromessa, a causa della continua erosione.

Il prodotto “bianco”, un miscuglio di 2,4-D e di Picloram, è stato impiegato in Vietnam in prossimità di villaggi ed in regioni popolose, questo perché, essendo il prodotto poco volatile, risulta meno suscettibile alla dispersione.

Il prodotto “Blu”, più tossico per le erbe che per gli alberi a foglia larga, è stato impiegato di preferenza per la distruzione delle risaie; esso, infatti, danneggia le piante di riso nel giro di 6-8 ore. Il prodotto “Bianco”, invece, danneggia le piante di riso nel giro di 24 ore.

La guerra chimica degli Stati Uniti, mediante il genocidio della popolazione vietnamita[20], aveva anche l’obiettivo – come detto previamente – di togliere ai guerriglieri Vietcong l’appoggio della popolazione. Distrutti i villaggi, bruciate le case, la popolazione veniva deportata e “concentrata” nei cosiddetti “villaggi strategici”, cintati da reticolati di filo spinato e sorvegliati da posti di guardia. Attorno ad essi, nel raggio di chilometri, veniva fatta terra bruciata distruggendo la vegetazione con erbicidi e defolianti, sostanze letali per gli uomini e gli animali.[21]

L’effetto del 2,4,5-T ha provocato nell’uomo e negli animali delle malformazioni congenite. Le notizie sono pervenute dalle province che furono colpite nel Sud Vietnam, hanno mostrato come non poche donne gravide esposte a queste sostanze hanno partorito dei nati-morti o dei neonati malformati con micro o macrocefalia, con arti deformi o con dita in sovrannumero; questi neonati sono in genere morti poco tempo dopo essere venuti alla luce, quelli sopravvissuti manifestano gravi deficit mentali.

 

L’utilizzo di gas tossici contro l’uomo: il CS come arma di distruzione di massa

 

Secondo lo studio dell’Unione degli Intellettuali Vietnamiti in Francia sulla guerra chimica nel Sud Vietnam[22], il CS si presenta sotto forma di polvere ed è sparso in sospensione[23]. Le particelle della sostanza tossica possono presentarsi in diverse dimensioni e con svariati supporti; tutte queste varietà del prodotto rispondono a esigenze di altrettante modalità di impiego. Oltre al CS propriamente detto sono stati preparati il CS-1 e il CS-2, fissati su silicone e usati dal 1968 in poi. I rapporti e le testimonianze presentate alla seduta del tribunale Russel, tenutasi a Roskilde nel 1967 e in seguito alla riunione del luglio 1968 del Centro Internazionale per i crimini di guerra, hanno stabilito che il CS impiegato in certe condizioni, tutte presenti nel Sud Vietnam, diventa un’arma letale. Il CS deve essere considerato dunque (e il tribunale Russel ha concluso in questo senso) come un’arma chimica e come tale rientra tra le armi bandite dal Protocollo di Ginevra del 1925).

Come rileva Francis Khan, professore aggregato alla Facoltà di Medicina di Parigi, “La prova più indiscutibile che il CS può risultare, in determinate circostanze, un’arma letale si ricava dai dati tossicologici pubblicati dagli esperti dell’Organizzazione mondiale della sanità (organismo delle Nazioni Unite) nel loro rapporto al segretario generale dell’ONU della fine del 1969 e dell’inizio del 1970. Ma il rapporto permette soprattutto di dimostrare che le truppe USA nel Sud Vietnam adottano delle concentrazioni e delle modalità che trasformano il CS in un’arma decisamente mortale”[24].

Le truppe nordamericane per insufflare il CS nei sotterranei e nei rifugi fecero uso di macchine chiamate “Mighty Mite” capaci di pompare la sostanza tossica sotto forma di polvere, di liquido o di gas nei rifugi sotterranei in quantità di diversi chilogrammi al minuto. Ora, “se è chiaro che è impossibile, trovandosi davanti all’entrata del rifugio, decidere quali siano le sue reali dimensioni e perciò il suo volume di aria respirabile; tenendo conto, inoltre, che rifugi molto grandi presentano la stessa entrata che un rifugio familiare costruito per alloggiare da 4 a 5 persone è estremamente facile raggiungere, in tali rifugi, concentrazioni mortali di CS”[25], creando così delle vere e proprie camere a gas.

 

Altri agenti tossici in dotazione all’esercito nordamericano e utilizzati nella guerra del Vietnam

 

Oltre al succitato gas lacrimogeno CS (o clorobenzalmalonitrile) troviamo in dotazione all’esercito statunitense i seguenti composti tossici:

Fosgene (CG), trattasi di un gas molto irritante che produce tosse, cianosi e infine asfissia per edema polmonare.

Acido prussico (acido cianidrico, AC), produce convulsioni, perdita di coscienza ed asfissia.

Cloruro di cianogeno, lacrimogeno molto intenso, dose letale: 400 mg/metro cubo in 10 minuti.

Iprite e Mostarde azotate (HD e HN-3 del codice statunitense, producono infiammazione delle mucose e lesioni della cute, necrosi, polmoniti, asfissia e disturbi neurologici.

CN (Cloroacetofene), è il comune gas lacrimogeno impiegato dalle polizie di tutti i Paesi per disperdere le manifestazioni; sembra che reagisca con i gruppi –SH delle proteine e che perciò inibisca molti enzimi; produce irritazione delle vie respiratorie superiori e delle congiuntive, può provocare ancora delle bruciature, vomito; è mortale a dosi molto elevate e in ambienti confinati; in caso di contatto diretto sul globo oculare può provocare cecità.

DM o Adamsite (difenilamicocloraarsina), è la più potente delle sostanze chimiche impiegate contro le manifestazioni; secondo il manuale dell’esercito 3-215 esso produce “irritazione degli occhi e delle mucose, fa colare il naso come per un raffreddore, produce starnuti, tosse violenta, emicrania, forte dolore al petto e senso di oppressione, nausea e vomito”; il manuale FM 3-10 dell’esercito statunitense dice: “l’impiego del DM per disperdere le manifestazioni è sconsigliabile quando non si accetti l’eventualità di provocare dei morti, lanciato in dosi massive può essere mortale e provocare paralisi, è quindi meglio utilizzarlo durante operazioni militari nelle quali può essere decisivo neutralizzare gli uomini-chiave del nemico con effetti paralizzanti, sempre valutando l’eventualità di provocare dei morti.

BZ (noto ufficialmente come sostanza “immobilizzante”), la sua formula chimica è segreta, si ritiene che si tratti di un gas che colpisce il sistema nervoso; il manuale dell’esercito FM 3-10 dice solo che è “un aerosol paralizzante a lenta azione il cui effetto è transitorio, penetra nel corpo attraverso la respirazione ed impedisce il funzionamento dei meccanismi mentali che controllano le funzioni del corpo”; il manuale di addestramento per la guerra chimico-biologica afferma che tra gli effetti del BZ si possono citare: “il rallentamento dell’attività mentale e fisica, emicranie, vertigini, perdita del senso di orientamento, allucinazioni, sonnolenza, comportamento demenziale e aumento della temperatura corporea”; alcuni di questi sintomi sono paragonabili a quelli prodotti da alcuni allucinogeni (LSD-25, per esempio) ed è noto che il Pentagono ha patrocinato ricerche sull’impiego militare degli allucinogeni.

 

Agenti neurotossici

 

Essi sono in genere degli inibitori della colinesterasi, ma anche di altri enzimi, producono disturbi della vista e del respiro, nausea, vomito, crampi, alterazioni del comportamento, coma, convulsioni, asfissia e morte. I gas neurotossici agiscono inavvertitamente perché inodori, senza sapore e quasi invisibili. Se penetrano nella pelle o attraverso le vie respiratorie, provocano la morte di chi ne viene a contatto nel giro di 4 minuti. I prodotti che escono dalla fabbrica Chemical Plant situata a Newport, Indiana, sono dei gas tossici per il sistema nervoso e si distinguono in:

GA (Taboun o Trilon) è il dimetil amminocianofosfoto d’etile.

GB (Sarin) è il metilfluorofosfato d’isotropie. È un gas inodore, incolore e volatile che può uccidere in pochi minuti, un milligrammo costituisce la dose letale, è in dotazione dell’arsenale degli Stati Uniti dalla fine degli anni Quaranta.

VX è un altro gas inodore che a differenza del GB non evapora rapidamente e perciò conserva a lungo la sua tossicità; un solo milligrammo di questo gas basta ad uccidere un uomo.

GD (Soman) ha caratteristiche simili ai precedenti.

 

Le sostanze chimiche utilizzate

 

Arancione (2-D 2, 4, 5 – T).

Bianco (Sale di triisoproplanolamino picloram, sale di triisopropanolamino del 2, 4 – D).

Blu (Acido cacodilico e cacodilati)

 

I gas letali utilizzati

 

CN (Cloroacetofenone)

DM (Adamsite o cloruro di fenarsazina)

CS (Ortoclorobenzol-malonitrile), utilizzati anche come CS-1 e CS – 2

 

 

Impianti per la guerra chimico-biologica negli Stati Uniti.

 

  • Edgewood Arsenal, Maryland: Quartier generale dell’Army Chemical Corps, Edgewood è il centro dell’esercito per le ricerche sugli agenti chimici e sui sistemi di disseminazione di tali agenti. Edgewood è la più vecchia delle basi per la guerra chimico-biologica. Durante la Prima guerra mondiale, confezionò proiettili contenenti fosgene e altri gas e rimase il principale centro di produzione di tutte le armi chimiche fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale, dopo di che fu interamente destinata alla ricerca.
  • Army Biological Laboratory, Fort Detrick, Maryland: Fort Detrick si trova a Frederick, MD., un comune rurale, a circa 50 miglia a nord-ovest di Washington, D.C. Fort Detrick è il centro di tutte le ricerche degli Stati Uniti nel campo della guerra biologica. Questa base è sorta durante la seconda guerra mondiale ed è dotata di un insieme di laboratori del valore di 75 milioni di dollari. Oltre alla ricerca sulle armi biologiche destinate a colpire l’uomo Fort Detrick controlla la maggior parte delle ricerche sugli agenti che distruggono il fogliame e i raccolti.
  • Rocky Mountain Arsenal, Colorado: Questa base di 17.750 acri, situata a 10 miglia a nord-ovest di Denver, era il principale impianto per la produzione del gas Sarin – un gas che attacca il sistema nervoso – da quando la formula era stata sottratta ai tedeschi alla fine della Seconda guerra mondiale. Il Rocky Mountain continua a produrre e a confezionare vari agenti che agiscono sul sistema nervoso e diversi prodotti chimici immobilizzanti; ha fornito, inoltre, le armi impiegate in Vietnam per distruggere i raccolti (per ulteriori informazioni, vedi J.H. Healy, The Denver Earth-quakes, “Science”, 27 settembre 1968, pp.1301 sgg.)
  • Naval Weapons Laboratory, Virginia: situato nelle vicinanze del Potomac, a Dahlgreen, a sud di Washington, D.C., questo laboratorio è il centro della marina che si occupa delle ricerche sulla guerra chimico-biologica. Gran parte del lavoro di questo laboratorio riguarda la difesa da un eventuale attacco con armi chimiche. La principale zona di prova della marina per tutte le sue armi è l’Ordinance Station, a China Lake, California. Le ricerche sulle epidemie provocate da armi biologiche sono condotte nel Naval Biological Laboratory (NBL) di Oakland, California. Situato nel Naval Supply Depot di Oakland, California, questo laboratorio è diretto da personale dell’Università della California che opera in base a un contratto con l’ufficio per le ricerche navali.
  • Dugway Proving Grounds, Utah: si trova in una grande riserva nel deserto, circa 80 miglia a sud-ovest di Salt-Lake City. Dugway è il principale terreno di prova per le armi chimico-biologiche. Vi si sperimentano spesso bombe e munizioni contenenti sostanze mortali che agiscono sul sistema nervoso; lo scopo di tali esperimenti è di determinare in quale misura le condizioni atmosferiche influiscano sugli effetti della disseminazione. L’esistenza stessa di Dugway era ignorata dalla maggioranza degli statunitensi.

 

*(Scheda storica tratta dal libro di Phan Thi Quyen, Vivere come lui. Nguyen Van Troi, simbolo della lotta di liberazione del Vietnam, Zambon Editore, 2014).

 

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Note biografiche:

 

[1] Manifesto di Pietroburgo del 1869, Convenzione dell’Aia del 29 luglio 1899, Convenzione dell’Aia del 19 ottobre 1907, Trattato di Versailles del 1919, Trattato di Washington del 1922.

[2] AA.VV., La guerra chimica. Imperialismo ed ecologia, Bertani Editore, Verona, 1972, cit. p. 106

[3] Ibidem. Cit. p. 106

[4] Il rapporto del 1° luglio 1969 della Commissione di esperti scientifici nominata dalle Nazioni Unite sulla questione dell’utilizzo di armi chimiche e biologiche afferma che: “Il veto annunciato nel Protocollo di Ginevra si applica a tutti gli agenti chimici, biologici e batteriologici (ivi compreso i gas lacrimogeni ed altri irritanti) attualmente esistenti o che nel futuro potranno essere messi a punto. Per ulteriori approfondimenti, v. AA.VV., La guerra chimica. Imperialismo ed ecologia, Bertani Editore, Verona, 1972, p. 108.

[5] Ètudes Vietnamiennes, N° 2/1972, Op. cit. p. 27

[6] Conseguences durables de la guerre chimique, in Le Courier du Vietnam, 2/1983, Hanoi, RDV, pp. 22-31

[7] AA.VV. La guerra chimica. Imperialismo ed ecologia, Bertani Editore, Verona, 1973, pp. 57-83

[8] Ibidem, cit., p. 131

[9] Tutti questi crimini sono contemplati e condannati espressamente dal tribunale militare di Norimberga (riconosciuto nel dicembre 1946 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite) e dalla Convenzione Internazionale sul genocidio del 1948. La responsabilità di questi crimini internazionali cade indiscutibilmente sul governo degli Stati Uniti, secondo lo statuto e la giurisprudenza del tribunale internazionale di Tokio (anche questo riconosciuto dall’ONU). A riguardo v. AA.VV. La guerra chimica. Imperialismo ed ecologia, Bertani Editore, Verona, 1972, p.110.

[10] Per ulteriori approfondimenti sulla guerra chimica attuata come genocidio e biocidio e sulle conseguenze dell’uso di defolianti durante la guerra in Vietnam, v. Il laboratorio delle barbarie, in Vietnam. Immagini di una guerra (a cura di Luigi Nespoli e Giuseppe Zambon), Zambon Editore, 2012.

[11] AA.VV. La guerra chimica. Imperialismo ed ecologia, Bertani Editore, Verona, 1972, cit., p.33

[12] Tratto dalla rivista Nature, Londra298, 5980: 114, 8-7-1982, ora in Le courier du Vietnam, 2/1993, Hanoi, RSV, Cit., p. 22.

[13] AA.VV. La guerra chimica. Imperialismo ed ecologia, Bertani Editore, Verona, 1972, cit., p 131.

[14] Ibidem, cit., pp. 34-35

[15] Ibidem, cit., p.60

[16] La Dott.ssa Anne Bachelot, specialista di endocrinologia e medicina della riproduzione all’ospedale Pitié-Salpetriére di Parigi, ci spiega che il morbo di Addison (AD) è una rara malattia cronica che colpisce la corteccia delle ghiandole surrenali, diminuendo o anche azzerando la sua funzionalità- Per questo il nome scientifico è ipocorticosurrenalismo o insufficienza corticosurrenalica. I sintomi principali di AD sono “affaticamento, perdita delle forze, malessere, perdita di peso, nausea, anoressia (ritardo delle crescita nei bambini), dolori muscolari e articolari. Segno cardinale è la pigmentazione cutanea e delle mucose (incupimento della cute: pieghe palmari, nocche, cicatrici, mucosa orale e siti di frizione). I sintomi d’ipotensione posturale e ipoglicemia sono tardivi. I pazienti possono chiedere con insistenza di ingerire sale- Sono spesso presenti vitiligine e alopecia areata. L’AD causa un deficit di deidroepiandrosterone, responsabile di altre sindromi presenti solo nelle donne (perdite di peli ascallari/pubici, pubarca assente nei bambini, libido ridotta e secchezza cutanea). Senza terapia oppure nel corso di malattie scatenanti può insorgere l’insufficienza surrenalica primitica acuta (AAI) o crisi surrenalica, un’emergenza medica potenzialmente letale”. Per ulteriori approfondimenti sul tema, v. http://www.orpha.net/consot/cgi-bin/OC_Exp-php?ing=IT&Expert=85138

[17] AA.VV., La guerra chimica. Imperialismo ed ecologia, Bertani Editore, Verona, 1972, cit., pp. 57-83.

[18] Ibidem, cit., p. 77

[19] Ibidem, cit., pp. 37-45

[20] Che gli Stati Uniti stessero perpetuando un genocidio si desume dall’utilizzo dell’acido cacodilico, composto principale del prodotto “Blu”, il quale contiene un 54% di arsenico. Ora, come ben sappiamo, all’avvelenamento per arsenico nell’uomo si arriva quando, in seguito ad accumulo graduale, si raggiunge la dose letale; nello stesso modo è prevedibile che agisca il prodotto “Blu”, cioè a distanza di tempo. L’intossicazione da acido cacodico produce: mal di testa, vertigini, vomito, diarrea, stupore, convulsioni, paralisi e morte; la dose sufficiente a produrre questa sintomatologia è, per un adulto, di circa 30 grammi.

[21] In realtà siffatta strategia imperialista non andò a buon fine, giacché l’Esercito di Liberazione Nazionale del Vietnam riuscì a trasformare questi “villaggi strategici” in “villaggi combattenti”; vale a dire in bastioni di Resistenza delle popolazioni contro l’aggressione statunitense e contro il governo vassallo di Saigon. Per successivi approfondimenti in merito, v. Vietnam. Immagini di una guerra, Zambon Editore, 2012, cit. p. 88

[22] AA.VV. La guerra chimica. Imperialismo ed ecologia, Bertani Editore, Verona, 1972, cit. pp. 127-143

[23] Per questa ragione, per valutarne la quantità si ricorre a un’unità di peso (grammo, Kg, tonnellata) e non a un’unità di volume (litri, metri, cubi) come ci si aspetterebbe trattandosi di un gas.

[24] AA.VV. La guerra chimica. Imperialismo ed ecologia, Bertani Editore, Verona, 1972, cit., pp. 175-176.

[25] Ibidem, cit., p. 176

Desde la Alianza del Pacifico hacia un acuerdo del Transpacifico.

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Cuales perspectivas para America Latina y el Caribe? 

por Alessandro Pagani

Antes de analizar la politica exterior de EE.UU en America Latina mediante la Alianza del Pacifico y el Acuerdo Transpacifico (TPP, por su sigla en Inglés), es necesario analizar el marco conceptual con el cual EE.UU. han entrado en la globalización financiera con la pretesa de dirigirla. Tanto el Fukuyama con su “exportación de la democracia” como la definición de “choque de civilizaciones” de Huntington, resultarón ser completamente infructuosos en sus propias incapacidades de comprender el mundo y llevar a los argumentos de los demás como algo con que dialogar pacíficamente. Quemado por los hechos de estos dos pensamientos, los EE.UU. se quedaron sin ningún tipo de estrategia. Trataron de mantener su posición hegemónica, pero ya no tienen un plan creíble para su proprio orden mundial, ya que al parecer el sistema económico y financiero capitalista ha llegado al extremo. Por lo tanto, parece que por la Roma americana, la única alternativa para recuperar su dominio imperial podría ser una guerra. Sin embargo, la idea de empantanarse en otra guerra de larga duración (en un nuevo Vietnam) junto con el mayor costo que tendrían que soportar son las razón por la que todavía no hemos visto un intervención directa de EE.UU. El principal problema para los EE.UU., es que ellos no saben exactamente lo que va a suceder una vez armado el conflicto y, especialmente, contra quien tendrán que descargar su poder tecnológico y militar? Contra los rusos o los chinos? O contra ambos? los estrategas militares del Pentágono que si es cierto que son una banda de criminales y terroristas que merecían juzgados en la Corte Penal Internacional del Aja, también saben que la Federación de Rusia y la Republica Popular de China no son Irak, Afganistán o Libia y que en la era de las guerras no convencionales, seria un desastre para los objetivos de dominación imperiales del capital, llevar el mundo a una catástrofe nuclear, que ademas desolveria la posibilidad de aprovecharse de los intereses reales de cualquier guerra imperialista que – como diría Lenin – son hecha para saquear los recursos naturales de un país y para derrocar sus infraestructuras y luego reconstruirlas con los capitales de su propias impresas transnacionales. Una guerra termonuclear no solo desolveria los recursos naturales si no también la misma especie humana, y los capitalistas no tienen en sus propios intereses de Estado hacer desaparecer la especie humana (aunque si tal vez parece así!) si no de aprovechar de ella a travez de lo que Carlos Marx solía definir “trabajo abstracto”. Así que el Pentágono puse en marcha la doctrina militar de la guerra de “Cuarta Generación”  cruzada por guerras microregionales como las que tienen lugar en Ucrania o en Siria, pero nunca con una intervención directa por parte de EE.UU, que ademas causaría una reacción a la par por parte de otras grandes potencias militares como Rusia y China, dando lugar a algo de impreveible. Sin embargo, la faltanza de una fuerte estrategia de guerra de EE.UU., en paralelo con el hecho de haber perdido el papel de primera economía del mundo (China ha superado a los EE.UU. desde hace bastante tiempo) pone en serio peligro la sobreviviencia de los intereses de Estado norteamericanos. Así que por estas (y otras) razones EE.UU. fomentaron el golpe de Estado en Ucrania, apoyando militarmente y económicamente a los paramilitares fascistas de Sector Derecho. En este mismo sentido hay que colocar la politica agresiva contra America Latina, considerada desde el 1823 como su proprio “patio trasero”. Asimismo, parece que la águila fascista del Norte quiere derrumbar también la consolidación de alianzas estratégicamente muy importantes (por la realización del sueno bolivariano y martiano de una Patria Grande en Nuestra América) con China y Rusia, en el marco de organismos internacionales como el G77+China, la UNASUR, la CELAC,  el ALBA-TCP y los BRICS. Para contrarrestar estas instituciones, Estados Unidos crearon otras organizaciones regionales como la Alianza del Pacifico entre Mexico, Colombia, Perú y Chile y el Acuerdo Transpacifico. El concepto de la “mirada hacia el Pacifico”, y por ende “hacia el Sur” son conceptos bastante conocidos a nivel histórico  pero tal vez parece que han tenido una renovación y también una aceleración muy grave en los últimos años. Cuando se mira a la formación de los EE.UU, siempre se ubicaron con una mirada hacia el Pacifico (Asia) y hacia el Sur (America Latina). Una vez que completaron el proceso de “conquista del Oeste”, pasando sobretodo a través del genocidio de todos los pueblos ancestrales norteamericanos, y luego a través el despojo de más de la mitad del territorio mexicano, ya empezaron a tener una proyección hacia el Pacifico, dando pasos a una proyección geoestrategica y geopolítica más allá del Pacifico; en Asia. Ahora bien, si miramos a la historia de las relaciones interamericanas desde la Doctrina Monroe hasta la caída de la URSS, desde la década del Noventa del siglo pasado hasta hoy. Si hoy miramos a dichas relaciones veamos como proyectos que vienen desarollandose desde la fin de la guerra fría,  cuando ya se venia hablando sobre el nuevo papel protagónico de China, India y Japón en las relaciones comerciales, y donde se venia hablando por ende de como Asia-Pacifico iba a ser considerado como el “nuevo continente” del siglo XXI. Hoy en día en la politica de EE.UU se está creando la imagen que los “nuevos enemigos”  sean sin duda aquellos Países que pueden conformar nuevas geometrias (o triangulaciones) en las relaciones internacionales en el eje Asia-Pacifico y que pueden atentar contra la hegemonía estadounidense en el hemisferio occidental. En este sentido se puede entender la creación  por mando del presidente peruano Alan Garcia, de fundar una Alianza del Pacifico en medio de los acuerdos latinoamericanos. Una verdadera “revolución pasiva” (en el sentido de las categorías que solía utilizar Antonio Gramsci), o “revolución conservadora” en pleno desarrollo en la unidad latinoamericana y en la construcción de una Patria Grande latinoamericana. Desde cuando surgiò esta alianza del Pacifico y mirando sobretodo a los actores que conforman esta alianza llama mucho la atención que los cuatros gobiernos involucrados tenían todos políticas económicas y militares comunes con Estados Unidos. En lo económico  todos habían firmado el Tratado de Libre Comercio (TLC) con Estados Unidos. En lo militar, todos estos países tenían acuerdos bilaterales con EE.UU. Mexico, sobretodo, tenia un acuerdo bilateral con Estados Unidos en la “guerra al narcotraffico” y que había empezado el presidente de Mexico, Felipe Calderon. En el caso de Colombia, adonde había producido un “cambio” entre Alvaro Uribe y Manuel Santos, este ultimo había llegado a acuerdos muy importantes por Estados Unidos a nivel militar, muchos de los cuales se consolidaron aun mas en la Cumbre de las América que se hizo en Colombia en el 2011. En el caso de Perú  a pesar del cambio de gobierno, aunque si la iniciativa en el principio fue de Alan Garcia, el gobierno de Ollanta Humala le dio su continuidad. También en Chile con la llegada de la derecha “moderada” chilena de Pinera al poder se firmó el TLC con EE.UU y con acuerdo militares también. Desde aquel entonces se evaluó una Alianza del Pacifico como parte de un “nuevo” proyecto de hegemónia acorazada de coerción, divisorio y de dominación imperial en el hemisferio occidental y con la intención de derrocar – a travez de una “revolución pasiva” los esfuerzos de integración y unidad latinoamericana y de construcción de nuevos paradigmas hacia un Nuevo orden mundial multipolar, multicentrico, multicultural. Después de la Alianza del Pacifico, Barack Obama puse en marcha el proyecto de un Tratado Transpacifico y los referentes latinoamericanos de esas alianza son los mismos de la ya mencionada Alianza del pacifico, más algunos Países asiáticos socios de EE.UU. (Japón, Indonesia y Filipinas). Así que, cuando se mira más en la profundidad la estrategia militar de Estados Unidos para el hemisferio occidental divulgada por el “grupo de Santa Fe”, veamos como esta se basa sobre el sobrepuesto de que la Fuerzas Armadas norteamericana tienen que concentrarse en el Pacifico, a través el pretexto de apoyar a sus propios socios en un así mal llamado plan de seguridad en el Hemisferio Occidental. Sobre como se plantea esta estrategia norteamericana lo veamos por supuesto en Colombia. Bajo el subdolo pretexto de una seguridad en la región contra el narcotraffico, en realidad EE.UU intentan apoderarse de aquellos recursos naturales imprescindibles para el sustentamiento  de su maquinaria económico y militar. No cabe duda que todos estos son elementos muy preocupantes y hacen pensar que cuando veamos que a través la guerra mediática y psicológica se intenta crear un enemigo o también horrorizar la politica exterior de los BRICS o del ALBA, de Unasur, de la Celac, atrás hay una contraofensiva imperialista para aniquilar a los nuevos paradigmas que ya se pusieron en marcha en el campo de las nuevas triangolaciones internacionales. En este sentido, van colocadas, las políticas siempre mas agresivas contra los países del Alba-Tcp y en particular contra el gobierno bolivariano del presidente obrero Nicolas Maduro; el golpe de Estado en Honduras; la cuestión de los “fondos buitres” en Argentina; el golpe institucional en Paraguay; la “colombianizacion” de Mexico; el bloqueo economico, financiero y comercial contra Cuba Socialista; el regreso en auge de la Quinta Flota de los EE.UU.; la creación de nuevas bases militares norteamericanas en Colombia y el intento (descartado por el congreso colombiano) de hacer entrar el país andino en la OTAN son hechos muy graves y preocupantes. Así que en medio de una crisis estructural del sistema financiero capitalista, debido a la caída (tendencial) de su tasa de ganancia, Estados Unidos están replanteando su prioridad geopolíticas hacia el Pacifico, pasando por la dominación de lo que ellos consideran como su proprio “patio trasero”: America Latina y el Caribe. Las razones son sencillas: Estados Unidos necesitan para sostener su sistema económico  financiero y militar de dominación a nivel mundial de América Latina si pensamos a los minerales, el agua dulce, la biodiversidad, el petróleo  y muchos más recursos naturales, trascendentales por lo que le suele definir como el complejo militar y tecnologico norteamericano. Ahora bien, si a todo esto le agregamos la importancia de la región a nivel mundial; si pensamos que es en America Latina que hay los únicos tránsitos entre Atlántico y Pacifico; si pensamos que es  China que està invirtiendo para la construcción de un Gran Canal Interoceánico entre atlántico y pacifico y también  en la construcción de un gran Escalo Industrial Marítimo en el puerto de la Habana, entendemos la ansia de EE.UU de romper con estas nuevas triangolaciones entre los países miembros del Alba-Tcp con China y Rusia y por ende, la importancia para los pueblos latinoamericanos – si quieren lograr por fin el sueño de la Patria Grande y de una segunda y definitiva independencia desde EE.UU – de consolidar aun más dichas nuevas triangulaciones en el marco de la unidad latinoamericana y de un proyecto de ruptura revolucionaria del sistema capitalista hacia un sistema que se base en el “buen vivir” entres los pueblos y la justicia social y que solo en el Socialismo se puede lograr.

La conferencia de Bandung y el movimiento de los No Alineados.

 

Unknownpor Alessandro Pagani

Vigencia y actualidad en la construcción de un Nuevo Orden mundial multipolar y multicentrico.

Siempre, al hacer el análisis de clases en Asia y ademas en los diálogos sur-sur, norte-sur y las triangulaciones es importante decir que ya desde cuándo los dirigentes asiáticos y africanos se encontraron en Bandung (1955) se instauraron múltiples y complejas diferencias  en medio de una lucha política que todavía no había alcanzado a la independencia total de los países asiático y africanos. Se instauró en estés países dos formas distintas de tácticas y estrategias para alcanzar a una total y definitiva “interdependencia en el seno de la economía mundial”: de un lado quien como “los dirigentes comunistas que proponían salir del ámbito capitalista para formar – con la URSS, o bajo su liderazgo – un campo socialista mundial” y por otro lado, se decía que “el desarrollo era posible en la interdependencia en el seno de la economía mundial”. Al parecer, según estos ultimos, era posible alcanzar a la independencia  por medio de un regimen político y económico que no necesariamente tendría que crear una ruptura (revolucionaria) con el sistema de dominación, explotación y sometimiento violento de las demás clases subalternas, soportado sobre el sistema económico y financiero capitalista y de un bipartidismo sectario y agresivo de una “Oligarquía nacional”, o amalgama indisoluble formada por terratenientes esclavistas, financistas y exportadores de materias primas y productos agrícolas; primero a Inglaterra, Francia y a otros países europeos y después, cuando a mediados del Siglo XX estas potencias coloniales fueron sustituidas, hacia los EEUU.

Esta heterogeneidad que se presentó en la Conferencia de Bandung (1955) y que conformó el movimiento de No alineados con el tiempo mostró casi todas sus contradicciones. A pesar de la buenas intenciones como la de Cuba que había osado oponerse en la teoria y en las praxis a la Roma americana, el Movimiento de los No alineados no rompió con su temprana y férrea alianza a las políticas económicas e financiarías capitalistas y sobre todo con el gobierno de los EEUU. Quien abrigue dudas puede consultar la entrevista del escritor Samir Amin: “ El 50 aniversario de la Conferencia de Bandung: hacia una nueva solidaridad renovada de los pueblos del Sur”, en la cual el marxista egipcio nos explica muy bien como en definitiva: “El Movimiento de los No Alineados que incluía a casi todos los países de Asia y Africa, fue perdiendo poco a poco su carácter solidario centrado en las luchas de liberación y el rechazo a los pactos militares, para transformarse en un sindicato que planteaba reclamaciones económicas al Norte”

Esta amalgama heterogénea entres un polo clasista que defendía un “status quo” y un otro que intentaba romper con la subalternidad económica y financiaría a nivel internacional, ha determinado objetivamente la “contradicción esencial” o como denominaba Lenin “el eslabón fundamental que permite agarrar los demás eslabones de la cadena de acontecimientos históricos”, y por esta razón cuando los marxistas cubanos cogieron teórica y prácticamente este eslabón, pudieron definir (también como lo planteaba Lenin) “la tarea fundamental” como una tarea anti-oligárquica y anti-imperialista que hiciera posibles los cambios esenciales que las masas proletarias, los pueblos oprimidos en lucha y los trabajadores cocientes hoy demandan, y que hasta la fecha de hoy han sido casi siempre postergados. Nunca nadie le planteó a las clases subalternas antagónicas o Pueblo Trabajador (según la categoría definida por Antonio Gramsci) “una tarea anti-elite y anti- Imperio”, sino contra una clase concreta definida histórica y universalmente, y contra la política de esa Roma Americana que (también desde su definición por Lenin) se llama Imperialismo y no “imperio” como la definió en forma ambigua el italiano Antonio Negri en su libro que representa uno de los mas claros ejemplos de aquel drama histórico y político que se suele definir como “eurocentrismo” (o como en este caso “italocentrismo”).

Con esto, y siguiendo la enseñanza (también de Lenin) de que “el arte de un político consiste en encontrar y asir con fuerza el eslabón que menos pueda ser arrancado de sus manos, que sea el más importante en un momento determinado y garantice lo más posible a quien lo posea el apoderarse de la cadena”; es que en el momento presente, el eslabón actual constituido por el proyecto de la construcción de un Nuevo orden mundial multicentrico, multipolar, multicultural, con paz y (sobre todo) con Justicia Social, nos permite hacer un análisis de clase al interior de lo que está sucediendo en medio de esta amalgama imperialista que (afortunadamente) no domina como en los anos posteriores de la caída del bloque socialista y de la URSS: la disputa entre un Orden mundial Unipolar dominado por EE.UU y la teoría de una mal llamada “fin de la historia” (o “fin de las ideologías), y la actual coyuntura internacional conformada por Países heterogéneos entres ellos y No alineados a los intereses de Estado Unidos ( me refiero a Brasil, Rusia, India, China, Sur Africa, Cuba, Venezuela, Argentina, Ecuador, Bolivia, etc).

Partimos del hecho comprobado de que la teoría de la “fin de la historia” es la máxima coagulación en la esfera de la ideología idealista “post”: post-moderna, post-estructural, post-marxista, que el imperialismo estadounidense, y sus acólitos europeos, lograron imponer, paulatinamente, en todo el aparato mediatico y académico de la actual sociedad mundial contemporanea con sus escuadrones de periodistas asalariados y profesores alineados y subalternos a las políticas norteamericanas y en la ideologia del “American Way of Life”, a partir de las últimas Veinte décadas.

Sin embargo, el proyecto de un Orden Mundial Unipolar, donde EE.UU asometen a todos los pueblos a sus intereses nacionales (que son el control de todos los recursos naturales y energéticas del planeta) parece encontrarse en una crisis que no vee alguna salida por EE.UU (sino una guerra) y que pone a la atención de todos la cuestión de que si hay vida después del capitalismo y neoliberalismo? O a caso estamos de verdad – como no contaron los postmodernos frente a la “fin de la historia” y de “las ideologías” y por ende tenemos que alinearnos a este sistema económico y financiario que solo provoca sufrimiento, pobrezas, enfermedades y guerra?

En medio de estas circunstancias históricas, filosóficas, políticas e internacionales es necesario dar resalto al surgimiento de proyectos de integración como los BRICS, el G77+China (a nivel mundial); y el ALBA, la Unasur y la CELAC (a nivel de America Latina y el Caribe); avances en los procesos democráticos y anti-imperialistas en Bolivia, Venezuela, Ecuador, Argentina, Uruguay, Brasil (entre otros). Se ha generado una diferenciación, realineamiento y pugna extrema al interior de la amalgama oligárquica, imperialista y capitalista, inconcebible hasta hace apenas unos años a nivel internacional y alcanzó su máxima expresión en la Cumbre de el ano pasado de la CELAC en la Habana (Cuba), que trazó una línea divisoria en las políticas interamericanas entre quienes (por medio de una mal llamada Alianza del Pacifico) atenta al  proceso de unión de la región, hacia una Patria Grande latinoamericana, bolivariana y martiana (Mexico, Panamá, Mexico, Colombia y Peru), y quienes está a favor de su completa culminación (Argentina, Bolivia, Cuba, Ecuador, Venezuela…).

Pero hay dos hechos políticos que están ejerciendo un peso muy importante sobre el eslabón actual, con el fin de impedir que se pueda agarrar el otro eslabón de la cadena que sigue a continuación: el de los cambios que la sociedad latinoamericana necesita y quiere. Uno, que la hegemonía social política, cultural y militar de EE.UU y representada por la alienación de el hombre todavia no ha sido derrotada. Y dos, que los EE.UU se han dado cuenta de esto, y lo que es peor aún, es que siguen utilizando la “guerra no convencional” en todas sus variables (“guerra mediatica”, “guerra psicológica” y el paramilitarismo) para realizar – como diría Antonio Gramsci – una “revolución pasiva” a la intención de equilibrar su propia hegemonía y dominio en lo que ellos desde el 1823 suelen definir como su proprio “patio trasero”: es decir, Latinoamerica.

Una “revolución pasiva” que pretende anticiparse a la refrendación de los acuerdos que se alcancen en la Cumbre de la CELAC en la Habana y claro, aniquilar la verdadera reforma que necesitan los pueblos de toda Latino America, hacia la Union Latinoamérica y sobre todo hacia el Socialismo del Siglo XXI. Un socialismo del Siglo XXI que muchas veces habló el comandante supremo de la Revolución boliviaria, Hugo Rafael Chavez Frías y que tal vez necesita de ser definido mas claramente para no caer en el riesgo que no se vean materializados estos proyectos regionales de unión latinoamericana, juntos a las nuevas triangulaciones a nivel internacional, hacia un nuevo orden mundial multipolar y multicentrico. Como solía decir el Presidente Chavez y como siempre nos repite el Comandante de la Revolución cubana, Fidel Castro, solo en el Socialismo hay otro mundo posible y finalmente solo dando una ruptura contundente con el capitalismo se puede alcanzar a un Nuevo orden mundial basado sobre el “buen vivir” entres los pueblos, en el respecto de nuestra Madre Tierra (nuestra Pachamama como dirían los pueblos ancestrales de Nuestra America), y en definitiva para alcanzar a un mundo de Paz con Justicia Social.

 

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BIBLIOGRAFIA: 

  • Atilio A. Boron, Socialismo siglo XXI: hay vida después del neoliberalismo? Ediciones Luxemburg, Buenos Aires, 2008.
  • Atilio A. Boron, Imperio e Imperialismo: una lectura crítica de Michael Hardt y Antonio Negri, Clacso, Buenos Aires, 2004.
  • Francis Fukuyama, La fine della storia e l’ultimo uomo, Rizzoli Editore, Milano, 2003.
  • Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, Edizione Critica (a cura) di V. Gerratana, Einaudi, Torino, 2001.
  • Vladimir Il’ich Lenin, El imperialismo, fase superior del capitalismo, Ediciones en lengua extranjera de Pekín, 1975

JULIO ANTONIO MELLA E I SEMI DELLA RIVOLUZIONE*

 

 

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di Alessandro Pagani

“Hasta después de muertos somos útiles” ebbe a scrivere Julio Antonio Mella. Oggi ad oltre 85 anni dall’assassinio avvenuto in Messico, del Ventiseienne combattente rivoluzionario cubano, da parte di un commando paramilitare al soldo del fascismo mussoliniano, la sua morte è ancora sentita nel mondo antimperialista e antifascista che lotta per la costruzione di un mondo basato sulla pace con giustizia sociale.

J. A. Mella nacque il 25 marzo 1903 a La Habana. Suo padre proveniva da Santo Domingo e sua madre, Alicia Mac Partland, era irlandese. Inizialmente frequentò un collegio religioso, dal quale venne espulso per la sua attività rivoluzionaria e ribelle; successivamente si trasferì all’Accademia “Newton” dove ebbe come maestro e amico il rivoluzionario messicano Salvador Diaz Miròn, che a sua volta era stato amico e allievo di José Martì.
Nel 1921, Mella si iscrisse all’Università “Alma Mater” de La Habana e in quei primi anni come universitario, non pochi furono gli avvenimenti che accesero il suo fervore rivoluzionario. Tra questi – senz’altro – la Rivoluzione Bolscevica e quella di Francisco “Pancho” Villa e Emiliano Zapata in Messico, con la Costituzione di Queretero, che ebbero una grande influenza nella sua formazione politica e su tutto il proletariato cubano rafforzando, nel 1921, il già esistente movimento di protesta contro l’imperialismo, la tirannia e la corruzione, che si alzava tra gli operai, i contadini e gli studenti a Cuba (e in tutto il mondo).
Questi due eventi, sommati alla rabbia di un popolo – quello cubano – che vedeva trasformata la propria patria in una colonia dove dominavano disoccupazione, miseria, prostituzione, mortalità elevatissima dell’infanzia, il capitale straniero e il latifondo, crearono le condizioni per una lotta di emancipazione all’interno della società cubana. Mella fu uno dei principali ispiratori di questa battaglia.
Quando si presentò all’Università il ministro dell’Istruzione, Eduardo Gonzalez Manet, per inaugurare l’anno accademico (1922-23), Julio Antonio Mella era alla guida di una manifestazione di protesta con gli studenti, che seguivano con trepidazione la lotta in corso in Argentina e in Perù per la riforma universitaria. Essi avvertivano, che le lotte studentesche in corso in tutta l’America Latina non erano disgiunte da quanto stava accadendo a Cuba, giacché facevano parte di una questione assai più complessa di una semplice riforma studentesca: in gioco era la questione della lotta per la liberazione dei popoli oppressi dal giogo imperialista.
Ciò detto, la gioventù cubana comprendeva che non poteva rimanere indietro e che all’università de La Habana si dovevano rinnovare i piani e i metodi di studio, cacciare i professori inetti, reazionari, corrotti, servi del clero e dell’imperialismo. Nel novembre del 1923 su proposta di Mella si realizzerà il Primo Congresso Nazionale degli studenti, dove lui verrà eletto presidente, sconfiggendo l’ala reazionaria e filogovernativa. Il Congresso non solo discuterà il contenuto della riforma universitaria, ma saluterà con gioia i popoli lavoratori e la classe operaia dell’Unione Sovietica, condannerà l’imperialismo, si opporrà ad ogni interferenza clericale nella scuola e accoglierà la proposta di creare l’Università Popolare “José Martì”, della quale Mella diverrà uno dei suoi migliori insegnanti. Questa grande esperienza universitaria aperta ai lavoratori sarà ostacolata, sabotata, per poi venire espulsa dal recinto universitario e infine soppressa dal governo.
L’acutezza politica di Mella indicherà invero la necessità che gli studenti marcino al fianco della classe operaia, senza la quale non ci potrà essere rivoluzione universitaria. La sua convinzione è tale che inizia a frequentare assiduamente il movimento operaio, collaborando con essi. Una delle prime azioni degli operai e studenti uniti è quella contro il regime fascista di Benito Mussolini, che aveva inviato nell’isola caraibica la nave da guerra “Italia” come strumento di propaganda fascista (settembre 1924). Per quattro giorni, la protesta si svolge davanti all’ambasciata italiana de La Habana scontrandosi con la cruenta reazione della polizia fascista di Gerardo Machado.
Il 16 agosto del 1925, assieme a Carlos Balino, amico di José Martì, Mella fonda il Partito Comunista Cubano e la “Liga Antimperialista”, impostando la lotta per l’abolizione dell’Emendamento Platt, che aveva trasformato Cuba in un protettorato statunitense.
Sarà solo nel 1933 che il movimento rivoluzionario cubano – che riuscì ad abbattere la dittatura fascista di Machado (il “Mussolini tropicale”, come ebbe a definirlo lo stesso Mella) – riesce a sopprimere siffatto emendamento. “Delenda est Wall Street, por la Justicia Social en América!”, erano le parole d’ordine del movimento politico guidato dal giovane rivoluzionario cubano.
Il 27 novembre 1925, Mella viene arrestato mentre si stava recando a un’assemblea operaia. L’accusa è per “atti terroristici”. Rinchiuso in carcere, cercano di deportarlo in un altro edificio. Mella comprende che l’intenzione è quella di assassinarlo, applicando contro di lui la “ley de fuga”, e, pertanto, comincia a urlare, a strepitare, per attirare l’attenzione degli altri prigionieri politici che popolavano l’arcipelago delle carceri fasciste vigenti allora a Cuba.
Successivamente, tenteranno di ucciderlo in carcere, ma non ci riusciranno. Nasce un Comitato di protesta per la sua scarcerazione. Il tiranno risponderà con spavalderia: “Mella rimarrà in galera finché lo vorrò io”, il giovane combattente cubano, inizierà uno sciopero della fame, dal 5 al 23 dicembre. Dopo 11 giorni ha un collasso. Fuori dal carcere la protesta diventa massiccia: nelle fabbriche, nelle scuole, nelle piazze, si chiede giustizia e libertà per il fondatore del Partito Comunista Cubano; inutili le repressioni della polizia politica verso le avanguardie operaie e studentesche, la rabbia popolare è incontrollabile.
Il suo avvocato è il poeta Ruben Martinez Villena, che si recherà da Machado a chiedere il rilascio del prigioniero politico. Riferendosi al dittatore cubano, egli dirà che era: “un asno con garras” (un asino con gli artigli). Finalmente Mella viene scarcerato, ma dovrà andarsene dall’isola (gennaio 1926).
Negli anni che seguirono Mella si dimostrerà un grande quadro politico. In Messico lotterà al fianco del popolo messicano e fonderà l’Associazione degli Emigrati Rivoluzionari Cubani, là dove pubblicherà il loro organo ufficiale: “Cuba Libre”.
Prima del suo assassinio per mano di sicari al soldo di Machado e Mussolini e con l’egida dell’imperialismo yankee, Mella avrà modo di distinguersi ancora per le varie denuncie pubbliche contro i crimini del fascismo mussoliniano.
Mella, visse anche una grande e importante relazione d’amore con l’artista, fotografa e combattente antifascista italiana Tina Modotti. Era assieme a lei in quella fatidica sera del 10 gennaio 1929, quando venne assassinato dall’agente Magrinat, assieme ad altri due sicari mandati da Machado in combutta con la OVRA (il servizio di spionaggio di Mussolini).
Per ricordare siffatti momenti, è necessario prendere spunto dalle parole di Vittorio Vidali in un suo articolo per il “Calendario del Popolo” (Nn. 333-334, luglio-agosto 1972) in cui scrive: “La sera del 10 gennaio 1929 eravamo riuniti nella sede del Soccorso Rosso. Mella, incaricato della sezione legale, presenta lo statuto del futuro segretariato del Soccorso Rosso Internazionale per i Caraibi. Lo statuto viene approvato; usciamo e ci salutiamo. Mella, accompagnato da Tina Modotti, si dirige verso casa, ma prima di arrivarci viene colpito da due revolverate. Arriva ancora a dire: “Machado me he mandado a matar. Magrinat tiene que ver con esto. Muero por la Revoluciòn”.
Le ceneri furono portate a Cuba, ma il governo di allora cercò di vietare ogni tipo di tributo a quel giovane rivoluzionario che dedicò tutta la sua vita, la sua “meglio gioventù”, la sua intelligenza, il suo impegno alla causa in difesa dei poveri, degli sfruttati e degli umiliati. Oggi il suo esempio, come quello di altri rivoluzionari morti perché lottavano per un mondo socialista – come furono i casi del Comandante Ernesto Che Guevara e di Antonio Gramsci – e più vivo che mai.
A Cuba, nel simbolo della Uniòn de los Jovenes Comunistas (UJC) vi sono disegnati: Julio Antonio Mella, il Che e Camilo Cienfuegos. Questi uomini, così semplici nei loro modi di fare, ma allo stesso tempo capaci di realizzare grandi gesta eroiche non sono da considerarsi solo e unicamente il patrimonio della gioventù e del popolo cubano, bensì di tutti i popoli lavoratori che credono nella solidarietà e l’amicizia tra i popoli come base per la costruzione di un mondo di pace con giustizia sociale. Una ragione – questa – per rafforzare i rapporti culturali e di amicizia tra il popolo italiano e quello cubano, partendo dal presupposto irrinunciabile che un altro mondo non solo è possibile, ma necessario e che dopo il neoliberalismo ci sarà ancora vita come ci insegnava Julio Antonio Mella.

*Di Alessandro Pagani

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Bibliografia:

Adys Cupull y Froilàn Gonzalez, Julio Antonio Mella en medio del fuego: un asesinato en México, Ediciones Abril, La Habana, 2006;

Adys Cupull – Froilàn Gonzalez, Julio Antonio Mella e Tina Modotti contro il fascismo, Edizioni Achab, Verona, 2005;

Autores varios, Mella 100 años, (Tomo 1) Editorial Oriente, Ediciones La Memoria, Santiago de Cuba/La Habana, 2003;

Autores varios, Mella 100 años, (Tomo 2) Editorial Oriente, Ediciones La Memoria, Santiago de Cuba/La Habana, 2003;

I MOVIMENTI DI PROTESTA CONTRO LA GUERRA IN VIETNAM NEGLI STATI UNITI*

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di Alessandro Pagani

Gli anni della protesta contro la guerra in Vietnam furono quelli con la maggiore divisione interna negli Stati Uniti dai tempi della guerra civile. Un importante settore della popolazione si mobilitava per chiedere l’immediato ritiro di tutte le truppe di occupazione statunitensi dall’Indocina.

Iniziata da pochi giovani studenti delle principali università, la protesta crebbe parallelamente all’estendersi delle violenze perpetrate dai marines e dalla CIA ai danni della popolazione civile in Vietnam. Nonostante l’eterogeneità tra i vari settori del movimento e la repressione condotta dal governo mediante l’impiego della forza militare, il movimento contro la guerra riuscì a rappresentare un importante fattore di indebolimento della politica imperialista nordamericana.

1. I semi della protesta contro la guerra in Vietnam

Per individuare l’origine del movimento è necessario fare un passo indietro agli anni Cinquanta, subito dopo la fine del secondo conflitto mondiale. La società statunitense era caratterizzata da un clima conservatore, maccartista, base e sostegno della politica da guerra fredda.

Sul piano esterno, con la fine della seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti si tramutarono nel centro propulsore del terrorismo capitalista internazionale, sentendosi nel diritto di svolgere il ruolo di gendarme del mondo, contro il cosiddetto “pericolo rosso”. Mentre i dividenti miliardari delle grandi multinazionali statunitensi assicurarono un patto sociale di carattere neo-corporativo nel quale le burocrazie dei principali sindacati statunitensi, assieme ad altri settori della cosiddetta società civile, costituirono un’alleanza col blocco sociale al potere. Tutto ciò pose fine a quasi un secolo di lotte sindacali, permettendo l’estendersi del consenso nell’opinione pubblica statunitense, intorno alla politica interna ed estera.

La spesa pubblica degli Stati Uniti crebbe spropositatamente, fomentando la produzione per fini bellici. L’intervento del settore militare non risparmiò nemmeno la ricerca scientifica: l’influenza del Pentagono e della CIA su settori come la chimica ella biologia fu totale.

Rappresentativa del clima di quegli anni fu la condanna a morte dei coniugi Rosenberg.

Ciò che si consolidò durante tutto il decennio degli anni Cinquanta fu l’alienazione delle persone dal complesso sistema dei rapporti sociali; il cittadino statunitense fu portato a elaborare i propri pensieri meccanicamente e a comportarsi come un individuo avulso dall’insieme della società, il cui unico orizzonte e rifugio era diventato l’alveo della famiglia bianca di classe media, considerata la cellula fondamentale del sistema nordamericano. Venne parallelamente implementata una vera e propria operazione di ingegneria sociale: la creazione di quartieri dove furono ghettizzati interi settori appartenenti alle classi sociali subalterne, soprattutto delle minoranze afroamericane, ispaniche e cinesi.

Tale situazione divenne insostenibile per la comunità nera, che iniziò a organizzare le proprie rivendicazioni a partire dalla questione dei diritti civili, per giungere a una critica complessiva del sistema socioeconomico.

Questa esperienza di lotta sensibilizzò notevolmente le coscienze delle giovani generazioni degli anni Sessanta. Nello specifico ciò avvenne tra gli studenti delle università, che compresero il significato politico delle contestazioni afroamericane e l’importanza di appoggiarne le rivendicazioni.

E’ in questo contesto che va individuata l’accumulazione delle forze che si misero in moto per protestare contro la guerra in Vietnam.

Agli albori degli anni Settanta la lotta degli afroamericani contro il razzismo e la segregazione secolare era abbastanza matura da permettere a Martin Luther King di dare battaglia contro la violenza di classe perpetuata dagli Stati Uniti sui propri cittadini. King, forse, non seppe dirigere il movimento di protesta come in tanti avrebbero voluto, ma con il suo attivismo politico riuscì a favorire e accompagnare il risveglio della comunità nera da quella “atmosfera di novocaina”, vale a dire da quel senso di rassegnazione e passività in cui era imprigionata (Cleaver, 1969). La più grande mobilitazione afroamericana avvenne in quel lontano e retrogrado Sud degli Stati Uniti in cui la violenza e la repressione fascistoide e xenofoba da parte del Ku Klux Clan (gruppo di mercenari razzisti al soldo del capitale agrario meridionale) sembravano condannare la comunità nera a un sistema di oppressione senza via d’uscita (Marine, 1971).

Nello stesso tempo si costituirono diverse organizzazioni di solidarietà in seno ai giovani bianchi, tra le quali vi era l’NSM (Movimento Studentesco del Nord) fondato nel 1962, che vide militare nelle sue file studenti come Abbie Hoffman, il quale divenne uno dei leader durante le proteste contro la guerra in Vietnam.

Nel biennio 1963-64 le rivendicazioni all’interno della stessa comunità afroamericana si elevarono sensibilmente.

All’inizio degli anni Sessanta cominciarono a conquistare grande risonanza i discorsi e i proclami rivoluzionari di Malcom X, che fu assassinato nel 1965 nel quadro della repressione militare e poliziesca di cui furono sistematicamente oggetto i movimenti d’avanguardia negli Stati Uniti.

Nell’estate del 1964 ci furono le proteste di Watts, il ghetto nero di Los Angeles (Canot, 1970).

Questa radicalizzazione da parte della gioventù è da considerarsi come un momento chiave per la lettura del movimento di protesta negli Stati Uniti, e permise l’emergere di una serie di nuove leve rivoluzionarie come Eldrige Cleaver, Bobby Seale, Huey P. Newton e Rap Brown.

2. Formazione e consolidazione della protesta.

I semi della protesta contro la guerra in Vietnam, che vanno collocati a cavallo tra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta, cominciarono a far germogliare i propri fiori.

I movimenti studenteschi furono i protagonisti della prima fase della protesta contro la guerra.

L’SDS (Studenti per una Società Democratica) nacque negli anni Sessanta dopo essersi allontanata dalla vecchia organizzazione studentesca, la SLID (Lega Studentesca per una Democrazia Industriale), che dal 1921 aveva raggruppato vari settori di socialisti e progressisti nelle università del paese.

Nel 1962, l’SDS si riunì a Port Huron, Michigan, e pubblicò una dichiarazione d’intenti che avrà una profonda ripercussione sul movimento giovanile studentesco di allora. In questa dichiarazione si proclamava la ricerca di una “democrazia partecipativa e diretta”, che avrebbe dovuto ampliare gli elementi democratici a tutti i livelli della società. Ispirata agli scritti di Herbert Marcuse e Wright Mills, la Dichiarazione di Port Huron si convertì in uno dei manifesti più letti e discussi della “Nuova Sinistra”. L’SDS divenne una delle maggiori organizzazioni durante i primi anni di protesta contro la guerra (Harwey, 1966).

Nel 1964, l’amministrazione universitaria di Berkeley proibì una serie di conferenze e sit-in pubblici organizzati dagli studenti in solidarietà con la lotta degli afroamericani, definendoli come politically incorrect per l’immagine dell’università. La decisione dell’amministrazione universitaria fu la goccia che fece traboccare il vaso. Gli studenti cominciarono ad adottare le tattiche già utilizzate dagli afroamericani nel Sud. A causa del susseguirsi di arresti indiscriminati (oltre 800 studenti), sorse il “Free Speech Movement” (Movimento per la Libertà di Espressione), guidato da Mario Savio. I successi ottenuti rafforzarono l’intero movimento studentesco.

Il 17 aprile, l’SDS convocò la prima giornata di protesta contro l’intervento imperialista in Vietnam, con la partecipazione di oltre 20.000 persone a Washington. La manifestazione fu un momento di grande rilevanza politica, dato che per la prima volta un’organizzazione studentesca aveva potuto riunire soggetti politici differenti, sulla base del totale disprezzo nei confronti della guerra e del saccheggio promossi dal governo.

Anche la musica veniva intrinsecamente legata alla protesta. Cantanti come Bob Dylan e Phil Ochs si convertirono in portavoce della sensibilità più profonde della protesta contro la guerra.

Nell’agosto del 1965 si riunì a Washington l’assemblea degli “uomini senza rappresentanza”, in commemorazione del Ventesimo anniversario della catastrofe nucleare di Hiroshima e Nagasaki. Parteciparono non pochi gruppi formati da nativi americani, indipendentisti portoricani, rappresentanti del Catholic Worker, donne della WSP e leaders dell’SDS. Dalla plenaria nacque il NCCEWV (Comitato Nazionale per porre fine alla guerra in Vietnam), che contava su una trentina di organizzazioni.

Proprio in quei giorni aumentava in maniera drammatica l’aggressione contro il Vietnam: in gennaio il numero di truppe statunitensi su suolo vietnamita era arrivato a 50.000 effettivi; alla fine dell’anno solare era cresciuto a 200.000. Nell’ottobre del 1965 il NCCEWV indisse la sua prima giornata nazionale di protesta contro la “sporca guerra”: 25.000 persone marciarono nella città di New York, 10.000 a Berkeley, mentre in tutto il paese parteciparono all’incirca 100.000 persone.

Poco a poco la resistenza comunista vietnamita trovò numerosi simpatizzanti in seno alla gioventù statunitense. La figura di Ho Chi Minh, per i giovani che partecipavano contro la guerra in Vietnam, venne elevata a livello di eroe.

L’altro importante settore della società nordamericana, che con lo svilupparsi degli eventi ebbe un ruolo di grande rilevanza nella protesta contro la guerra, fu il movimento afroamericano. Nel 1964, mentre da un lato il pacifismo di King raggiungeva il suo culmine con l’ottenimento del premio Nobel per la Pace, si cominciava a sentire all’interno stesso del suo movimento il rumoreggiare di un processo di radicalizzazione.

La rivolta popolare di Watts fece riflettere moltissimi giovani bianchi sull’importanza di aprire gli occhi e di prendere posizione contro il proprio governo.

Nel 1966 a Oakland, California, Huey P. Newton e Bobby Seale formarono il Blacks Panthers Party for self-defense (il Partito delle Pantere Nere per l’auto difesa), che cercavano di fomentare un processo rivoluzionario attraverso il lavoro sociale nei ghetti delle grandi metropoli statunitensi ed educando la propria comunità all’autodifesa dal terrorismo di Stato. Il Partito delle Pantere Nere criticò aspramente la strategia politica di altre organizzazioni nere. Nello specifico non condivideva la politica di esclusione di tutti quegli studenti bianchi della classe media nordamericana che da anni si opponevano alla guerra e si esprimevano in solidarietà alla comunità afroamericana. Le Pantere Nere si unirono alle proteste contro la guerra, esplicitando altresì l’alleanza con il movimento studentesco (Seale, 1971). La reale volontà da parte dei settori rivoluzionari del movimento afroamericano di unire le proprie forze con il movimento studentesco bianco si scontrava con le politiche fino allora espresse in numerosi suoi discorsi dallo stesso King. Il reverendo King considerava ancora che gli afroamericani avrebbero dovuto concentrare i propri sforzi nella lotta contro la discriminazione razziale e che la protesta contro la guerra in Vietnam avrebbe sviato le forze del movimento su questioni non fondamentali per la propria lotta. Riteneva assai importante, per gli interessi della comunità nera, mantenere e dove fosse possibile ampliare, l’alleanza con i dirigenti del Partito Democratico, in particolare con i presidenti John F. Kennedy e Lyndon Johnson, Per non rischiare di compromettere le sue relazioni, King trattò in questa fase di mantenersi passivo rispetto alla tematica della guerra.

D’altro canto, durante gli ultimi mesi del 1966 e i primi mesi del 1967 sorgevano, intorno a King, nuove voci che cercavano di persuaderlo nel cambiare linea politica e d’intraprendere un’azione più diretta contro il governo. Tra questi va segnalato il giovane Jesse Jackson.

King, influenzato positivamente dalle tesi politiche espresse da Jackson, lanciò una nuova linea di aperta condanna contro la guerra in Vietnam, contro il sistema capitalista e di ricerca di unità con la classe operaia statunitense. Ciò portò da una parte alla rottura con il presidente Johnson e a un avvicinamento ai radicali; dall’altra, al materializzarsi di un’esplicita critica al riformismo e all’attendismo (liberal) di quegli anni (Naso, 1993).

Il campione del mondo dei pesi massimi Mohamed Ali fu spogliato del suo titolo per essersi negato a prestare il servizio militare, dichiarando: “laggiù inviano musi neri a uccidere musi gialli, affinché dei bianchi possano appropriarsi della terra che vogliono rubare ai rossi” e infine disse: “nessun Vietcong mi ha mai chiamato sporco negro”.

Non pochi gruppi che si opponevano alla guerra in Vietnam si conformarono in ogni angolo degli Stati Uniti.

Los Chicanos, capeggiati da Cesar Chavez, avevano cominciato nel 1965 a organizzare gli operai agrari dell’industria fruttifera californiana. Così come gli afroamericani, inizialmente, anche Los Chicanos iniziarono a lottare per ottenere riforme settoriali, ma col passare del tempo compresero che i risultati delle loro rivendicazioni sarebbero stati effimeri qualora non fossero passati a una lotta politica contro il sistema economico capitalista.

Dalle Università ai quartieri popolari, dal profondo Sud fino a Washington D.C., il carattere popolare della protesta, che gli statunitensi chiamavano gross-roots. come se fosse un torrente in piena, rafforzava la protesta. Alla fine del 1967 il movimento di protesta contro la guerra in Vietnam sembrava ormai consolidato.

3. La fase più acuta

L’anno 1968 fu quello con il più alto grado di conflitto e cominciò con l’intensificarsi della guerra imperialista in Vietnam. In quell’anno la presenza statunitense arrivò a mezzo milione di soldati. Nonostante la stampa embedded statunitense cercasse di nascondere i crimini commessi dalle proprie truppe, una parte dell’opinione pubblica statunitense si rese conto del vero volto della guerra.

il 4 aprile del 1968, durante un comizio a Memphis, anche Martin Luther King fu assassinato da un sicario. La reazione di fronte a questo ulteriore atto di terrorismo di Stato fece esplodere i quartieri popolari delle maggiori città statunitensi. L’omicidio di King non fu il gesto isolato di qualche razzista, ma una fase dell’operazione militare di repressione del dissenso politico sistematicamente condotta in quegli anni.

Il Convegno del Partito Democratico di agosto a Chicago si convertì nel centro di vastissime e imponenti attività di lotta. Tutti i principali gruppi di protesta erano presenti: le Pantere Nere marciarono per le strade, i giovani dell’SDS, occuparono con le loro tende il Lincoln Park. All’imbrunire del giorno il sindaco di Chicago, Richard Daley, ordinò alla polizia di “ripulire l’immondezzaio che occupa abusivamente le strade di Chicago”.

Le proteste di Chicago vennero schiacciate.

Alle presidenziali dello stesso anno si impose il falco repubblicano Richard Nixon, che cavalcava un becero nazionalismo sintetizzato dal suo slogan sulla “pace con onore”, che implicitamente accusava gli oppositori alla guerra di voler svendere la dignità nazionale, con la complicità del Partito Democratico.

I settori di opposizione alla guerra in Vietnam si resero conto di cosa in realtà significasse per Nixon la cosiddetta “pace con onore”, e come questa comportasse nient’altro che una nuova strategia di guerra, per mezzo dell’intensificarsi dei bombardamenti con armi chimiche sul Vietnam e di operazioni militari sotto false flag (falsa bandiera) nel Laos e in Cambogia; dove gruppi di mercenari assoldati e addestrati dalla CIA, compivano azioni paramilitari contro la popolazione civile trattando di farne ricadere la responsabilità sui Vietcong.

Parallelamente continuarono a crescere le azioni repressive del governo, che attraverso ondate di arresti e omicidi, portarono alla fine del 1969 alla disarticolazione delle principali organizzazioni di opposizione alla guerra, compreso il Partito delle Pantere Nere, considerato all’epoca la maggiore minaccia per la sicurezza nazionale.

In quegli stessi mesi si resero pubbliche le foto del terribile massacro perpetrato dai marines ai danni di anziani, donne e bambini nel piccolo villaggio vietnamita di My Lai.

Si decise di convocare una grande giornata nazionale di protesta contro la guerra per il 15 ottobre, denominata Vietnam Moratorium Day.

La manifestazione ebbe un risultato sorprendente: nonostante l’indebolimento organizzativo oltre 600.000 persone in tutti gli Stati Uniti risposero positivamente scendendo in strada.

Alla fine di aprile del 1970 una serie di manifestazioni contro l’invasione militare della Cambogia si svolsero in moltissime università statunitensi. Nell’università del Kent State, Ohio, quattro studenti furono assassinati per mano della Guardia Nazionale. Non pochi furono gli scontri e le rivolte in quasi tutte le università degli Stati Uniti. Oltre 500 università – per ordine della Casa Bianca – furono chiuse, mentre circa 20 furono occupate militarmente dalla Guardia Nazionale. Il 9 maggio, centinaia di migliaia di lavoratori e studenti s’incontrarono a Washington, sotto la Casa Bianca, per denunciare la criminalizzazione del movimento studentesco.

Nel 1970, di fronte al prolungarsi della guerra, alla diffusione del malcontento interno e alle sempre maggiori capacità militari della Resistenza vietnamita, i senatori contrari al proseguimento della guerra ottennero la revoca dei poteri illimitati di cui aveva goduto il Presidente a partire dalla Risoluzione del Golfo di Tonchino.

4. L’ultimo periodo

La fase successiva del movimento si caratterizza per la divisione interna tra i settori sopravvissuti alla campagna militare e giudiziaria condotta ininterrottamente contro di esso e per la sua progressiva riduzione entro vie più istituzionali. La repressione aveva colpito in modo particolarmente pesante le avanguardie del movimento e all’inizio del 1971 divenne chiaro che l’esito positivo delle grandi proteste del 1970 non era sufficiente a unificarlo. Si formarono due principali correnti. La NPAC (Coalizione Nazionale d’Azione per la Pace), che chiedeva il ritiro immediato dei marines dal Vietnam e rifiutava l’appoggio al Partito Democratico, e il PCPJ (Coalizione Popolare per la Pace e la Giustizia), che proponeva di fissare una data per il ritiro delle truppe e prediligeva una propria partecipazione attiva al processo elettorale. La disputa tra il NPAC e il PCPJ si acutizzò quando il senatore McGovern annunciò la sua candidatura per le elezioni presidenziali del novembre 1972. Il PCPJ sostenne apertamente la campagna presidenziale nei campus universitari, mentre la NPAC criticò aspramente la scelta, considerando fosse destinata a indebolire l’azione di opposizione alla guerra in Vietnam. L’aspro confronto tra la NPAC e il PCPJ contribuì a deteriorare ulteriormente il movimento.

Nel gennaio del 1972 Richard Nixon annunciò un’iniziativa consistente nel ritiro graduale di tutte le truppe statunitensi, In questa maniera ripresentò furbescamente la sua cosiddetta “pace con onore”, negoziata e graduale.

Se da una parte la proposta di Nixon rifletteva il delinearsi della vittoria vietnamita attraverso la Guerra del popolo del Generale Vo Nguyen Giap, dall’altra la mossa del presidente degli Stati Uniti sembrava indirizzata a “strappare dalle mani” di MoGovern la bandiera della pace. La tattica gattopardesca attuata da Nixon era chiara: già non si trattava più della dicotomia tra guerra e pace, ma piuttosto tra una “pace negoziata” e una “pace immediata”.

La sconfitta del candidato del Partito Democratico si abbatté sul movimento di protesta contro la guerra, poiché in molti avevano riposto tutte le loro speranze nella vittoria di McGovern.

Alla fine del 1972, l’aviazione nordamericana realizzò i bombardamenti su Hainoi e Haiphong. Questa volta le manifestazioni di protesta non ebbero la forza del passato. L’obiettivo del movimento non andava ormai oltre l’ottenimento della pace e le attese si concentravano solo sui dialoghi di Parigi.

il 27 gennaio del 1973, Kissinger per gli Stati Uniti e Le Duc Tho, a nome della Repubblica Democratica del Vietnam, firmarono l’accordo che prevedeva il ritiro delle truppe USA e la legittimazione del governo rivoluzionario del Fronte di Liberazione Nazionale del Sud Vietnam. In violazione degli accordi di Parigi gli Stati Uniti non cessarono il proprio coinvolgimento e la guerra proseguì tra l’esercito sudvietnamita sostenuto dagli Stati Uniti e le forze popolari del Sud e del Nord Vietnam.

Il movimento di protesta negli Stati Uniti produsse ancora solo le manifestazioni volte a ottenere l’amnistia per gli oltre cinquecentomila giovani nordamericani che rifiutavano di trasformarsi in carne da cannone per gli imperialisti. Obiettivo che venne conseguito alcuni anni dopo con l’amministrazione Carter.

Angela Davis aveva insistito sull’importanza di sviluppare un grande e forte movimento di opinione contro il capitalismo. Ma il movimento non aveva le energie interne per fare complessivamente un salto di qualità politico. Non è stato in grado durante il suo percorso di realizzare gli obiettivi dei suoi migliori e più lungimiranti esponenti, forgiando una vera e propria opposizione di classe. Tuttavia la protesta contro la guerra creò, pur nella parabola, notevoli problemi alle varie amministrazioni statunitensi, che dovettero elevare gli omicidi selettivi e il terrorismo di Stato al rango di comune prassi.

Governo e apparato bellico nordamericano non poterono contare in modo continuativo su quell’egemonia interna che gli aveva assicurato la libertà di manovra per gettarsi nell’avventura bellica indocinese. E non hanno potuto evitare che i guerriglieri vietcong liberassero completamente Saigon il 30 aprile 1975: la “sporca guerra” terminava definitivamente con l’immagine dei resti del regime sudvietnamita che fuggivano in elicottero dal tetto dell’ambasciata statunitense.

Di Alessandro Pagani

*(Scheda storica tratta dal libro di Phan Thi Quyen, Vivere come lui. Nguyen Van Troi, simbolo della lotta di liberazione del Vietnam, Zambon Editore, 2014).

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BIBLIOGRAFIA:

ALOISI Massimo, La guerra chimica. Imperialismo ed ecologia, Bertani Editore, Verona, 1972.
BACHARAN Nichole , Histoire de noirs américains au XX siècle, Editions Complexe, Bruxelles, 1994.
CANOT Robert , L’estate di Watts, Rizzoli Editore, Milano, 1970.
CLEAVER Eldridge, Anima in ghiaccio, Rizzoli, Milano, 1969,
GLABER Martin (a cura di Bruno Cartosio), Classe operaia, imperialismo e rivoluzione negli USA, Musolini Editore, Torino, 1976.
HAL Drapel, La rivolta di Berkeley, Einaudi, Torino, 1966.
HARWEY Pekar, Studenti contro il potere: la storia del SDS, il movimento studentesco protagonista del ’68 americano, Alet Edizioni, Padova, 2008.
JAMES C. L, Baron H.M,, Gutman H.G. (a cura di Cartosio Bruno), Da schiavo a proletario. Tre saggi sull’evoluzione storica del proletariato nero negli Stati Uniti, Musolini Editore, Torino, 1973
MARINE Gene, Black Panthers. Storia delle Pantere Nere, Rizzoli, Milano, 1971.
MEEREPOL Robert, Quando il governo decise di assassinare mio padre e mia madre. Il figlio di Ethel e Julius Rosenberg racconta, Zambon Editore, 2007.
NASO Paolo, L’altro Martin Luther King, Claudiana Editrice, Torino, 1993.
SEALE Bobby, Cogliere l’occasione. La storia del Black Panthers Party e di Huey P. Newton, Einaudi Editore, Torino, 1971.